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L’intramontabile storia di Manon al Teatro dell’Opera di Roma, ovvero quando la danza commuove il pubblico

Siamo davvero liberi di amare? È questa la domanda che attraversa la storia di Manon. È questo il motivo che l’ha resa irresistibile. Intramontabile. Il balletto “Manon”, ideato dal coreografo Kenneth MacMillan e rimontato dai maestri Karl Burnett e Patricia Ruanne, dal 25 al 31 maggio (con Anteprima Giovani il 24) è per la prima volta al Teatro dell’Opera di Roma.

Manon foto insiemeIl sipario si alza e mostra una scenografia essenziale, costituita prevalentemente da brandelli di tessuto lacero sullo sfondo, effetto simil sacco di juta bruciato di Alberto Burri. La scenografia (qui un prestito del Teatro Stanislavsky di Mosca) è firmata Nicholas Georgiadis, collaboratore di fiducia di MacMillan. I toni autunnali molto dicono del clima di decadenza generale, di opulenza corrotta e consunta: i colori rosso-ocra sono quelli della passione, ma anche del fango, dell’infamia e della Louisiana. È una storia di amore e miseria come ce ne sono tante, si pensi a Fantine dei “Miserables” (1862), a Violetta della “Traviata” (1853), a Satine/Nicole Kidman del “Moulin Rouge” (2001). Rispetto ai suoi illustri colleghi, però, la “Manon” dell’Abbé Prévost (1731) ha dalla sua parte la forza della primogenitura e dell’assolutezza. Ripresa e immortalata nei secoli successivi dalle versioni operistiche di Massenet (1884) e Puccini (1893) fino ad approdare al cinema (il pubblico italiano ricorderà lo sceneggiato televisivo con Monica Guerritore del 1976), l’“Histoire du Chevalier des Grieux et de Manon Lescaut” è una storia senza fronzoli, interamente incentrata sul conflitto interiore di Manon, come di ognuno, tra la ricchezza spirituale e la ricchezza materiale. Diamonds Are A Girl’s Bestfriend, o forse no. Eternamente indecisa tra l’amore per De Grieux e l’attrazione per l’agiatezza economica che Monsieur G.M., il pretendente individuato dal fratello, poteva assicurargli, Manon cercherà di avere entrambe ma alla fine le resterà solo l’amore di lui e tra le sue braccia si spegnerà, nelle desolate paludi americane, anni luce lontana dal fasto della Ville Lumière. E come in “Carmen”, è la storia dell’amore totale e totalizzante di lui per lei, che la segue in capo al mondo (fuori di metafora).
Una simile potenza e universalità di passioni trova nel 1974 forma coreografica grazie alla sensibilità e all’estro di Kenneth MacMillan (1929-1992), all’epoca Direttore Artistico del Royal Ballet di Londra. Si era già distinto per i temi scabrosi portati sul palcoscenico (celebre lo scandalo originato dagli espliciti riferimenti a seduzione e violenza in “The Invitation”, 1960) e per la sua personale maniera di plasmare e piegare il linguaggio accademico allo scavo psicologico dei personaggi e alle esigenze di una cocente espressività. "Non ci sono né principi né cigni, ma solo la natura umana, con il meglio e il peggio", afferma Patricia Ruanne. La bacchetta di Martin Yates aumenta il peso specifico di questa produzione romana 2018: è lui, infatti, tra 2008 e 2010 ad occuparsi di un arrangiamento dell’orchestrazione. Il lavoro originale che Lucas Leighton aveva firmato per MacMillan era guidato dall’intenzione di assemblare diversi materiali musicali dell’intera produzione di Massenet e di costruire un’ideale colonna sonora per la storia danzata di Manon che, però, si differenziasse dalla partitura lirica pensata dallo stesso Massenet per la storia di Manon. Missione di Yates, dunque, conferire uniformità e armonia.
La decisione di MacMillan di spostare la cronologia alla fine del Settecento, nella Francia prerivoluzionaria, non è di poco valore. Au contraire. Qui si cela un ulteriore motivo di successo perché è un periodo di crisi che parla a un altro periodo di crisi. E in tempi di crisi, si sa, le emozioni si amplificano. La ricchezza e la generosità del coreografo risiedono nella libertà e responsabilità che viene data agli interpreti di trovare il carattere del proprio personaggio. Ed è proprio all’interpretazione dei ballerini che viene affidata la responsabilità maggiore perché se il livello di difficoltà tecnica della coreografia è molto alto, lo è ancora di più la concentrazione e l’immedesimazione richiesta agli artisti nel loro ruolo. Il linguaggio accademico è pienamente dominato e dispiegato, con citazioni che includono