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Unico spettacolo di danza contemporanea presentato quest’anno nell’ambito di “OnStage! Festival”, EPT – A Collection of Works è andato in scena domenica 27 gennaio sul palco dell’Off Off Theatre di Roma. L’acronimo nel titolo sta per “Emotions Physical Theatre” ossia il nome della compagnia fondata nel 2013 dal coreografo americano Shawn Rawls. Costituito da tre estratti di altrettante opere, lo spettacolo rappresenta un piccolo compendio del loro lavoro, che pone al centro le questioni inerenti la comunicazione tra le persone, mediante una riflessione che non rinuncia ad accogliere le tendenze della cultura pop.

Un'operazione che si rivela utile soprattutto perché possa fruirne quel pubblico che non ha finora avuto modo di conoscere l’esperienza di questa giovane ma già piuttosto prolifica compagnia, composta – nella formazione giunta a Roma – da quattro danzatori, due donne e due uomini dalle fisicità complementari: si chiamano Leigh Schanfein, Nikki Ervice, Harwin Vasquez, DeAndre Cousley.

Nel frammento tratto dall’opera Clinically Happy, lo spettatore è subito immerso in un montaggio audiovisivo nel quale convivono le immagini più disparate, dalle scene di film come “The Wolf of Wall Street”, “Magnolia” e “Il ritorno del cavaliere oscuro” a spezzoni estrapolati da competizioni sportive (riconosciamo, per esempio, Usain Bolt che conquista il primato mondiale alle Olimpiadi). Ne viene fuori un’introduzione dall’efficacia molto pop al tema su cui è incentrata la coreografia: scoprire le radici della felicità.

ept

Rawls interviene in scena nei brevi intervalli tra le esibizioni, con il piglio disinvolto di chi desidera far dialogare la propria poetica con lo sguardo dell’altro. Chiede allo spettatore di percepirsi come lo scienziato di un’oscura ed incerta sperimentazione nella quale i ballerini interpretano i casi presi in esame, impegnati in una specie di staffetta di duetti alla ricerca della nostra approvazione e, di conseguenza, di un’ipotesi di felicità.

Segue uno spezzone di Walk, un’esplorazione spirituale che riflette sulle domande da porsi prima di accettare o rifiutare un certo sistema di pensiero. Si tratta del lavoro con le maggiori allusioni politiche: prima di votarsi ad una scelta personale così definitiva, il movimento dei corpi che si sfiorano tra loro pone la questione della verità sfuggente, presa in ostaggio da chi intende piegarla al calcolo cinico e usarla per tradire la fiducia altrui.

Infine, l’amore domina The Heart, un viaggio romantico di cui percepiamo il portato quasi epico per la capacità di far immaginare, anche solo nella misura di una scheggia di spettacolo, l’avventura dell’esperienza totale. Sulle leggendarie note di “Can’t Help Falling in Love”, percepiamo la volontà di ragionare con passione su cosa parliamo quando parliamo d’amore, osservando il repertorio della musica popolare attraverso un ballo intimo e struggente.

Quasi a chiudere il cerchio, il breve catalogo si chiude con i quattro ballerini che salutano il pubblico mentre ascoltiamo “Happy” di Pharrell Williams: non è solo la conferma di un coreografo che cerca nel territorio popolare uno spazio in cui muoversi per gettare ponti verso il pubblico, ma si ha l’impressione di tornare al concetto – molto interno alla società americana – del diritto alla felicità, che sembra essere il cuore dell’opera della EPT.

Lorenzo Ciofani 28-01-2019

One, One & One”, il nuovo lavoro dell’acclamata coreografa e danzatrice israeliana Noa Wertheim creato per la Vertigo Dance Company, ha aperto il "Fuori Programma". Il Festival Internazionale di Danza del Teatro Vascello vede la direzione artistica di Valentina Marini e quest’anno, più che mai, punta ad un’edizione di valore, con due  prime nazionali, due prime regionali, una prima romana e un debutto assoluto.

One. One & One” (prima nazionale in partnership con Civitanova Danza Festival) segna per la Vertigo Dance Company il suo debutto a Roma. La compagnia, fondata da Noa Wertheim e Adi Sha'al (suo partner di vita e di danza), è da 25 anni un esempio di professionalità ed eccellenza, riconosciuta dal Ministero della Cultura e delle Attività Sportive Israeliano come ambasciatrice dell'Arte performativa israeliana nel mondo.

