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Tra marmo e ruggine: gli Androidèi di Pixelpancho

Ospitata nella piccola e suggestiva Galleria Varsi, situata nel cuore di Roma, la mostra di Pixelpancho ci svela il mondo di un artista che, per il ruolo artistico che assume, indugia velatamente ad un tradizionalismo di genere con questo tipo di esibizione.
Classe '84, di origini torinesi e con una formazione che lo ha spinto in terra spagnola, Pixelpancho affermatosi nel mondo del graffitismo in Europa decide in quest'occasione di mettere su un'esposizione di pitture che raffigurano i cosiddetti Androidèi, una fusione di uomini e dèi che prendono le forme più svariate e allucinate. All'interno della dimensione di un mondo classico decaduto, la Galleria Varsi, attraverso la decorazione dell'ambiente, è riuscita ad ospitare in maniera originale l'opera dell'artista, regalando allo spettatore l'occasione di entrare in una dimensione, lontano dal traffico dietro l'angolo. L'uomo non assume mai una propria forma antropomorfica, come gli dèi non spiccheranno mai il volo, destinati a restare all'interno di una dimensione dimenticata. Suturate maldestramente da fil di ferro arruginito, dalle ferite scoperte sui corpi marmorei emergono gli ingranaggi arruginiti che forse hanno svelato la vera natura degli dèi che da quel momento hanno scoperto la dimenticanza di un uomo che, caduto nelle ruote dentellate della scienza, riesce a spiegare ogni effimero evento naturale. Non esistono più quelle divinità che fanno il bello e il cattivo tempo, che lanciano disgrazie sulle teste degli uomini, che hanno fatto sì che il loro culto facesse emergere templi e città a loro dedicati.
A livello stilistico Pixelpancho sembra ripercorrere un grado della metafisica che reitera gli stilemi di una classicità che nella sua decadenza trova una dimensione terrena attraverso gli occhiali da sole che anni fa De Chirico dipinse sul volto della statua nel suo “Portrait prémonitoire de Guillaume Apollinaire” (1914 ). Così Pixelpancho fa indossare alle sue statue divine gli elmi dei soldati, ricordandoci quello che resta d'ingombrante dell'uomo. Se è di Androidèi che si parla è perché senza l'uomo gli dèi e la guerra non esisterebbero, e Pixelpancho ha generato una riflessione che sembra rispondere in maniera complementare a questa doppia natura esistenziale, umana e divina, che oggi trascende dall'era postmoderna che viviamo.
Attraverso gli allestimenti la Galleria Varsi infonde la rugginosità delle atmosfere con colature ramate che rappresentano la millenaria e strabordante corrosività del tempo. Si calpesta la terra che sparsa sopra i relitti di statue e colonne suggerisce l'idea di un mondo classico scordato e sepolto. Attraverso questo ambiente Pixelpancho con il pennello dell'archeologo sembra aver spolverato via la terra dagli Androidèi emersi.

Emanuela G. Platania 05/03/2016

Foto: Blind Eye Factory

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