i più grandi balletti del repertorio, da “Giselle” a “Don Chisciotte” passando per la trilogia di Cajkovskij fino a Prokofiev. Nelle scene di insieme l’intonazione popolaresca della musica e le coreografie di gruppo al confine tra la danza e la pantomima ricordano situazioni analoghe del “Don Chisciotte” e la Maîtresse (Alessandra Amato) ha persino atteggiamenti e slanci simili a quelli di Kitri. Quando ci si sposta dallo spazio aperto del cortile agli interni di una festa privata, però, le coreografie di gruppo assumono il brio solenne dei balli a corte per la nascita di Aurora nella “Bella addormentata nel bosco”. A chiusura atto I e a inizio atto II, Manon e Monsieur G.M. (Manuel Paruccini) hanno costumi e movenze simili alla coppia regale della “Bella Addormentata nel Bosco”. Il personaggio di Lescaut (Giacomo Castellana) è ricalcato sulla figura del villain Rothbart: quel mantello nero che lo avvolge come un pipistrello (fine scena I, atto I), quei salti bruschi e nervosi. Il tono irrimediabilmente parodico, poi, nell’atto II quando è ubriaco e instabile alla festa dell’Hôtel particulier di Madame (più simile ad un saloon che alla casa di un privato) gli conferiscono un piglio parodico. Cade e si rialza, come Albrecht e Hillarion nel secondo atto di “Giselle”, ma non danza per la vita. I duetti femminili delle giovani che orbitano intorno agli affari della Maîtresse ricalcano spesso le gag delle sorellastre di Cenerentola”, con sincrono impreciso e cadenzato da dispetti e sgambetti. Con MacMillan le ginocchia si muovono in direzioni apparentemente impensabili, come nei pas de trois tra Manon, G.M. e Lescaut in cui le gambe sono letteralmente usate come leve e MacMillan riesce a rendere poetica persino la meccanica anatomica.
Manon Salvi Cocino prove ManonNel primo pas de deux tra Manon e De Grieux (atto I, scena I) si consuma tutta la storia di Manon, per completezza di gesti e temi musicali presentati. C’è subito abbandono e complicità totale tra i due (Susanna Salvi e Claudio Cocino del secondo cast per l’Anteprima Giovani). I casqué e le prese abbondano. La fiducia reciproca è sottolineata dal fatto che Manon resterà più controllata e distante quando danza in coppia con gli altri personaggi. Ogni Manon ha il suo carattere, effetto voluto dal coreografo, afferma il maestro ripetitore Karl Burnett. “È il regalo di MacMillan”, afferma Eleonora Abbagnato, direttrice del corpo di ballo di Roma che ha fortemente voluto questa produzione e che si alternerà alla prima ballerina Susanna Salvi interpretando Manon nell’ensemble del primo cast. Susanna Salvi è una Manon birichina e sicura, nemmeno per un momento è la ragazza pura e innocente destinata al convento. “È l’attore che danza. Lo sento. È sconvolgente, mi capita di non voler provare la scena tanto è realistica la situazione”, afferma Susanna Salvi commentando la scena dello stupro subito da parte del suo carceriere (scena II, atto III). È di una potenza perturbante, inaspettata nell’algido balletto di tutù bianchi, ma segno coreografico caratterizzante di MacMillan. È portatrice di una malia sconfinata: anche i più piccini, presenti nel pubblico dell’Anteprima Giovani, ammutoliscono, rapiti dalla musica addolorata che accompagnava l’esaurirsi della flame di Manon. Fuggita dal carcere e ricongiuntasi con l’amato, inizia il peregrinare per le paludi della Louisiana. Riaffiorano i ricordi delle difficoltà e delle gioie passate sotto forma di richiamo musicale e di accenno coreografico con i personaggi che attraversano il secondo piano in penombra della scena. Come a comporre una pietà, in cui i ruoli di lui e di lei sono invertiti, Manon muore di stenti tra le braccia di De Grieux. Non c’è speranza per lei, una peccatrice. Solo l’ultima consolazione di un amore puro. L’immaginario e il pensiero di un ballerino subito dopo l’interpretazione rappresentano un universo misterioso, del quale si nutre gran parte del fascino di questa forma artistica, perché prima ancora che essere atleti sono artisti che lavorano con il materiale vivo delle emozioni. E Susanna Salvi artista lo è a pieno titolo: dopo aver portato a commozione il pubblico, all’aprirsi del sipario per gli applausi è lei a presentarsi con il volto rigato di lacrime.

 

Ph. Yasuko Kageyama
Visto il 24/05/2018 in occasione delle Anteprime Giovani (secondo cast).

Alessandra Pratesi
25/05/2018

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