La coreografia simbolizza la connessione, il coinvolgimento, punta al contatto, all’avvicinamento tra il vicino e il lontano, tra il sé e l’altro. È un dialogo, che si apre con un solo danzatorevertigo dance company3 in scena a cui poco alla volta se ne aggiungono altri otto: da uno a molti, da individualità a molteplicità. In totale sono quattro donne (Liel Fibak, Nitzan Moshe, Shani Licht, Corina Fraiman) e cinque uomini (Etai Peri, Hagar Shachal, Jeremy Alberge, Petrovics Sàndor, Totam Baruch). La musica (di Avi Belleli) fa da collante e ogni suono è fondamentale per il raggiungimento dell’interezza. Il primo suono che colpisce le orecchie è un rumore come di terra smossa con le mani, a cui seguono i tuoni e un temporale. Elementi naturali, dunque, che diventeranno via via musiche sempre più complesse. 

I danzatori fanno esplodere tutta la loro corporeità, sia quando si muovono singolarmente sia quando sperimentano il contatto con l’altro: si piegano, si contraggono, si allungano, si accartocciano. C’è sempre grande controllo nel movimento, anche quando, come schegge impazzite, corrono sul palcoscenico o saltano l’uno addosso all’altro. In questi ultimi due casi non è necessariamente la donna ad essere sollevata o presa in braccio, come insegnano i dettami della danza classica. C’è spazio per assoli, passi a due e momenti di danza corale: ciascun danzatore è parte integrante della performance, dove l’insieme che si va a costituire è molto più della semplice somma dei suoi singoli elementi.

Si percepisce la loro urgenza di conoscere se stessi e l’altro e si muovono con consapevolezza e agilità. Trasmettono, con grande espressività, un sentimento di primordialità e spiritualià, un bisogno estremo di contatto, un’urgenza comunicativa, tutte prerogative profonde dell’essere umano.

vertigo dance company2La scena viene lentamente ricoperta di terra: prima una sola striscia, parallela alla platea, poi una seconda, anche questa una riga orizzontale, poi i ballerini ricoprono tutto il palcoscenico con secchiate di terra in cui rotoleranno, su cui scivoleranno, terra che sporcherà la loro pelle e i loro vestiti. È un recupero della dimensione più intima e personale, dell’essenza più naturale dell’essere umano: questa dimensione dell’individualità si incontra e scontra con quella dell’unità sociale, indagando la complessità di questo labile equilibrio.

Giuseppina Dente
12/07/2018

Quali sono gli spazi dedicati alla danza contemporanea nel contesto della fruizione teatrale odierna? Attorno al repertorio statico e tuttavia ancora amato del balletto, una fucina di idee e opere d’arte effimere che plasmano il corpo. Nata da decenni e ancora non completamente sistematizzata, la danza contemporanea riesce a ritagliarsi una propria fetta di pubblico. Da centri europei come Bruxelles, Amsterdam, Londra e dal resto del Nord Europa, talenti originali e contemporanei migrano per portare il proprio contributo emotivo e significativo più che estetico. Piedi nudi, scarpe da ginnastica o calzini, jeans e maglietta appartenenti al quotidiano, bassa definizione formale del movimento; sono solo alcune tra le principali caratteristiche della danza contemporanea. Da un lato una parte di balletto classico che si apre alla sperimentazione, dall’altro danzatori forti di importanti e pluriennali esperienze che hanno definito un proprio stile e un proprio repertorio: Virgilio Sieni, Enzo Cosimi e Aterballetto per fare qualche nome italiano, ma anche gli internazionali Anne Teresa De Keersmaeker e Wim Vandekeybus, nel 2018 ospiti a Firenze in occasione di "Fabbrica Europa". 
Quest’ultimo è un festival rappresentativo tra quelli italiani che si occupano di promuovere le migliori proposte di danza contemporanea italiana, europea e mondiale. Nei numerosi spazi diAnne Teresa De Keersmaeker "Fabbrica Europa", De Keersmaeker si esibisce in prima nazionale al Teatro della Pergola con la Compagnia Rosas, presentando al pubblico la nuova produzione “Mitten wir im Leben sind/Bach6Cellosuiten”. La musica di Bach, già messa in danza in altre creazioni della danzatrice belga, è ora suonata dal vivo dal violoncellista francese Jean-Guihen Queyras e esplorata attraverso il corpo. Con la sua XXV edizione, "Fabbrica Europa" è ritornata all’essenzialità del corpo, al primitivo, alla vitalità intesa a partire dal battito del cuore, vuole cominciare da capo per rinnovarsi e rimettersi alla prova.

