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Tra le celebrazioni leonardiane del 2019, in occasione dei cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, la mostra a Palazzo Strozzi, a Firenze, è l’unica a livello internazionale che guarda al giovane Leonardo e alla sua formazione come allievo nella bottega del maestro Andrea del Verrocchio. Dal 9 marzo e fino al 14 luglio 2019, Verrocchio il maestro di Leonardo è la prima retrospettiva dedicata ad Andrea del Verrocchio che celebra una delle figure simbolo del Rinascimento e maestro di Leonardo da Vinci.
Curata da due tra i maggiori esperti del Quattrocento, Francesco Caglioti e Andrea De Marchi, e con una sezione speciale al Museo Nazionale del Bargello, la mostra riunisce capolavori di Verrocchio e degli artisti dell’epoca, a confronto con opere di precursori, contemporanei e discepoli, come Desiderio da Settignano, Domenico del Ghirlandaio, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Bartolomeo della Gatta, Lorenzo di Credi e, infine, Leonardo da Vinci. Essa è dunque centrata su un artista, Verrocchio, ma è al contempo l’affresco di un’intera epoca. Nessuno come Verrocchio, infatti, ha plasmato l’arte di Firenze negli anni di Lorenzo il Magnifico, tra il 1460 e il 1490 circa. Il percorso espositivo si dipana secondo un filo cronologico, radunando i temi e i generi da lui frequentati e rinnovati. Sono oltre 120 le opere tra dipinti, sculture e disegni con prestiti provenienti da oltre settanta tra i più importanti musei e collezioni private del mondo come la Royal Library di Windsor Castle, il Victoria and Albert Museum di Londra, il Metropolitan Museum of Art di New York, la National Gallery of Art di Washington DC, il Musée du Louvre di Parigi, il Rijksmuseum di Amsterdam, le Gallerie degli Uffizi di Firenze. Nella sede del Bargello, dedicata al tema dell’immagine di Cristo, si trovano i bronzi di Verrocchio dell’Incredulità di san Tommaso (1467-1483) per Orsanmichele. Le opere di Leonardo sono quelle degli esordi e sono in tutto sette, alcune delle quali per la prima volta esposte in Italia. Fin dalla prima sala, un confronto tra maestro e allievo si ha nella Dama dal mazzolino (1475 circa) del Bargello posta accanto allo studio di Braccia e mani femminili (1474-1476) di Leonardo da Vinci, concesso in prestito da Sua Maestà la Regina Elisabetta II. La presenza delle mani è l’aspetto più innovativo di questo busto-ritratto in marmo, il primo in cui si siano inserite le braccia: l’opera di Verrocchio diviene modello di riferimento per il suo più grande allievo che negli anni Settanta del Quattrocento lavora nella sua bottega. «Restando a lungo nella bottega di Verrocchio, Leonardo dovette impararvi a modellare benissimo l’argilla», dichiara il professor Caglioti. Come ricorda del resto anche Vasari: «nella sua giovanezza di terra alcune teste di femine che ridono [...], e parimente teste di putti che parevano usciti di mano d’un maestro». Firenze, la Toscana e l’Italia del centro e del nord furono zone subissate per quasi mezzo secolo di busti in terracotta, in stucco e in gesso plasmati da Leonardo e dagli allievi seguaci e rivali di Verrocchio. A tal proposito, importante è l’attribuzione di un nuovo Leonardo: la Madonna col Bambino (1472 circa), scultura in terracotta che per la prima volta esce dalle collezioni del Victoria and Albert Museum di Londra di cui fa parte dal 1858 e dove è solitamente esposta come opera di Antonio Rossellino. L’ultima sezione è dedicata al “piegar de’ panni”, all’esercizio assiduo del disegno nell’arte del panneggio per dipinti e sculture. Qui maestro e allievo catturano su tele di lino l’effetto della luce sui panni, simulato dal vero con stoffe bagnate su manichini. Verrocchio anima le superfici con sapiente uso della luce, in uno studio geometrico delle pieghe, delle masse e in un chiaroscuro quasi d’intarsi, mentre Leonardo in Panneggio di una figura inginocchiata vista di profilo (1470-1475 circa) sfuma vesti, drappi e tessuti. Quello da Verrocchio a Leonardo è l’inizio di un percorso studiato, misurato tra maestro e allievo, orafo e pittore, che conduce a un intreccio profondo e sempre continuo tra scultura e pittura. Verrocchio il maestro di Leonardo è l’inizio di una collaborazione tra Fondazione Palazzo Strozzi, Musei del Bargello e National Gallery of Art di Washington la quale non si esaurirà nella sede fiorentina, ma volerà oltreoceano, a Washington dal 29 settembre 2019 al 2 febbraio 2020.

