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La “favola” del Don Chisciotte sul palcoscenico dell’Opera di Roma

È un’esplosione di colori il “Don Chisciotte” che apre la nuova stagione del Teatro dell’Opera di Roma. Il balletto, tratto dal romanzo di Miguel de Cervantes, è stato ripreso da Laurent Hilaire che con la compagnia aveva già lavorato per “Le Parc” di Preljocaj e “Serata Nureyev. Il balletto proposto si ispira alla versione originale per l’American Ballet Theatre di Mikhail Baryshnikov ed è prima di tutto, un insieme di tecnica, poesia e rinnovata tradizione.
Sul palco, un’ineccepibile Iana Salenko che torna ad essere Kitri nel Teatro della capitale dopo il 2012; al suo fianco il giovane Isaac Hernández, attualmente lead principal dell’English National Ballet. donchi7
È la passione il sentimento che pervade e invade i tre atti dell’intramontabile balletto, di fatto un must del repertorio mondiale. Siamo di fronte a qualcosa che non “tradisce” le aspettative del pubblico, che assiste a quel “Don Chisciotte” in una rinnovata veste, per niente dissonante con le versioni più “consuete”. Una proposta, quella del TOR ballo, attraverso cui è possibile assistere a una delle possibili -e infinite- evoluzioni del balletto, rintracciando comunque quelle che sono le sue radici. La “crescita” si ritrova prima di tutto nelle ambientazioni e nella scenografia di forte impatto per lo spettatore; Vladimir Radunsky, artista russo ma naturizzato americano, crea un’ambientazione quasi fumettistica, vivace e dalle tinte accese. Stesso accade per la scelta dei costumi: un trionfo di abbondanza e colore che lasciano poco spazio ai tipici tratti spagnoleggianti di questi tre atti alla Petipa. Ma il legame filologico con il balletto, si ritrova nei dettagli appunto, in quelle “rifiniture” che ci riportano esattamente lì, in quel palco comunque inebriato di flamenco, corteggiamenti e sogni di cavalieri erranti. Resiste la rosa rossa tra i capelli di una Kitri in cui a emergere è più una delicatezza alla Lise di Dauberval che la sfrontatezza della gitana, resiste il ventaglio ma bianco come quello della sposa piuttosto che il classico rosso della seduzione. Ancora: restano i tutù piatti (nel secondo e terzo atto), ma niente merletti, gale o pizzi, quanto tutulette che sono come tanti fiori uniti insieme, resta l’Amorino con il monospalla leggero, ma tutto d’oro, dai capelli alle punte, che un po’ richiama la fatina alla “Cendrillon” di Maillot. Piccola trasformazione-nella-tradizione anche per Basilio: è in bianco, anziché in nero e questo restituisce forse più l’immagine di un principe che non quella del seduttore. Si potrebbe davvero dire che abbiamo davanti non soltanto l’epico, il cavalleresco, il picaresco del romanzo di Miguel de Cervantes, ma la favola del Chisciotte.
don chisciotte1Bellissimo, a questo proposito, il secondo atto con le quattordici driadi nel sogno del protagonista, con tante piccole luci a formare le tante stelle che illuminano una notte di leggerezza e incanto.
Fortissima la Salenko nel personaggio di Kitri, perché riesce a combinare una doppia tecnica: quella “teatrale” dal forte piglio interpretativo, nell’atteggiamento e nei particolari come la gestualità del ventaglio (nella variazione finale, per esempio, lo chiude lentamente con la mano, anziché con lo scatto tipico più tradizionale), con le abilità del balletto: impeccabile negli equilibri e, soprattutto, nei giri, in maniera particolare quelli della coda del grand pas de deux finale che il pubblico acclama in una vera e propria standing ovation. Eccezionali le elevazioni del giovane Hernández che resta come sospeso in aria quando salta, senza che si senta il benché minimo rumore alla sua discesa. Tecnicamente molto forti anche i matador e le driadi, sempre all’unisono nelle scene di gruppo. Vincente anche il personaggio affidato a Manuel Parruccini, Gamache (Comacho nel romanzo), estroso e bizzarro ma teatralmente davvero molto efficace.
Insomma, un inizio che è stato un vero e proprio trionfo per questa nuova stagione di balletto dell’Opera di Roma, senza considerare che la sera della Prima, dietro le quinte (e poi in platea), c’era proprio Mikhail Bryshnikov in persona a “supervisionare” il capolavoro che lui stesso compose e più e più volte, interpretò.

Laura Sciortino 21/11/2017

foto: Yasuko Kageyama

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