Spostando l’occhio più a sud, verso la capitale, la Fondazione Romaeuropa è una delle istituzioni di maggior prestigio impegnata nella promozione della danza, nel segno della conservazione e della divulgazione, non solo di quello che offre il panorama nazionale, ma allargando lo sguardo al di fuori dei nostri confini. Molti i progetti in piedi da diversi anni, tra cui (dal 2010) “DNA Danza Nazionale Autoriale”, il focus sulla giovane ed emergente danza italiana d’autore. Nel 2013 l’indagine si è estesa all’Europa e poi nel 2015 è nato “DNAworld”, aprendosi addirittura dall’Europa agli altri continenti. Diversi i progetti complementari e paralleli, come “Waiting for DNA” e “DNAppunti coreografici”.
Con “Dancing DaysFondazione Romaeuropa da vita ad una rassegna interamente dedicata al movimento, proponendo al pubblico una programmazione sempre molto attenta alle tendenze europee in ambito coreografico, alle novità, a ciò che di rilevante si muove in questo magma creativo senza confini territoriali. L’edizione 2018 vede in cartellone diversi esponenti della scena internazionale, come l’israeliana Karen Levi con “The Dry Piece – XL Edition” (insolita indagine sulla percezione del corpo femminile nella società contemporanea e sull’ideale moderno di bellezza), “Opus” del coreografo greco Christos Papadopoulos (questo suo ultimo lavoro indaga la relazione tra musica e visione), la norvegese Ingrid Berger Myhre con “Blanks” (una riflessione sulle condizioni attraverso cui si assiste a uno spettacolo di danza) e Dominik Grünbühel insieme a Luke Baio, rispettivamente americano e inglese, con “Ohne Nix” (performance umoristica con videoproiezioni e tecniche di morphing). Tra gli appuntamenti più rilevanti nell’ambito del "REF Romaeuropa Festival" certamente la presenza del coreografo e danzatore svizzero Gilles Jobin, con uno spettacolo di danza contemporanea realizzato interamente in realtà virtuale dal titolo, appunto “VR_I”. Secondo appuntamento di assoluto rilievo la creazione di Hofesh Shechter, tra i massimi esponenti della danza contemporanea israeliana, “Grand Finale”, definito dal The Guardian: «Un valzer per la fine dei tempi». 

Vandekeybus 2 2Si può dire, quindi, che la danza contemporanea stia conquistando sempre più una rilevanza nel panorama delle arti performative nel nostro Paese, il che le ha concesso di allontanarsi da quel contesto protetto e circoscritto dello spettacolo per pochi eletti, per gli appassionati o semplicemente per gli esperti. Attualmente i coreografi che primeggiano nell’ambito della danza internazionale mostrano di avere uno spiccato interesse verso i temi attuali, verso uno studio del corpo che attraverso il movimento ne esalti le potenzialità, ne sottolinei la mutabilità. Rinnovato l’approccio allo spettacolo che tende, quindi, ad appassionare il pubblico, con una componente musicale non più accessoria, come accadeva nelle prime sperimentazioni in cui spesso le coreografie non erano scandite da tempi musicali, ma piuttosto dalla cadenza dei passi, dei respiri dei danzatori, adesso la musica ritrova una nuova linfa, divenendo fondamentale e necessaria alla totale comprensione dell’esibizione. 