Elvia Lepore, 12.05.2019

ROMA – Mentre l'esposizione “DREAM. L’arte incontra i sogni" continua al Chiostro del Bramante, lo sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo presenta, insieme alla giornalista Teresa Ciabatti e ai due lettori-attori Angela Baraldi e Alessandro Roja, il suo libro “Le voci del sogno”, edito da La Nave di Teseo. È la raccolta dei racconti di mostra ascoltabili nell'”audioguida non didattica” di DREAM, nati dall'incontro con Natalia De Marco, direttrice artistica del Chiostro, e Danilo Eccher, curatore della mostra.
I testi dell'audioguida sono letti e interpretati da 14 attori italiani, tra cui Carolina Crescentini, Giulia Bevilacqua, Isabella Ferrari, Marco Bocci, Cristiana Capotondi, Brando Pacitto, Matilde De Angelis, Matteo Giuggioli, Giuseppe Maggio, Valeria Solarino, Valentina Cervi, oltre ai due già citati, presenti all'evento, ai quali si è poi aggiunto, a sorpresa, Alessandro Preziosi.

14 storie diverse, 14 io-narranti, 14 identità. 14 racconti che parlano da un posto che non c'è, da un sogno, appunto, che, come tutti i sogni, non si capisce esattamente da dove né quando sia iniziato. Ivan Cotroneo ci spiega di essere cresciuto in una famiglia numerosa, in cui era impossibile avere un momento di privacy: «c'era sempre uno sguardo esterno a dirti “ma che fai, sei ridicolo” quando volevi ballare davanti allo specchio, quando te ne volevi stare per i fatti tuoi». E nel libro si avverte questo sguardo, che l'autore fa suo, questa distanza, questo effetto di straniamento tra quello che sta dentro e quello che sta fuori, tra ciò che si percepisce e l'osservazione di chi percepisce.
«Compresenza» è una parola su cui l'autore pone l'accento, potremmo definirla la parola-chiave per interpretare il libro: accanto alla dimensione realistica ce n'è sempre un'altra «non perfettamente realistica». Come se i luoghi contenessero, in compresenza, tutte le storie che lì sono state scritte. Come se vivessimo sempre, oltre che nello spazio fisico e concreto, in uno «spazio altro», onirico, indefinibile. L'idea del libro dopotutto nasce proprio da un episodio realmente vissuto dallo scrittore, quando, a vent'anni, attraversando Piazza Mercato a Napoli, la sua città, ha sentito delle presenze intorno a sé, e ha iniziato ad ascoltare le loro storie, quelle che hanno poi preso corpo ne “Le voci del sogno”.Le voci del Sogno
Ivan Cotroneo sceglie di far leggere il racconto dell'ingresso nel mondo del sogno, ad Alessandro Roja. «Troppe le stelle, troppi gli impegni, troppe le cose fatte e da fare». L'io che narra alza gli occhi, ammira l'enorme cielo stellato, e pensa che è una conquista, ma anche un enorme peso da caricarsi sulle spalle.
È poi il turno di Angela Baraldi, cantante e attrice dalla voce ipnotica, già prodotta da Lucio Dalla e protagonista del film di Gabriele Salvatores “Quo Vadis, baby?” (2004). A lei Cotroneo decide invece di affidare la stanza della vertigine: «non puoi uscire da questo labirinto senza prima esserti perso». Un invito a perdersi per ritrovarsi, a perdere il senso e la logica, ad avere paura della vertigine, o che tutto ci caschi addosso, per essere noi stessi vertigine e labirinto.

