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Enzo Cosimi tra estasi e diluvi

"Io ho sete, ho tanta sete. Del mondo così come è non me ne frega un cazzo. L'amore non è niente. L'amore non esiste. Vivere è il contrario di amare e io ve lo dimostro. E io ho bisogno di pubblico, di spettatori e di corpi. Corpi vivi di donne e di uomini. Pieni di sangue. Pieni di vita. Pieni di passione, pieni di virtù, pieni di arte, pieni di piacere, pieni di paradiso”. È la voce del desiderio. Parola che squarcia un palco fatto di abiti, musiche e corpi seminudi e coloratissimi. Sono corpi che si sono intrecciati, che si sono voluti e amati carnalmente, preda del più incontenibile coinvolgimento. In Estasi, secondo lavoro di Enzo Cosimi sulle passioni dell'anima, andato in scena al teatro Kismet di Bari il 12 aprile, il coreografo racconta la natura ambivalente del desiderio, fatto di colore, ma anche di incontenibile dolore. Tali ambivalenze sono ricostruite dal corpo di ballo della Compagnia Enzo Cosimi, costituito da Paola Lattanzi, Elisabetta Di Terlizzi, Daniele Albanese, Alice Raffaelli, Pablo Tapia Leyton, Giulio Santolini, attraverso vari linguaggi. La danza, quella propriamente contemporanea, fatta di canoni, adesione alla terra e oggetti che assumono altri significati, è solo uno di essi. C'è la musica, realizzata dal coreografo stesso, che amplifica e duplica le coreografie in una sorta di controcanto. Spiccano due canzoni: Feel good di Nina Simone, in sottofondo, ma il cui ritornello diventa per i ballerini un mantra da ripetere costantemente, e J t'ame ....moi non plus di J. Birkin e Gainsbourg. Ci sono le arti visive che dominano tutta la prima parte dello spettacolo, rappresentazione di fatto dalla sessualità polimorfa, bella e sfacciata, veicolata attraverso la creazione di immagini ispirate, in particolar modo dalle opere di Ugo Rondinone, fatte del netto contrasto tra colore e tristezza.
Come nel compiersi di un rituale, la performance vira poi decisamente verso il racconto di una forma di desiderio ancora differente, che sempre più va a toccare dinamiche affettive e spirituali, passando anche per la frustrazione. Una composizione di corpi in sofferenza, con una donna sullo sfondo che urla. Sono corpi che però libereranno le loro energie sul finale, frustrando la terra con gli abiti che fino a poco prima trasformavano i loro corpi. Ed eccola l'estasi. La liberazione definitiva del desiderio, nel corpo espresso ed esposto che si fa madre preistorica, il primo movimento dell'arte che incarna in sé quella connessione ancestrale tra carnalità e sacralità, di cui i riti orgiastici erano compimento.
Un tono totalmente diverso ha invece Sopra di me il diluvio, assolo di Paola Lattanzi, per la coreografia di Enzo Cosimi e della stessa Lattanzi, andato in scena a Bari il giorno 13 aprile 2017.
Il suo corpo scarno, ma fortissimo, racconta la storia del nostro tempo e in particolare il rapporto doloroso tra l'Uomo e la NaturaEnzocosimi01 con uno sguardo privilegiato al continente africano. Le musiche di Chris Watson, Petro Loa e Jon Wheeler sono un mix di musica elettronica con i riti africani e l'acqua, creando un'atmosfera che amalgama e fornisce senso, nonché ulteriore significazione a un corpo, quello di Paola Lattanzi che vi si muove sottraendosi alle ritmicità scandite. La scenografia è essenziale, composta di ossa, poltrone rovesciate e un televisione al centro della scena. Le ossa, usate spesso dalla danzatrice come delle clave o cimeli religiosi, battono sulla terra e lei sembra come scoprirle e scoprirne un uso nuovo e diverso, discendente da una dimensione basilare e spirituale di umanità. E allora da un camminare ossessivo sul tacco a spillo ripetendo sempre lo stesso percorso quadrato, incurvandosi, come essendo colpita da energie sconosciute, la danzatrice guadagna una dimensione altra, di tribalità. Ma la sua è una trasformazione passa anche attraverso dolore, soprattutto quando con i divani presenti sulla scena realizza prima un piedistallo, che diventerà una tana per mutarsi sul finale in trincea, da cui uscire per sparare. Triste simbologia di ciò che avviene in numerosissimi posti del continente africano. Ed eccole le ambivalenze: luoghi di una spiccata spiritualità, con riti sciamanici ancestrali che ricostituiscono il rapporto profondo con la natura, ma anche territori vessati dalle più virulente guerre fratricida, riverberate e amplificate dalla televisione presente sulla scena e dai video di Stefano Galanti.
Ancora presente, come nel precedente lavoro, la capacità degli oggetti di mutare i corpi. La danzatrice, sul finale della performance si ricoprirà di umanità attraverso le ossa di cui progressivamente riempirà la superficie del suo corpo, tenute attraverso elastici. Ella trascende la propria sessualità e racconta col suo stesso corpo l'intera umanità, che da una condizione lontana dalla natura, finisce, in un afflato di speranza, per porsi con essa in strettissima connessione.

Milena Tartarelli 19/04/2017

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