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Esistono infinite possibilità di salvezza. Il “Disgelo” dell'anima nella danza di Enzo Celli

Succede a tutti, a un certo punto, per volere, casualità o destino, di avere un momentaneo gelo dell'anima; succede che qualcosa, improvvisamente, trascini l'uomo in un oblio fatto di pianti, sconforto e tristezza. L'evoluzione sembra essere fatta solo per le cose materiali, non per l'umanità che invece «commette sempre gli stessi errori». “Disgelo (the gift)” è il racconto di questa amara-ma non del tutto - verità sul palcoscenico del Teatro Golden di Roma. Il coreografo - e fondatore della compagnia - Enzo Celli, mette in scena le diverse, infinite sfumature del dolore, i tormenti che inabissano l'anima impedendole di tornare in superficie.
La coreografia è fatta di tanti momenti e da tanti interpreti. Tutti necessari in questo procedere verso il senso di una verità da rivelare. Celli usa il linguaggio coreografico con la stessa intensità di quello verbale: i movimenti, anche impercettibili, sono riconoscibili, chiari e immediati. Il corpo si ripiega e si richiude in sé, la testa è china, lo sguardo perso, neanche l'accenno di un sorriso per disegnare il ritratto di un vivere fatto dai “toni di grigio”. Il racconto in “Disgelo” procede per quadri, o meglio per momenti che progressivamente mettono a fuoco le motivazioni e i perché di quella corazza che mettiamo addosso quando il cuore si inaridisce.
Il coreografo sembra volerci dire però che esiste, nonostante tutto, un'ancora di salvezza per risvegliarsi da questo torpore, da quel senso di costante indugio che aspetta il cambiamento, un nuovo respiro; usa la metafora dell'acqua per parlare di tutti quei sentimenti che possono condurre chiunque a tante piccole salvezze: dissetarsi dopo l'arsura è come un atto di rinascita. Solo dal contatto con l'altro, da una qualsiasi forma di aiuto è possibile tornare a una nuova condizione umana. Enzo Celli porta infatti fisicamente la bottiglia in palcoscenico e dà da bere ai danzatori. Un atto che diventa simbolico. Con questo gesto sembra voler dire che l'uomo sta all'amore come l'acqua alla vita; il «disgelo» dell'anima avviene perché qualcuno concede all'altro quella “sorsata” di rigenerante ripresa.
Inutile dire che senza la preparazione tecnica dei danzatori, senza l'estro creativo e mai uguale a se stesso del coreografo, forse questo messaggio sarebbe arrivato in maniera meno diretta.
C'è una cura per il dettaglio, per le geometrie che si scompongono per ricomporsi in nuova forma. Gli interpreti sono fisicamente molto diversi, per altezze, colore di capelli, abiti di scena: attraverso la danza su corpi così “variegati”, passa il senso del reale fatto da persone che, in abiti comuni, hanno le proprie distinguibili caratteristiche e propensioni alla sofferenza.
Le linee lunghe e tenute dei ballerini sono il segnale che questa danza, seppur contemporanea, è il surrogato di una preparazione classica in cui le punte sono stese, le posizioni precise e i movimenti carichi di una non scontata intensità. Particolare attenzione è data all'uso dei colori, dagli abiti alle luci con cui si creano giochi di ombre molto suggestive.
Quando il corpo però non basta a dire tutto, la danza si fa da parte per lasciar posto alla voce che si confessa. Il silenzio non è che un atto di autodifesa, un “luogo” rifugio. Celli racconta la sua storia e ci esorta a riflettere su ciò che nel Talmud ebraico anticipa il futuro: «il sabato, per l'idea del riposo, la luce del mattino e il tocco del corpo come un abbraccio, una carezza, un bacio, ovvero tutte quelle cose insomma che sono più facili a rompersi che a conservarsi».
L'aspetto più interessante di questo fenomeno legato al “Disgelo” è che ognuno di noi potrebbe trovarsi nella condizione di aver bisogno di aiuto ma diventare poi l'ancora di salvataggio per qualcun altro.
Uno spettacolo davvero ben fatto, che emoziona e che coinvolge lasciando passare il messaggio che è possibile far parte di una gioia condivisa: basta solo avere il coraggio di aggrapparsi a quella mano per farsi condurre in una danza viva, in quell'atto liberatorio e, perché no, magari proprio in palcoscenico.

Laura Sciortino 16/03/2016

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