Come già accennato, Alessandro Preziosi, che fa parte anche lui dei 14 lettori di DREAM, ha fatto la sua comparsa inaspettata nella seconda parte della presentazione, cogliendo l'occasione per leggerci un estratto del libro. «Le mie mani sanno solo tessere e perdersi nei fili, per creare. Così, ti ho scritto una strada, una terra e un paese e invece che ad una lettera, ho affidato il mio amore ai colori e alla materia, ho usato le mie notti per cercare di essere Dio per te»: un pezzo mozzafiato, uno stile meditativo e intimista, una sensibilità e serenità che Preziosi paragona alla poesia di Fernando Pessoa perché, dice, ci aiuta a «leccarci le ferite». In Cotroneo ci sembra di ritrovare, in effetti, quella «febbre di sentire», quel fermento dell'immaginazione che sono stati propri di Pessoa al di là di ogni tipo di eteronimo.

È così attraente l'idea di affiancare a una mostra contemporanea una lettura in audio-guida che non spiega, ma offre una suggestione che completa la mostra, che ne diventa parte integrante, ponendosi in dialogo con essa. Prodigi dell'era contemporanea – l'era del post e della contaminazione, delle arti che si attraversano l'una con l'altra e creano meraviglie. E ci sentiamo di affermare che anche “Le voci del sogno” sia un prodigio, l'opportunità per stupirsi. Da afferrare in libreria, su Amazon o IBS.

Sara Marrone, 14/02/2019

Le file. Chiunque sia abituato a seguire Zerocalcare, in arte Michele Rech, come fan casuale o appassionato sostenitore della prima ora, sa che le file sono un corredo fisiologico di qualsiasi manifestazione a cui il fumettista romano partecipa. Tredici ore di attesa per ottenere l’agognato disegnetto sulla propria copia di “Dimentica il mio nome” sono un episodio entrato nell’aneddotica della storia del fumetto italiano ma soprattutto una pietra di paragone con cui misurare un successo esploso nel corso degli ultimi anni, che non conosce battute d’arresto.

Per questo non c’era da stupirsi che anche sabato 10 novembre al MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI Secolo le file fossero co-protagoniste di rilievo insieme all’inaugurazione dell’esposizione su Zerocalcare. File per l’incontro moderato da Marco Damilani fra il fumettista e il fotografo Paolo Pellegrin – anche lui presente negli spazi museali con una mostra fotografica. File per i biglietti, ovviamente, ma anche per guadagnare l’ingresso dello Spazio Extra MAXXI. Spazio in cui, fino al 10 marzo 2019, i visitatori potranno ammirare strisce inedite, tavole originali, poster, cover di dischi, pagine di Moleskine realizzate da Zerocalcare in un lungo percorso artistico che si snoda a partire dai suoi diciassette anni e che, dopo altrettanto tempo, porta a opere come “Macerie Prime – Sei mesi dopo”. MostraZerocalcare 2

La mostra si presenta divisa in quattro aree tematiche: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze, Non Fiction. Prima di arrivare all’openspace che accoglie queste sezioni – divise da muri dagli orli tondeggianti, che richiamano la corazza dell’Amico Armadillo, coscienza di Zerocalcare – tocca attraversare una tromba delle scale, dove due elementi accolgono il visitatore. Si tratta di una replica del murale del mammut, che campeggia all’uscita della Metro B di Rebibbia, e della biografia del fumettista romano, che si inerpica lungo i muri fino al piano superiore. E già qui si nota il forte taglio politico (perché, per dirla con le parole del contributo video di Marco Damilano all’interno della mostra “sappiamo tutti qual è l’orientamento politico di Zerocalcare”) della mostra.

Zerocalcare, ancora una volta, approfitta della sua arte e della sua capacità di toccare i cuori di tanti, indipendentemente dalla generazione d’appartenenza, per parlare d’altro. Non di se stesso ma dei temi che più gli sono cari: ogni tappa della sua vita, personale e artistica, si intreccia con un evento che ha interessato la vita, sociale e politica, del Paese. E così, i diciassette anni sono l’occasione per parlare dell’evento traumatico del G8 di Genova. I primi passi nel mondo del fumetto autoprodotto corrono paralleli al problema, sempre più grave ma sempre meno raccontato dai giornali, delle rappresaglie fasciste contro gli esponenti dell’universo antifascista e dei centri sociali.

E questo rimando costante alla realtà che lo circonda, pur partendo quasi sempre da esperienze autobiografiche, è uno dei due punti forti di una mostra che offre prospettive anche nuove sul lavoro che c’è dietro il successo di Zerocalcare: al visitatore sono offerti contenuti video, la possibilità di sfogliare tutti i fumetti che l’artista ha pubblicato con la casa editrice BAO – in un sodalizio che dura ormai da sette anni – tavole inedite, ripescate dall’archivio personale del fumettista, ma quello che colpisce è altro.

MostraZerocalcare 3Prima di tutto gli onnipresenti e irrinunciabili disegnetti: vergati a pennarello sui pannelli della mostra, come ironiche note a piè pagina, riportano la voce personale di Zerocalcare a tutti i presenti, illustrando le ragioni dietro alcune scelte espositive (“Oh questa è una selezione di tavole, non sono tutte consecutive. Quindi se non capite non è perché so’ una pippa e neanche perché c’avete avuto un ictus voi. È normale” esclama in una di queste didascalie) o le polemiche dietro una vignetta disegnata a diciassette anni.

E poi ci sono i visitatori.

Per capire fino in fondo la presa che Zerocalcare ha sull’immaginario collettivo, tocca voltarsi, di tanto in tanto, e seguire il rumore degli improvvisi scoppi di risa o il movimento con cui tante persone si accovacciano, per continuare a leggere uno dei fumetti esposti. E non si tratta di una curiosità che colpisce solo gli inediti: l’attenzione e l’ilarità si scatenano persino per le tavole disponibili sul blog di Zerocalcare, già lette e condivise, e che pure continuano a catturare la curiosità di chi passa. Sta tutta lì la testimonianza di quanto sia vivo il percorso di una mostra i cui contenuti riescono a parlare a tanti, toccando le corde più contradditorie – in quel mix di risate e improvvisa e tremenda serietà a cui la narrazione del fumettista romano ci aveva già abituato fin dai tempi de “La profezia dell’Armadillo”.

Scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli” è un’esposizione che già nel titolo si porta impresse le sue tematiche: la narrazione di un percorso artistico compless e in cui nulla è mai stato dato per scontato, certo. Ma anche la proiezione, su tavola, dei tormenti non del solo Michele Rech, l’uomo dietro Zerocalcare, ma di tutta la comunità che lo circonda e in cui si muove. Una riflessione sul mondo da cui proveniamo e quello in cui stiamo sprofondando, una palude in cui si scavano fossati per proteggersi dal “diverso” e ci si lascia affascinare dal sorriso squamoso dei coccodrilli.

È un’esposizione importante, che non scade mai nell’autocelebrazione, ma semplicemente mostra una storia che è assieme autobiografica e collettiva, come lo sono tutte le vicende che Zerocalcare racconta – un autore da cui non si può prescindere, se si vogliono cogliere importanti sfaccettature della società italiana contemporanea.

