Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 620

Biennale College Danza 2015: la danza è un flusso di idee e di laboratori a cielo aperto

Il secondo giorno della Biennale College Danza 2015 si articola in maniera davvero allettante fra spazi aperti e chiusi all’insegna della ricerca di diverse partiture nella danza che giungano fino a toccare le basi dei “luoghi comuni”.


La performance proposta da Alessandro Sciarroni – “TURNING_thank you for your love version” – si sostanzia di giochi ipnotici di girotondi su se stesse. L’esplorazione del movimento e dell’equilibrio ego-centrato in uno spazio condiviso avviene attraverso lo stordimento dell’occhio del pubblico. Le braccia seguono o mozzano il giro delle gambe. Velocità alternate e cambi di posizione sul palco delle sei danzatrici esprimono la quasi impossibilità di uno sguardo sinottico.
Le “Esercitazioni ritmiche” di Claudia Castellucci riportano su una scena pubblica, estiva, aperta come Campo Sant’Agnese di Venezia, una ritualità di gruppo concentrica e affascinante per l’operazione di ispessimento delle differenze percepibili fra i danzatori e l’ambiente circostante. I passi leggeri, cadenzati e serrati di questo esercizio di pressione sulle lentezze e sulle regolarità sono supportati da pesanti costumi-uniformi quasi medievali di color marrone e nero. Tali “coperture” spiccano davanti ad un sole radioso, il più radioso della giornata, e ad un arredamento urbano biancastro in vista del quale piccoli passi avanzano indietreggiando sempre un po’. A dire il vero, i danzatori contemplano molto i loro corpi nel loro ergersi dal basso verso l’alto e quando la performance risulta più sfilacciata e meno compatta oppure nell’atto di affidarsi all’aria e ad indefinite superiorità, ecco che si nota più nitidamente la distanza tra il pubblico e la scena. Ovvero la costruzione dello “spettacolare” e del “naturale”. La musica è figa, perforante.
La coreografia di Radhouane El Meddeb ci riporta ad un contatto con l’architettura circostante diverso e davvero teatrale. “Nous serons tous des étrangers” avviene sempre in uno spazio aperto – Campo San Trovaso – ed è una bellissima rappresentazione di percezioni di estraneità, cura del capo guardingo di un corpo che invece si dà più facilmente … Studio sul “NO”, sulla riprovazione, sullo sbirciare e sulle possibilità del biasimo. Spicca la danzatrice volutamente sola con un tacco in scena e con il volto seducente di una marmorea austerità. Il gioco con lo chignon – simbolo della danza classica – si spinge fin quasi allo scioglimento proprio nell’atto della riprovazione. I momenti di raccoglimento e di fuga dall’angolo di gruppo sono entrambi ben costruiti e, in particolare, di grande forza attrattiva risulta essere il contatto tra la danzatrice-protagonista e la danzatrice più bassa con i capelli più rigidamente raccolti: la loro vicinanza si conclude con un elegantissimo colpo di punta – senza sguardo – teso ad inferire l’ultimo rantolo alle membra dell’esile ballerina … Il coagulo di piccole folle ritraenti e spesso di spalle al pubblico rende la coreografia un copione teatrale sull’andirivieni tra diversità ed estraneità. Solo nel finale alcune danzatrici e alcuni danzatori cercano il loro spazio a sedere fra il pubblico. O il conforto di stare dalla parte giusta. La fissità degli occhi nello spostamento dello sguardo nel NO nega la specificità dello sguardo di ognuno di noi che assiste ad uno spettacolo di danza, molto più visibilmente del normale e in una qualche relazione con l’alienazione delle danzatrici di Sciarroni.
Quello che ci ha presentato il coreografo e biologo molecolare Xavier Le Roy con il suo “Excerpts of Low Pieces” è a tutti gli effetti un esperimento psicologico. Da una posizione quasi anti-umanista e secondo la quale saremmo principalmente costituiti da batteri e materiale inorganico, Le Roy ci fa sedere frontalmente alla lunga fila orizzontale di suoi danzatori che accolgono a gambe incrociate per terra e gozzovigliando il pubblico giunto a “fruire di loro”. Le Sale D’Armi presso l’Arsenale di Venezia è un luogo alto, incantevole, austero, temibile, e fa da scenario ad un dialogo al buio totale fra danzatori e spettatori. La conversazione si apre in maniera chiara dichiarando che sarà conclusa dopo 20 minuti al riaccendersi delle luci. Buio, sentire le parole, sentire il luogo. Questo esperimento invita a chiudere gli occhi, fare qualcosa di quotidiano in un contesto innaturale. Seduti, c’è tanto movimento. Sembrano i preliminari di una pomiciata …. E quando uno spettatore chiede: “Ma voi siete stati pagati per fare questo?”, una performer dall’altra parte dice che sì, l’hanno pagata.
Non ci sono contraccettivi all’imbarazzo dell’arte.

Rosa Traversa 02/07/2015

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM