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Al Teatro dell'Opera di Roma, la grande danza dei “Grandi coreografi”

E’ il balletto il vero protagonista di “Grandi Coreografi” al Teatro dell'Opera di Roma. La serata è dedicata al passaggio in rassegna di quattro grandi maestri che hanno animato il Novecento con ormai intramontabili coreografie. La scelta che la direttrice Eleonora Abbagnato ha fatto per il cartellone del Costanzi è tecnicamente molto ambiziosa ma i danzatori hanno saputo ben cimentarsi in questo bel viaggio d'esplorazione nell'ultima danza.
Il sipario si apre su “Serenade”, balletto creato da Balanchine nel 1934 a seguito dei laboratori dell'allora nascente American Ballet School. Le danzatrici indossano quei tutù dal colore delicato la cui leggerezza lascia intravedere le linee precise dei piedi e delle gambe. La firma del grande maestro nato a San Pietroburgo ma adottato dal nuovo continente, si vede proprio in questa costante ricerca di forma: una cura che va dalla mano, fino alla punta del piede e che riesce a ben dosare posizioni precise della danza accademica con lo stile, il pathos, l'eleganza e la rottura dal convenzionale. Chignon e poi capelli sciolti, pirouettes, linee d'insieme d'arabesque, canoni in velocità, virtuosismi di soli o di gruppo, non mancano neanche i pas de deux in questa mezz'ora iniziale. Sulla musica di quell'amato Čajkovskij, si ripropone sul palcoscenico romano (la prima rappresentazione risale al 1953, la seconda al '77), il manifesto del linguaggio neoclassico.
Il secondo momento è dedicato al romantico passo a due di Benjamin Millepied, “Closer”. Eleonora Abbagnato e Florian Magnenet (danzatore dell'Opéra di Parigi) si esibiscono sulle note eseguite dal vivo di Enrica Ruggeri che suona il componimento di Philip Glass dal pianoforte sul palcoscenico. La musica accompagna questo momento di abbandono al sentimento di amore, di due anime che non riescono a staccarsi l'una dall'altra, che si allontano e poi ritornano attratte e più coinvolte di prima. La coreografia è tutta costruita sul senso di un legame, sia fisico che sentimentale: c'è sempre una vicinanza, un contatto di corpi, si balla insieme su quel tacito bisogno di un reciproco conforto. Le luci calde, pacate di Roderick Stewart Murray hanno poi contribuito a restituire quel senso di leggerezza e inconsistenza che appartiene agli amanti.
Nessun accenno ai sentimenti invece in “The vertiginous thrill of exactitude” , ma la precisa definizione di quel genere “decostruzionista”, “postmoderno” e “postclassico” tipico di Forsythe. L'artificio tecnico è il segno distintivo di una danza che si scompone solo per ricomporsi in nuova forma. I tutù geometrici sulle gambe nude delle danzatrici e - a scapito di qualunque superstizione- le tutine viola dei due uomini, esaltano la fisicità dei cinque interpreti. I lavori del coreografo newyorkese richiedono fin troppa perfezione, perché demoliscono dinamiche accademiche di cui però non si può fare a meno. La bella scommessa è stata proprio quella di misurarsi con certe esperienze.
Il ciclo sui grandi coreografi si chiude su Nureyev, su quel regale e maestoso III atto di “Raymonda” dal divertissement di Alexander Glazunov. Il palco è un trionfo di luci, piume e preziosi tutù, nella sala di uno zar, danze di corte e virtuosismi accademici in vero stile Nureyev. La celebre e tanto attesa variazione dello schiaffo è stata ben interpretata da Sara Loro che ha saputo abilmente confrontarsi con un solo di tecnica e sensuale poesia.
La scelta di mettere in piedi questo vero e proprio excursus di coreografi è stata vincente; un modo di pensare alla danza in maniera molto più europea, aprendo i propri orizzonti verso scelte alternative piuttosto che su programmazioni troppo tradizionali. Senza dubbio, il retaggio dell'esperienza a Parigi della direttrice contamina, di buone idee, il palcoscenico della capitale.

Visto al Teatro dell'Opera di Roma il 28 febbraio 2016.

Laura Sciortino 03/03/2016

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