Se Anne Teresa de Keersmaeker si conferma tra le coreografe europee più apprezzate, spesse volte accolta in Italia, dove i suoi lavori riscontrano sempre molto successo per la composizione formale delle sue coreografie in cui si evidenzia una tensione alla perfezione lineare, pulita ed essenziale, costruite sul calcolo matematico, che si ripercuote anche sulla scelta della musica; altri sono gli artisti acclamati sul territorio italiano. Recente, infatti, è lo spettacolo andato in scena al Teatro Bellini di Napoli, il 20 maggio "In Spite of wishing and waiting" di Wim Vandekeybus, coreografo fiammingo che mescola in questo lavoro danza, teatro e cinema. Qui sono espressi i desideri primordiali di un gruppo di uomini: ferocia, ingenuità, bestialità, goliardia sulle note di David Byrne, ex leader dei Talking Heads, in uno scontro tra corpo e mente, tra fisicità e impulso. Gode tuttora di una certa fama il coreografo francese Gilles Coullet, per diversi anni attivo in Italia, dal 1986 al 1997, in particolar modo al Teatro La Scala di Milano, dove ha collaborato con registi del calibro di Luca Ronconi, Giorgio Strehler, Liliana Cavani, Jerome Savary.

Ritorna sui palcoscenici italiani nell’occasione del "Napoli Teatro Festival" con lo spettacolo Wakan la terra divorata, in cui il linguaggio dei segni e dei riti amerindiani si fonde al teatroVandekeybus 2 1 fisico di Coullet, parola e corpo si uniscono dando vita ad uno spettacolo in cui quell’idea di sperimentazione alla base della danza, cosiddetta, contemporanea è fedelmente riprodotta. Da sempre amatissima e seguitissima è la compagnia dei Momix di Moses Pendelton che apre il suo tour mondiale proprio in Italia, al Teatro Olimpico di Roma, per la stagione 2018/2019. La filosofia dei Momix vede l’assemblarsi di danza e performance acrobatiche, per dar vita a coreografie che rievocano un mondo immaginifico, onirico e accattivante esaltato dai giochi di luci e ombre, dalla scelta di costumi e strumenti che accompagnano i movimenti sinuosi. La danza contemporanea rappresenta tutto questo: un miraggio, un cerchio che non riesce a chiudersi, un presente infinito in cui la società tende al cambiamento ma in fondo rimane sé stessa e, se non riesce più a riconoscersi, torna disperatamente alla ricerca delle proprie origini. All’interno di spazi scenici nudi e non convenzionali, la parola d’ordine è esplorazione; coreografi contemporanei freschi o più esperti dicono la propria attraverso il movimento, lasciando talvolta perplesso il pubblico e tuttavia suscitando una riflessione che troppo spesso le migliori opere in bellezza non provocano.

Benedetta Colasanti, Ilaria Costabile, Giuseppina Dente
08/06/2018

LUCCA – “Sei solo nato nel momento storico peggiore per essere un maschio bianco, eterosessuale e cristiano” (Chuck Palahniuk, “Red Sultan's Big Boy” in “Romance”)

