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Who wants to live forever? I Momix

FIRENZE - "Dio ti rispetta quando lavori ma ti ama quando danzi" (Massima Sufi).

Nella divisione tra cosa è "Teatro" e che cosa sia "spettacolo", seguendo la legenda del Maestro Claudienko Morg'Hantieff, certamente i Momix, così come il Cirque du Soleil e gli Stomp, stanno nella seconda categoria.
Chiamalo show, intrattenimento dove i colori, la musica, i costumi esaltano più l'aspetto visivo, cromatico, estetico, spostando il baricentro sugli occhi e sulla "maraviglia" rispetto al pensiero, al cervello. Grandi evoluzioni senza parole, in un susseguirsi senza posa di corpi atletici e ben delineati, perfette sequenze ordinate che denotano grandissimo controllo del fisico ma lasciano insoddisfatti se cerchiamo qualcosa tra le righe.momix2
Tra le righe, nel non detto, in questo “Momix Forever” (nato per festeggiare i trentacinque anni di vita della compagnia), non c'è niente. Una bella solida patina di trucchi e luci poderose che riempiono le retine senza una drammaturgia che ci faccia strada tra costumi, illusionismo, passi e performance fisiche fuori dall’ordinario. La storia, in questa occasione, è semplicemente quella dei Momix, con la loro capacità, qui ridotta all’essenza, di fare spettacolo con una bellezza luminosa che continua certamente a stupire e i grandi temi – cari al gruppo di Pendelton – che ritornano come raffinati refrain - l’uomo e il suo rapporto con la natura, la vita, lo spazio, la luna, gli insetti, solo per citarne alcuni - esaltati da un impianto sonoro di grande impatto e dalla scenografia multimediale necessaria nella creazione delle diverse dimensioni.
momix3La spettacolarità, in “Momix Forever”, passa attraverso quindici coreografie esteticamente perfette, quindici momenti che fermano gli anni trascorsi riportando tutto al presente, quindici frammenti scelti tra le migliori e più famose messe in scena della compagnia - Botanica, Alchemia, Remix, Opus Cactus, Lunar Sea – e alcuni inediti.
Tutto è suggestione, metafora, rimando in questi quadri lievi e distinti, tutto è trasformazione (altro cardine che cuce tutte le coreografie): le tre danzatrici che squarciano le ombre sono leggere eliche, dervisci come trottole lucenti che travolgono il buio, giochi d’infanzia che lentamente si trasformano in mulini a vento; le grandi spugne marine che, seguendo una metamorfosi sensuale e sensoriale, diventano prima struzzi, grandi pennuti colorati e poi ballerine di flamenco; l’uomo che da embrione – il passaggio ci ricorda “Teardrop” dei Massive Attack - diventa quasi un automa. Ma anche gioco di opposti: l’uomo e il suo doppio (la danzatrice che si esibisce nuda su una superficie specchiata) e il rapporto uomo-donna, lo scambio, a volte incontro altre scontro, tra x e y reso grazie a un grande e spettacolare atomo basculante, ci fa pensare su un equilibrio basato solo sulla collaborazione reciproca; gioco di forza: sul finale, i fantocci nelle mani dei danzatori ci rammentano “Le Pulle” di Emma Dante; gioco di fantasia: i cowboy alla Brokeback Mountain; i passaggi fantascientifici sull’umanità con le idee che sembrano sgorgare dalla testa come fasci di luce, moderne futuribili Meduse; i rimandi all’arte moderna e contemporanea da Duchamp (i baffi) a Bosch (i mostri) e Degas (le ballerine).
Una festa pensata a spot, con il sipario che si chiude dopo ogni numero, spezzando ogni possibile empatia, nella quale i Momix rischiarano per lucente bellezza ma difettano, anche se non sarà tra le loro mission principali, nel calore, si esaltano nella sorpresa ma la loro emozione è più che altro cerebrale.

"Le nostre braccia hanno origine dalla schiena perché un tempo erano ali" (Martha Graham).

Giulia Focardi 31/03/2017

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