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Tra spremute d’arancia e cigni tecnologici “Teatri di Vetro” è il festival di un autunno d’avanguardia

Gli appuntamenti più innovativi di “Teatri di Vetro” sono, forse, proprio quelli dedicati alla danza. Giunto alla sua undicesima edizione il Festival romano rivolto alle arti sceniche contemporanee  ha deciso di dare largo spazio al teatrodanza e alla coreografia d’autore. Con la direzione artistica di Roberta Nicolai la rassegna si pone ancora una volta come un’occasione di conoscenza e ricerca delle arti performative. Degna di nota è stata la serata del 5 ottobre durante la quale il pubblico delle Carrozzerie n.o.t. ha assistito alle esibizioni di ben due compagnie. Si è trattato di un doppio intervento che ha destato reazioni contrastanti fra gli spettatori del piccolo spazio delle Carrozzerie, una sala cui fa da anticamera un salottino degli anni Venti, trasandato ma affascinante nella sua intimità, in cui si è potuto sorseggiare un bicchiere di vino ascoltando musica jazz in un breve intervallo tra commozione e gag scherzose.
te.vetro1La compagnia Cie Twain di Loredana Parrella ha presentato “Cigno”. Danzato dalla stessa coreografa, “Cigno” è la ricerca di un autoritratto all’interno di immagini, simbolismi, idee, pensieri. Su fraseggi musicali contrastanti, che trovano la loro voce in percussioni elettroniche, silenzi prolungati e violini d’altri tempi, la danzatrice e coreografa scompone i passi dell’assolo più famoso della storia del balletto. Su uno sfondo bianco a piedi nudi e con le sneakers a portata di mano (delle moderne scarpette da punta?) viviseziona ogni movimento cercando di sentirlo naturale, come se fosse cucito su di lei, segmentandolo in gesti animaleschi. Ognuno di questi ricorda le forme e le movenze di un cigno: un’ala, il collo lungo nervoso ma elegante, il tentativo di un arabesque. Il corpo danza frammentando le sue dinamiche per cercare una propria personale dimensione e  si serve dell’ausilio di un pc per la ricerca delle musiche su cui muoversi. “La morte del cigno”, coreografata da Michael Fòkin per la danzatrice Anna Pavlova nel 1907, compare in un video proposto al pubblico dal piccolo schermo del portatile sorretto tra le braccia e le lacrime della danzatrice che in quel solo ha finalmente trovato il suo essere. È l’appuntamento della sua vita e per l’occasione non può che indossare un’elegante abito da sera color della notte.
te.vetri2La seconda parte ha tutt’altro sapore. Di latte e d’arancia per l’esattezza. Chiaramente ispirato al film cult “Arancia meccanica” di Kubrick, lo spettacolo “Questo lavoro sull’arancia” è una produzione TiDA Théâtre Danse e il frutto della ricerca di Marco Chenevier, regista, coreografo e interprete, sulla natura del dispositivo scenico e del rapporto sadomasochistico tra performer e spettatori. Questi ultimi prima di entrare in sala sono invitati a prendere un sacchetto di carta contenente un’arancia, una caramella al latte e un piccolo aeroplano di carta. Insieme alla brava danzatrice Alessia Pinto, l’artista porta sulla scena vari sketch in cui vengono eseguite vere e proprie composizioni coreografiche ma anche azioni semplicissime come spremere un’arancia o bere un bicchiere di latte. Gesti che risulterebbero apparentemente innocui se non fosse che il latte, ad esempio, è bevuto dal danzatore intollerante al lattosio e l’arancia viene spremuta sugli occhi della danzatrice. Le coreografie si compongono, invece, di movimenti prevalentemente “meccanici” e costruiti sulla ripetizione di disegni schematici ai quali, tuttavia, si affiancano gesti buffi e spiritosi nati in un’ottica narrativa. Grande importanza viene data agli oggetti di scena, la cui disposizione in palcoscenico diviene il pretesto per nuove legazioni coreografiche, e all'interazione con il pubblico il quale partecipa attivamente e con continuità. Ogni gesto viene eseguito dai danzatori come se fossero degli automi comandati da una voce fuori campo che detta le regole per lo svolgimento di ogni scena e soprattutto dal pubblico che per non interrompere la visione dell’azione teatrale e coreografica è costretto a colpire fisicamente gli interpreti con gli oggetti scenici messi a loro disposizione. Così l’artista si rimette al gusto e alla clemenza del pubblico. Dopo tutto qualsiasi cosa succeda Show must go on!

Roberta Leo
09/10/2017

 

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