Di Ilaria Vigorito, 11/11/2018

Fino al 6 gennaio 2019, in mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma, Roma Fumettara, curata dalla Scuola Romana dei Fumetti in occasione dell’anniversario dei propri 25 anni d’età. La SRF nasce nel 1993 da un gruppo d’autori romani, sceneggiatori e disegnatori, e svolge da allora un importante ruolo nel campo della formazione, della promozione culturale e della produzione editoriale.
Con il tempo, al gruppo iniziale, si sono aggiunti molti ex allievi affermatisi nel campo del fumetto, dell’animazione del cinema e dei videogiochi. Si sono così mescolate generazioni, stili e professioni, e sono nati progetti di rilievo come “I Grandi Miti greci a Fumetti di Luciano De Crescenzo” (Mondadori/De Agostini) e il cartone animato “Ulisse il mio nome è Nessuno” (RAI 2), vincitore del premio Kineo/Diamanti al Festival del cinema di Venezia nel 2012.
Nella mostra a ingresso gratuito sono esposte opere di autori, docenti o ex allievi della Scuola Romana dei Fumetti, ognuno con la sua personale visione della città eterna. È possibile ammirare lavori di Massimo Rotundo (Tex), Stefano Caselli (Marvel), Marco Gervasio (su Topolino, autore di Fantomius e PaperTotti), Eugenio Sicomoro (Bonelli, Glenàt, Dupuis), Arianna Rea (Disney America, Tunué), Simone Gabrielli (Glénat e Bonelli), Maurizio Di Vincenzo (Dylan Dog), Lorenzo “LRNZ” Ceccotti (Bao Publishing), Riccardo Federici (DC Comics).
Questo solo per citare qualche nome, da una lista di grande quantità e qualità. Ogni autore sarà il tassello di un ricco mosaico che rappresenta non solo una città, ma un percorso nel tempo e nello spazio, in un luogo di nascita e maturità artistica. “Roma Fumettara” è il racconto appassionato della capitale e allo stesso tempo della Scuola Romana dei Fumetti, che nella città trova, oggi come nel 1993, espressione ideale della propria identità. In una parola: casa.

Andrea Giovalè
9/11/2018

In principio fu la Computer Graphics Division della Lucasfilm (all’epoca al lavoro ance su “Star Wars”). Poi, nel 1986, la Pixar si costituì software house indipendente – e fra i membri fondatori c’era anche un certo Steve Jobs, che si era appena licenziato dalla Apple. Dopo cominciò un lungo percorso, inizialmente accidentato – come in tutte le storie di formazione che si rispettino – in un mercato in cui le imprese dell’industria audiovisiva digitali nascevano e morivano in un battito di ciglia o quasi. C’era, anche, tanta voglia di innovare e una creatività fuori dai canoni tradizionali alla base di quest’azienda, che appena dieci anni dopo avrebbe portato nei cinema, grazie a una collaborazione con la Disney, “Toy Story”.

Da lì inizia la storia che il grande pubblico conosce bene, la storia dell’animazione digitale su grande schermo, composta di film dalla qualità tanto elevata da meritarsi persino candidature agli Oscar. “Pixar: 30 anni di animazione”, però, parte dal principio. Da “The Adventures of André and Wally B.”, primo cortometraggio realizzato nel 1984 da quel John Lasseter che tanta parte avrà nella vita della bottega di animazione digitale più famosa del mondo. IMG 20181031 115718

La mostra, ospitata a Palazzo delle Esposizioni a Roma fino al 20 gennaio 2019, ripercorre così le varie tappe dello sviluppo e del successo della Pixar, correndo su due percorsi paralleli: quello dedicato ai concept originari dietro ogni film prodotto dalla multinazionale di Emeryville; quello tematico, che affronta, sala per sala, un aspetto tecnico e artistico differente dietro la creazione di un lungometraggio animato Pixar.

La mostra non si limita, infatti, a essere uno showcase di bozzetti, illustrazioni e riproduzioni in resina di personaggi e panorami, ormai entrati nell’immaginario collettivo del visitatore. E non è nemmeno un depliant propagandistico dei valori dei Pixar Animation Studios. Certo, la filosofia dell’azienda è presente in tutte le didascali, i pannelli e nell’assetto della mostra, che però si rivela molto di più. È un viaggio a tutto tondo, prima di tutto nelle tecniche digitali sviluppate per la realizzazione dei più semplici corti animati iniziali e poi di storie così ambiziose, da richiedere algoritmi appositi, per ricreare realisticamente l’effetto di movimento del pelo lucido di un orsetto di pezza come il Lotso di “Toy Story 3”.