In bilico tra l'inno e la ridicolizzazione, come è nelle corde sarcastiche e pungenti di Roberto Castello, veleggia questo maschio “Alfa” da più parti, negli ultimi decenni, demonizzato, irriso, vilipeso come uno straccio vecchio, come un corpo appartenente a una antica mentalità, a una condizione e concezione vintage dell'evoluzione. Eppure il maschio alfa è la prosecuzione della specie, è il dominante capobranco testosteronico che regge il peso di una comunità. E, sia in natura che nella società civile, è un efficace ed essenziale momento di consolidamento e raccordo di speranze e intuiti, di sintesi di un pensiero, di una semplice linearità salvifica. Un'altalena di aspettative e ricorsi, un'oscillazione tra la protezione, verso l'esterno, e la pericolosità, interna tra le quattro mura, rendono il maschio alfa potenziale danno e presenza energetica e salda in una elettricità, in un elastico a doppio filo che eccita e impaurisce, che esalta e incute rispetto, che attrae e allontana, che difende, preserva e ripara ma che non è addomesticabile. “Superuomini si nasce, grandi uomini si diventa” (Roberto Gervaso).alfa1
“Alfa” si inserisce perfettamente, e a pieno titolo, all'interno della stagione dedicata al “Genere” della Tenuta Dello Scompiglio, a pochi passi da Lucca (una riflessione sull'area teatrale tirrenica sul versante contemporaneo andrebbe fatta: oltre a Spam a Porcari, il Grattacielo e il Teatro delle Commedie a Livorno, il Sant'Andrea e i Sacchi di Sabbia a Pisa poco altro si muove sul litorale), in un contesto bucolico di vigne e fienili ma allo stesso tempo funzionale, attento ai passaggi, ai cambiamenti, che annusa l'aria di quel che sarà. Castello, qui regista e non coreografo, crea un ensemble di momenti, un mosaico di scatti nei quali emergono ad intermittenze luminose, quasi flash back nella memoria ancestrale, impressi nella nostra corteccia cerebrale, lampanti visioni su questo uomo chiamato ad assumersi responsabilità e a caricarsi sulle spalle il futuro e il domani del suo clan e della sua specie, in conflitto con un mondo circostante che lo vuole b(l)andire, boldrinianamente, dal ventaglio delle possibilità, eliminare dall'album di famiglia, estromettere perché ritenuto portatore di valori negativi, bollato come primordiale, non evoluto, pericoloso. “Il superuomo è il senso della terra” (Friedrich Nietsche).
Come ogni uomo alfa che si rispetti, questo nostro (Mariano Nieddu ha forza interpretativa impattante e quella catarsi che gli permette di calarsi totalmente, sempre convincente senza strafare mai: sicurezza e certezza), immerso in quest'aia colorata e solida di blocchi di cemento da periferia urbana, è attorniato dal suo harem, dalle sue groupie (Alessandra Moretti, Ilenia Romano, Francesca Zaccaria ai microfoni come coro da concerto) di compagne e amanti o dal gineceo familiare che vede in lui un punto di riferimento. Scudi di asfalto verticale, come posati a barriera, a difendere privilegi acquisiti ma anche argini valoriali dietro i quali nascondersi e ripararsi di fronte all'ondata di perbenismo manicheo che avanza, quasi una Stonehenge moderna, un abitacolo-ricettacolo delle peggiori ansie della pancia del Paese, accerchiati da lettere grondanti odio e razzismo, sesso e fascismo. In questo brodo primordiale, fatto anche di distruzione e prevaricazione, l'uomo alfa sperimenta e assorbe grazie alfa2anche al maschilismo delle donne che gli gravitano attorno e addosso che lo spingono a indossare i panni, a tratti consunti e già ampiamente sfruttati, dell'uomo forte, dell'uomo solo al comando, della punta dell'iceberg, del cavaliere senza macchia, del capitano coraggioso e temerario.
Il maschio alfa diviene quindi anche condizione non scelta ma assegnata, non volontà ma costrizione per “sopravvivere e moltiplicarsi”, “in competizione per l'immortalità”, “freccia che punta all'infinito”, “memoria imperitura”. È la Natura non la società pulita e asettica che vogliono costruire azzerando le differenze, appiattendo, a colpi di leggi ed emendamenti, milioni di anni di trasformazione, crescita, progresso, sviluppo, perfezionamento. In fondo siamo, anche, animali. Lo vogliono silenziare, mettere in un angolo, non dargli più voce in capitolo, mettere a tacere, alla porta, emarginarlo, metterlo alla catena come Melampo. Si stanno impegnando per mettere al bando e alla berlina peli e muscoli, per costruire, a tavolino, come in un laboratorio, un mondo senza linfa, senza nerbo, senza spina dorsale, senza ossatura né colonna vertebrale, impaurito e molle che frana al primo colpo di vento, che cede al primo colpo di Stato, acconsentendo passivo e prono. “L'uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso” (Friedrich Nietsche).
Se da una parte viene anche esaltata la sfera decisionale, dall'altra, come contraltare, l'alfa è tratteggiato e disegnato, meglio fotografato (come nella locandina della piece) e raffigurato come Ken, l'eterno ragazzo impostato di Barbie, belloccio ma finto, di plastica. Dopo tanto teatro omosessuale, con istanze (anche giuste) omosessuali e questioni omosessuali, problemi della comunità omosessuale e nudi e strusciamenti e ammiccamenti omosessuali, gay e lgbt (e qui potremmo fare un cospicuo e corposo elenco di esempi che dal palcoscenico scivolano spesso nel comizio), ecco un teatro eterosessuale. Che piaccia o meno il maschio alfa è necessario, imprescindibile. Chi ha paura del maschio alfa?

