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“A Love supreme”, da Coltrane al duo De Keersmaeker-Sanchis: logiche estemporanee di composizione

«Il mio compito di musicista è trasformare gli schemi tradizionali del jazz, rinnovarli e soprattutto migliorarli» dichiarava John Coltrane.
Si potrebbe – e non per assurdo - modificare solo qualche punto di questa definizione parlando del lavoro di Salva Sanchis e Anne Teresa De Keersmaeker/ Rosas che ha aperto la XXIVa edizione di Fabbrica Europa.

E verrebbe qualcosa del tipo: “il mio compito di coreografo è trasformare gli schemi tradizionali della danza, rinnovarli e soprattutto migliorarli”. Si immagini di prendere due fogli di carta da lucido per trascrivere, su ciascuno di essi, prima la definizione e poi la frase “adattata”: sovrapponendo i fogli, troveremmo perfetta corrispondenza dei significati ma l’incrociarsi, anzi, l’intrecciarsi delle parole “musicista”-“coreografo” e “musica”-“danza”.alovesupreme4
Eccolo “A love supreme”, un lavoro sull’ “adiacenza” tra composizione musicale e coreografica, sulla possibilità di sondare un territorio inesplorato ma accessibile, «trasformando» e «rinnovando» gli «schemi tradizionali» di un linguaggio.
A cinquant’anni dalla morte di Coltrane (17 luglio 1967), Firenze accoglie in Prima Nazionale l’esperienza nata dalla collaborazione della De Keersmaeker con Salva Sanchis e presentata per la prima volta Bruxelles al Kaaitheater lo scorso febbraio.
Dobbiamo distinguere, in una doppia-opera come questa, la parte più immateriale e indefinita da quella logica e razionale. La coreografia, infatti, così come l’«album mistico e spirituale» del ‘65, ruota intorno al numero quattro; quattro sono i danzatori, come quattro sono i movimenti della suite per un quartetto che deve sempre seguire un tempo di 4/4 per restituire il senso di un’ascesa spirituale, ancora, di quattro livelli (la Prima a Fabbrica è stata il 4 maggio, coincidenza? Forse no). In questo si ritrova come una sorta di principio assoluto che tanto il compositore, quanto i coreografi hanno voluto seguire con inviolabile rigore più che con solo riguardo. A questo aspetto perfettamente strutturato si affianca la parte “libera” da vincoli, ovvero l’improvvisazione espressiva. Ciò che realmente accade però è che quest’estemporaneità non è mai abbandonata al caso, ma segue delle logiche che la rendono ordinata e soprattutto entro i confini di una precisa struttura. Ed è proprio in questo ultimo aspetto che si ritrova la “firma” della De Keersmaeker. Il disegno della coreografa alovesupremecanne2riflette quello che è lo spartito di Coltrane; come la musica è fatta di rotture, cambiamenti, brecce, anche la danza è costruita su un’entropia che però non è né disordine né anarchia, ma diversa organizzazione dell’intero sistema. Ogni danzatore porta aventi la propria indagine di movimenti seguendo le note di un preciso strumento, quindi la velocità, il ritmo, l’intensità, violenta o soave, con cui la musica si manifesta. La musica, certo, ma anche il silenzio. Non si può considerare l’assenza del suono come qualcosa che non-è. Il non-vuoto del silenzio è comunque riempito, soprattutto all’inizio, dal movimento di un danzatore il quale esplora, esattamente come sul brano, quelli che sono i suoialovesupremecanne3 possibili sviluppi. Ognuno dei quattro interpreti (tutti uomini), infatti, è autonomo ma mai del tutto svincolato da ciò che accade intorno. Anzi, questa indipendenza sfocia sempre, quasi inevitabilmente, nell’insieme quando torna il tema principale del componimento che li porta a danzare all’unisono. Questo è un aspetto su cui Anne Teresa lavora spesso, una sorta di “conditio sine qua non” il processo di ricerca risulterebbe molto meno efficace. Queste caratteristiche permettono di accostare “A love supreme” a “Vortex Temporum” (Ruhrtriennale, 2013), la coreografia costruita sulle musiche di Gerard Grisey in cui torna il legame tra ciascuno degli interpreti della compagnia Rosas e i sei musicisti che eseguono il componimento.
E invece, verrebbe da chiedersi: se riconosciamo per questi aspetti un certo modus operandi della carismatica De Keersmaeker, dov’è invece Sanchis? Andando a sviscerare gli schemi e l’intreccio tra suoni e movimento, si ritrova tanto la fluidità quanto il senso di forza intesa come vero e proprio impulso tipico dei lavori di Salva. Istinto e determinazione, sono questi i due “assi” intorno ai quali ritroviamo le caratteristiche di elementi perfettamente riconoscibili, in dialogo – e non in competizione – con quelli della De Keersmaeker. Sono gesti, quelli “alla Sanchis”, che hanno come caratteristica quella di spingersi oltre i propri confini, gesti che permettono di approfondire le infinite possibilità dei movimenti e i diversi piani nel quale un corpo può compierli. Non si tratta, infatti, di eseguire delle azioni, ma di un andare verso queste, arrivare al punto di averne coscienza e poi lasciarle andare, ritrovarle o perderle per sempre. Le mani, i piedi e più in generale, tutte le periferie del corpo, secondo queste dinamiche, sembrano come accarezzare l’aria, che assume così una sua consistenza e si fa, inevitabilmente, spazio.
«Ci sono sempre dei suoni nuovi da immaginare, nuovi sentimenti da sperimentare. E c'è la necessità di purificare sempre più questi sentimenti, questi suoni, per arrivare ad immaginare allo stato puro ciò che abbiamo scoperto. In modo da riuscire a vedere con maggior chiarezza ciò che siamo» affermava ancora Coltrane. “A love supreme”, come l’omonima opera, conferma la possibilità di misurarsi sempre con nuove possibilità espressive, creando condizioni per trovare nuove parole a un linguaggio che, spesso, sembra averle esaurite.

Laura Sciortino 08/5/2017

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