A disposizione dei visitatori non c’è solo una serie di date – la storia della nascita e dello sviluppo degli Studios occupa una sala a sé stante – ma tutto il modus operandi dietro la creazione di un film Pixar. Si parte dalla triade “Storia – Personaggi – Mondo”, che ogni membro del team creativo deve tener presente come unica linea guida, potendo poi esplorare in totale libertà ogni versione possibile della storia da raccontare, prima di giungere a un concept condiviso. C’è la “credibilità”, quella coerenza interna fatta di regole proprie di cui bisogna tener conto, se si vuole offrire al pubblico una storia convincente. C’è il passaggio dal bozzetto alla scultura al modello in 3D per la creazione dei personaggi definitivi – una gestazione che tocca più arti e più competenze contemporaneamente.

IMG 20181031 120952 C’è poi tutto l’aspetto strettamente tecnico della creazione di uno storyboard e della trasformazione di quello storyboard in suoni, colori, emozioni e in una base convincente per un lungo processo di animazione e ripulitura, che solo software messi a punto ad hoc possono permettere di realizzare – la Pixar, ai suoi esordi, brevettò Renderman®, ad oggi il software più utilizzato a Hollywood per il rendering delle scene animate in digitale.

Non mancano, ovviamente, i contributi filmati: dai primissimi cortometraggi in un’animazione 3D che per l’epoca era rivoluzionaria a chicche artistiche molto ricercate. Come lo Zootropio di Toy Story, sorta di lanterna cinese 2.0, che si rifà a uno zootropio tridimensionale de “Il mio vicino Totoro”, messo appunto dagli amici della Pixar per il Museo Ghibli di Mikitaka, a Tokyo. Qui è stato riadattato per mostrare come funziona l’animazione frame per frame, ricorrendo a delle sculture poste su piattaforme girevoli, invece che ai fotogrammi disegnati. E come l’Artscape: questo video, per la regia di Andrew Jimenez, prende il visitatore per mano e lo trasporta in un’esperienza visivamente immersiva all’interno di dipinti tradizionali, che vengono esplorati attraverso un movimento tridimensionale simulato e che raccontano i momenti salienti di ogni lungometraggio realizzato dai Pixar Studios fino a “Toy Story 3”.

Pixar: 30 anni di animazione” si rivela così un’attrazione coloratissima per i bambini, sicuramente, ma soprattutto un’occasione per appassionati e addetti ai lavori di esplorare il dietro le quinte di un mondo complesso. Troppo spesso ci si convince che chi lavora nel mondo dell’animazione produca sogni bellissimi, frutto di un’ispirazione momentanea. Questa mostra prova, invece, quanto lavoro e quanto metodo esista persino dietro un semplice cortometraggio. Un’esperienza arricchente e alla portata di tutti, anche dei fan, semplicemente curiosi di scoprire cosa si nasconde dietro quei film che hanno segnato la loro infanzia.