Tommaso Chimenti 06/12/2016

Venerdì, 04 Novembre 2016 08:56

Due polli senza galline alla riscossa

FIRENZE - Metti due galli in un pollaio. Che, si sa, ovviamente litigheranno. Ma, normalmente, e in natura, qualsiasi recinto da becchime che si rispetti, è così chiamato perché popolato da una moltitudine di polli. O meglio, di galline. E' proprio per questo che i galli, cresta alzata e bargiglio orgoglioso al vento (il pride), si inalberano e si adombrano fino ad arrivare ad affilare le loro unghie e i rostri per contendersi i favori dell’harem delle pennute. Due galli che combattono, a meno che non siamo in uno di quei luridi scantinati sudamericani di scommesse clandestine, per nessuna femmina da coprire, è proprio un ossimoro, un controsenso. Questi due galletti del cult “Un Poyo Rojo” (una settimana di repliche al Teatro di Rifredi) non vogliono ferirsi ma soltanto aversi, non vogliono combattersi ma soltanto prendersi, non vogliono uccidersi ma soltanto saltarsi addosso l'un l'altro.001poyo
Uno dei due è visibilmente su di giri (come la platea tenuta per un'ora sul sottile filo dell'eccitazione, di costumini attillati e adamitici, sui corpi sudati, sui continui strusciamenti e ammiccamenti) e tenta in ogni modo, fino a riuscire nel suo intento (vi abbiamo spoilerato il finale, tanto era prevedibile e scontato, e richiesto dal fremente pubblico che sfrigolava impaziente) di circuire l'altro maschio del cortile. Se poi a tutto questo ci aggiungete una scenografia fatta di armadietti in ferro (s)battuto, immagine convenzionale che richiama prurigini da caserma, saponetta in doccia e spogliatoio di una squadra di calcio, allora ci sono tutti gli stereotipi giusti per un velato spinto erotismo.
Uno stancante e sfibrante corteggiamento serrato, un lavorio continuo ai fianchi fino al momento in cui il gallo “etero” cede alla avance del gallo “omosessuale” (i topoi sono chiari e lampanti nei movimenti, nelle intenzioni, nei gesti dei due pur bravi danzatori argentini), ci instradano sulla teoria di fondo che lega le deboli scenette, sul fil rouge che cuce le fiacche gag e questi quadri slegati (le imitazioni degli animali, il playback di Mina, altro cliché mastodontico sui miti canori gay, il gioco portato all'esasperazione dell'improvvisazione sulle varie frequenze radio trovate casualmente): che ogni eterosessuale possa essere attratto, incuriosito e infine convinto.
003poyoUna pièce tendenziosa quindi che, sotto una parvenza di simpatia e divertimento, mette in campo forzature e tesi socio-antropologiche e ci dice che, tra un balletto sfiorandosi i capezzoli e una mossetta adocchiante, tra occhiolini furtivi e palesi cenni d'intesa, tra tic di labbra pronunciate e dita procaci a carezzarsi, sia non solo plausibile ma anche possibile e realizzabile riuscire nell'intento di scardinare le “presunte” convinzioni e “pseudo” certezze di questi eterosessuali “noiosi”. L'etero, secondo questo racconto in forma di danza contemporanea (e non di teatro fisico), se ben accerchiato si lascia andare, apre il ponte levatoio e si lascia volentieri assediare e invadere. Non è certo qui il caso di citare le teorie, che molti contraddicono, sulla “bisessualità congenita” di Sigmund Freud o la “Scala Kinsey” sull'orientamento sessuale nell'essere umano dell'omonimo professor Alfred.
Un sottendere continuo e costante, un lento bombardamento, lo stillicidio della goccia cinese per portare a conclusione e a pieno compimento l'idea iniziale, quel bacio prima negato e poi accordato, quell'incrocio di corpi tanto desiderato e agognato e che diventa reale dopo struggimenti e battaglie simulate, dopo martellanti aggressioni soft e assidue invadenze. Nel finale quasi una liberazione-concessione dopo tanti assalti coatti, ma furbescamente patinati di allegria, dopo tante cariche all'arma bianca, ma velate di gaudio. Il pollo rosso lo preferiamo quando è Tandoori.

