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"Dancer" di Steven Cantor: Sergei Polunin tra talento e tormento

Sergei Polunin è talento e tormento, vizio e virtù, genio e sregolatezza, enfant prodige e al tempo stesso enfant terrible: l'ambivalenza della sua personalità e della sua storia emergono con forza nel docufilm "Dancer" di Steven Cantor.
Il regista (candidato al Premio Oscar nel 1994 col cortometraggio "Blood Ties: The Life and Work of Sally Mann") racconta la vita, la carriera, i successi della giovanissima stella della danza, ma anche le cadute, i momenti di sconforto, le scelte sbagliate, le decisioni difficili. Un lavoro durato quattro anni, durante i quali Cantor ha seguito Polunin durante tutti i suoi spostamenti: il film è stato nominato Miglior Documentario ai British Independent Film Awards 2016.
Classe 1989, origini ucraine, alle spalle una famiglia povera ma pronta a tutto per condurlo verso un futuro migliore: la storia di Polunin comincia in una piccola scuola di Cheston, prosegue al Kiev's State Choreographic Institut e si consolida al Royal Ballet School di Londra. La sua ascesa nell'Olimpo della danza è velocissima, brucia tutte le tappe: nel 2010, a soli 19 anni, viene nominato Primo Ballerino. È il più giovane nella storia del Royal Ballet.
Parallelamente a questi grandi successi, però, il danzatore vive momenti di instabilità emotiva che lo portano a mostrare segni sempre più evidenti di malessere. Inizia a fare uso di cocaina, si assenta dallepolunin2 prove, ostenta sui social network il suo stile di vita dissoluto tra feste e alcool, si imbottisce di farmaci e antidolorifici: qualcosa nel suo animo si è spezzato. Quei demoni che aveva sempre cercato di mettere a tacere, quei sensi di colpa legati ai sacrifici imposti alla famiglia per i suoi studi, esplodono in modo violento. E così, stanco delle imposizioni e restrizioni del Royal Ballet, inaspettatamente e scioccando il mondo della danza presenta le sue dimissioni e torna in Ucraina.
A salvarlo e dargli una seconda possibilità è Igor Zelensky, direttore artistico del Teatro Lirico Stanislavsky, che lo assume come Primo Ballerino nella sua compagnia, consegnandolo al successo anche in Russia. Ma i dubbi e i tormenti si ripresentano, di nuovo il suo talento gli appare come un peso più che come un dono. "Perché sono costretto a fare delle cose solo perché sono bravo?". Una volta esaurita del tutto la spinta motivazionale e il piacere di danzare, Polunin decide di congedarsi con un'ultima coreografia, realizzata dal collega e amico di sempre Jade Hale-Christofi sulle note di "Take me to Church" di Hoozier. Il video viene diretto da David LaChapelle e, una volta caricato in rete, diventa subito virale superando 22 milioni di visualizzazioni.
Quello che doveva essere un punto di fine diventa un punto di inizio, una sorta di catarsi, di purificazione per Polunin, che ritrova se stesso e la vera essenza della sua arte. Finalmente capisce come incanalare il suo amore per la danza, come esprimere al meglio se stesso, senza sentirsi in gabbia.
"Dancer" dall'inizio alla fine, con un moto circolare, mette l'accento sul rapporto di Polunin con la sua famiglia: è la chiave di lettura per interpretare la storia di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, di un ballerino sopraffatto dal suo talento quasi soprannaturale, definito dal New York Times "il più dotato della sua generazione". Il film si avvale di interviste a familiari, amici e colleghi del danzatore, moltissimi sono i video girati da sua madre durante l'infanzia e poi ci sono quelli delle sue esibizioni. Sono immagini da cui si evince chiaramente la qualità di movimento e la tecnica del ballerino: sembra non sottostare alle leggi della gravità quando salta, è dotato di potenza, elevazione, controllo, ma più di tutto colpiscono la sua arroganza e sfrontatezza sul palcoscenico. Inoltre, è impossibile non notare la sua fisicità statuaria eppure lontana dai dettami del balletto, con i tatuaggi che gli coprono parte del corpo e che nessun altro danzatore classico aveva mai esibito prima.
La pellicola ci presenta Polunin nella sua luminosa veste di ballerino, ma anche nella sua più buia essenza umana; quella raccontata è una storia di rinascita. "Ho fatto tutto quello che un ballerino possa desiderare. Ora voglio solo una vita normale".

Giuseppina Dente 19/02/2018

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