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Giorgio Rossi al Teatro Argentina. La felicità è corpo

Si è aperta lo scorso 13 giugno al Teatro Argentina, la terza edizione della rassegna “Il teatro che danza”, iniziativa del Teatro di Roma articolata in undici appuntamenti con venti spettacoli di dodici diversi coreografi, la peculiarità dei quali risiede nell’ibridazione tra danza e teatro. Un omaggio, dunque, alla tradizione più gloriosa del cosiddetto “teatrodanza”, senza però dimenticare la possibilità di ulteriori slanci creativi.
È stato il coreografo lombardo Giorgio Rossi a inaugurare questa nuova edizione, con la pièce “Sulla felicità”, sorta di lavoro-collage tutto incentrato, tra comicità e divertissement, nell’indagine della condizione d’animo più auspicata da che umanità s’è scoperta umanità. Sullafelicità2

Dieci attori/danzatori interpretano, su un palco dalla scenografia scarna, sorta di limbo o circo desolato, altrettante storie, ognuna con le proprie peculiarità, dallo spessore e dall’intensità diverse. Lo spettacolo procede per sovrapposizione e accostamento di quadri e quadretti, siparietti e sketch, alternando alla recitazione vera e propria momenti di sola danza. E proprio in questa, forse, sta la qualità e il vanto di uno spettacolo la cui scrittura indugia eccessivamente sui frivoli stilemi di una comicità efficace solo a dosi controllate. Giochi di parole prevedibili e già sentiti, una mimica facciale e gestuale dai tratti eccessivi, ridondanti e timbri e toni marcati e ripetuti allo sfinimento sono bombe drammaturgiche che rischiano più d’una volta di scoppiare in mano agli interpreti. Ecco che, invece, a dare la giusta efficacia intervengono quei momenti propriamente coreografici, la cui versatile natura convince appieno lo spettatore. Dalla leggerezza con cui, a passi discreti ma incisivi, sulle note di un pianoforte, si apre lo spettacolo, alla frenesia di gambe e braccia e busti e teste su un rock inaspettato, la scrittura coreografica di Rossi attinge dalle forme di musica e danza più varie.
Oltre a mescolare generi effettivamente diversi, non sembra poi così infondato il sospetto di una immersione nella produzione più recente di un altro grande uomo di danza: Enzo Cosimi e il suo “Estasi” (2016), di cui ritroviamo come elemento scenografico determinante un cavo rosso di un microfono, con cui entrano in relazione quasi tutti gli interpreti.

E se arte chiama arte, a guardare la disposizione e certi movimenti di questi dieci danzattori sembra di sentire l’eco del teatro fisico di Emma Dante, quando, tra teso immobilismo e nervoso marciare, la parola lascia spazio e palco alla potenza espressiva del corpo.

Questa, in fondo, appare essere la risposta più convincente (l’unica?) che si possa dare all’eterna domanda su cosa sia la felicità – agita e espressa, ma mai comunicabile.

Marilisa Pendino e Sacha Piersanti 15/06/2017

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