Tommaso Chimenti 03/11/2016

FIRENZE – Le case dei villaggi dei film sul Far West sembrano solide. Da lontano, in campo largo, appaiono stabili, di legno massello, con salde fondamenta massicce nella sabbia. Ma è tutta apparenza, esiste soltanto la facciata, tenuta su, dietro, da assi in diagonale per sorreggere la messinscena. La parvenza non ha il suo corrispettivo con la profondità. Entrando in quei saloon c'era solo terra riarsa. Tentando di cercare un minimo di profondità nella nuova opera del Cirque du Soleil si finisce a terra nella sterpaglia, si rotola al tappeto, si inciampa sui nostri stessi passi. Da molti anni il Cirque cambia il titolo alle proprie produzioni ma la salsa è sempre la stessa, pur nell'altissima qualità degli ingredienti: tecnica, interpreti e strumentazione. Un gran fiorire di costumi, un impasto tra musical e circo, atletismi d'ogni sorta e coreografie da etoile che creano immagini impeccabili e splendide suggestioni. Il Teatro latita, rimane la maraviglia, le botole che si aprono e si chiudono, che ingoiano o che lanciano fuori, le altezze e le costruzioni aeree, le funi e le altalene, i geyser che sputano fumo zolfino dal basso, le verticalità e le trazioni, i corpi scolpiti.Varekai2
Di fondo un grande perché che lascia insoddisfatto il palato, un vuoto che sentiamo concreto e tangibile sotto la spessa scorza di colori e girotondi, giravolte e piroette. Sembra che tutto l'armamentario di risorse messe in campo per "Varekai" (quaranta eccezionali professionisti sul palcoscenico del Mandela Forum; dieci repliche soltanto a Firenze) serva per distrarre e non per concentrare, serva per perdere contatto e controllo invece che fare adesione e abrasione. Una volontà di non far pensare a nient'altro che alla superficie della visione, usare gli occhi e le retine e non le sinapsi del cervello, fermarsi e fissarsi al bidimensionale imbrattando e infarcendo il tutto di decibel da stadio e cromature psichedeliche frastornanti.
In questa sorta di mondo alternativo e trasognante, molto ripreso da “Avatar”, tra grugniti e ruggiti e un vento ancestrale, si muovono questi esseri umanoidi primordiali e immaginifici misti ad animali preistorici, epici o mitologici che in alcune loro parti ci ricordano i caproni o il Dio Pan, i pesci degli abissi o anfibi pericolosi e serpenti biblici, altri sono fiammelle-anime da Divina Commedia, fino ad arrivare a spiriti veri e propri, diavoli per ogni gusto, giullari di corte, creature vitruviane, contornati da regine e folletti, elfi, stelle di mare e demoni, entità metà Varekai4Diogene e metà Zio Fester, centauri e tartarughe ninja, iguane e troll, dinosauri di squame e code e pinne, teschi e galli cedroni. C'è tutto il ventaglio e il panorama per Halloween e dintorni, cosparso di riti aztechi e sfide a colpi di spade che scintillano come in “Star Wars”. Un'immensa precisione, cura dei dettagli, forza e pulizia tecnica sono messe al servizio di una storia che sempre estratta da “Le mille e una notte” dove l'amore vincerà sull'odio e sulle diversità.
Tra gioco e inquietudine, cadute negli Inferi e riscosse, apparizioni e sparizioni, questo mondo sottosopra offre il suo lato più umano e accoglie l'angelo caduto dal cielo (potrebbe essere Lucifero), appunto scivolato dal blu dipinto di blu e dalle nuvole placide e pannose e ritrovatosi inerme, stavolta strisciante, in territorio sconosciuto e nemico. Ribelle tra i ribelli. Ha perduto le ali, non può rialzarsi ma viene comunque aiutato a rimettersi in piedi e infine, come qualsiasi favola infantile che si rispetti, trova pure il tempo di sposarsi. E vissero tutti felici e circensi.
Qui molta bellezza e perfezione nel gesto paradossalmente ammantano e guastano, occludono e anneriscono, consapevolmente, un risvolto debole che si sfalda con un grissino, un vuoto che fa eco. Rimane un grande cartoon d'animazione in carne ed ossa per famiglie. Abbiamo ancora bisogno di virtuosismi, orpelli e svolazzi, di merletti e origami scenici? Forse la risposta è Sì, e non è un gran sollievo. Esci fuori e hai una gran voglia di un panino alla porchetta per ritrovare poesia e mistero.

Tommaso Chimenti 30/10/2016

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