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Grande ritorno della “Lulu” di Berg al Teatro dell’Opera di Roma

A 49 anni dal suo primo debutto nella capitale viene riproposta a Roma la “Lulu” di Alban Berg, già in scena al Teatro dell’Opera fino al 30 maggio. Si tratta dell'antico dramma che affronta l’ipocrisia della società borghese e i pregiudizi morali e sessuali attraverso la figura di Lulu, una donna dalle mille sfaccettature la cui vita si evolve infelicemente. Punto di forza di questo nuovo allestimento è la moderna regia del noto artista sudafricano William Kentridge. Lulu, rappresentata per la prima volta nel 1937, è uno dei più grandi capolavori del Novecento e dopo ottant’anni dalla sua prima assoluta viene rimessa in scena dalla fondazione capitolina in coproduzione con Metropolitan Opera di New York, De Nationale Opera di Amsterdam e English National Opera di Londra.

A dirigere l’orchestra è il Maestro Alejo Pérez che affronta con coraggio la scelta di riallestire un titolo così impegnativo sul piano musicale. Ma è proprio questa complessità che secondo il giovane direttore può diventare un attrattivo, e non un impedimento, per il pubblico romano, anche per quello più giovane, non avvezzo a opere così lunghe.
Nonostante la sua estrema lunghezza (ben quattro atti), l’opera è una grandiosa sintesi di espressione operistica nella quale si condensano tutte le strutture musicali classiche. Si passa dalla ricchezza di canoni e variazioni a intermezzi brillanti stilisticamente aderenti alla storia che consentono un’agevole rilettura della drammaturgia, come se questa fosse riflessa in uno specchio. Inoltre, quello di Lulu è un ruolo estremamente difficile dal punto di vista vocale, fatto di acuti estremi e parti recitato-cantate che, invece, richiedono una voce più corposa. Una bella sfida per le due principali interpreti che si alterneranno nelle recite, Agneta Eichenholz e Disella Làrusdòttir che saranno affiancate da un cast stellare e dalla partecipazione straordinaria del soprano Jennifer Larmore nel ruolo della contessa Geschwitz.lulu2

Obiettivo del regista è stato individuare un tema all’interno di questa storia d’amore e morte capace di dare una sostanza materiale alla stessa. Per questo Kentridge, famoso per i suoi disegni e le sue ambientazioni cinematografiche, si è concentrato sulla connessione tra i personaggi realmente in scena e le incisioni proiettate sul fondale. L’artista attua questa relazione partendo dai disegni e privilegiando principalmente la forma a inchiostro. Nel libretto originale della “Lulu” si richiede, infatti, un ritratto della protagonista che rimane in scena per tutta la durata dell’opera. Esso viene riprodotto da numerosi fogli su cui gli schizzi d’inchiostro, simboleggianti lo sgorgare del sangue, si combinano tra loro cercando di creare sguardi e atteggiamenti diversi. I fogli, attraverso le proiezioni, possono sparire volando via con una folata di vento o al contrario con movimenti bruschi che equivalgano rispettivamente alle dinamiche musicali più liriche o violente che si alternano continuamente nell’opera.

I ritratti sono il simbolo dell’instabilità dell’oggetto del desiderio, tema fondamentale dell’opera. Lulu non potrà mai essere come i suoi uomini la desiderano e la sua immagine declinerà sempre e inevitabilmente nel conflitto tra ossessione e desiderio. È proprio questa la bellezza dell’opera, questo nesso tra palco e proiezioni, ben in linea con le influenze dell’espressionismo tedesco, tanto care al regista. Lulu è il prototipo affascinante della femme fatale autentica. Non è un personaggio crudele ma un soggetto che s’interroga sulle norme, sul rispetto delle apparenze, delle regole e sulla possibilità di infrangerle. Non si tratta di un’opera surreale ma della ricerca di un equilibrio tra tutti gli elementi scenici con l’obiettivo di creare un’esperienza emotiva che al calare del sipario non può che concludersi con un groppo alla gola.

Roberta Leo 28/05/2017

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