Di Ilaria Vigorito, 31/10/2018

«Il futuro dell’arte sta nel viso di una donna» affermava un giovane Amedeo Modigliani appena giunto a Parigi, semi sconosciuto e in polemica con un certo Pablo Picasso nel pieno del suo periodo cubista. È la stessa voce dell’artista che accoglie i visitatori della mostra Modigliani Opera, allestita nelle sale della Reggia di Caserta, dove sarà presente fino al 31 ottobre. Organizzata dalla Fondazione Amedeo Modigliani in collaborazione con ETT e Space, la mostra prevede un percorso articolato in 4 sale: una piccola arena con schermo a 360° in cui assistere ad un docu-film sui principali avvenimenti della vita di Modigliani, raccontati dall’artista e dai personaggi a lui più vicini; una seconda sala con ologrammi in 4K degli stessi personaggi che approfondiscono ulteriori aspetti della storia dell’artista; una terza fase in cui assumere il punto di vista di Modigliani tramite visori VR, e infine un laboratorio didattico con intervista a Carlo Pepi, storico dell’arte e collezionista noto per aver smascherato un gran numero di falsi Modigliani. Modigliani 2
La scaletta della mostra multimediale prevede l’approfondimento di alcuni momenti fondamentali della vita di Modì: l’infanzia nella campagna toscana, lo sviluppo della tubercolosi, il tour che tocca Napoli, Pompei, Capri, Roma e Firenze; e poi il periodo veneziano, quello parigino, l’amore per Jeanne Hébuterne, la morte, ma soprattutto la fama postuma. Particolare enfasi, infatti, viene posta sulla vendita all’asta da Christie’s, New York, del celebre “Nu couché” del 1917-18 per 170 milioni di dollari nel 2015, mentre è di pochi giorni fa la notizia della vendita di un altro nudo dell’artista italiano, il “Nu couché (sur le côté gauche)”, battuto all’asta da Sotheby’s per 157 milioni di dollari. Di strada, dunque, ne ha fatta molta l’artista livornese, che dopo aver frequentato la “Scuola libera di nudo” di Firenze e l’Accademia per le Belle Arti di Venezia, si trasferì in una Parigi al tempo punto di riferimento per le avanguardie. Minato dalla tubercolosi ed emotivamente fragile, Modigliani piombò nelle scintillanti serate parigine in un vortice di alcol e droghe, respirò il clima di esaltazione di quegli anni, incontrò artisti e mecenati. «Amedeo usava i colori che gli parevano a lui; vedeva il mondo diverso da noi» diceva di lui Guglielmo Micheli, suo maestro livornese, mentre Modì era solamente cosciente della sua necessità di dipingere i volti – soprattutto femminili – per coglierne e possederne l’anima. Il suo senso classico della forma si mescola alla sua passione per la scultura e all’amore per l’arte egiziana scoperta a Parigi: le donne da lui dipinte presentano spesso colli troppo lunghi e seni troppo sferici, non con l’intento di alterare la realtà quanto per nobilitarla accentuandone gli aspetti geometrici, mentre la durezza dell’intaglio della pietra si riflette nei contorni dei suoi dipinti.  

Modigliani 3


L’exhibition Modigliani Opera intende inserirsi nel panorama degli allestimenti temporanei e delle mostre emozionali con forte connotazione spettacolare, in cui lo spettatore non sia coinvolto esclusivamente dal punto di vista dell’osservazione ma sia reso completamente partecipe del percorso espositivo. E nonostante il connubio di cinema e teatro, animazioni 2D e 3D, proiezioni e realtà virtuale, resta la sensazione – per non dire la certezza – che lo schermo non riesca a sostituire la visione dell’opera dal vivo e tutto ciò che essa trasmette.

Pasquale Pota  05/06/2018

«Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra».

Nel libro della Genesi si racconta che gli abitanti del Sennaar (in Mesopotamia) decisero di costruire una città e una torre altissima, per arrivare fino al cielo, peccando di superbia ed orgoglio. Dio per punirli confuse le loro lingue, le loro idee, le loro intenzioni, così da interrompere il progetto e causare la dispersione di quelle genti, facendole piombare nel caos.

La mostra “Babele” di Gloria Argelés nulla ha a che vedere con la città biblica, ma punta il suo focus proprio sui concetti di ‘caos’ e ‘disagio’: nell’iconografia dell’artista la torre è il simbolo della dispersione del potere, della svalutazione dell’identità, della caduta delle certezze, della frammentazione del pensiero e della supremazia dell’instabilità. Tutte caratteristiche, queste, della moderna società contemporanea.

Tanti sono i riferimenti alla storia recente, come l’attacco terroristico alle Twin Towers e la dittatura militare in Argentina, ma anche i personaggi che hanno influito sul pensiero novecentesco. Cinque sono quelliBabele Gloria Argeles oggetto di altrettante installazioni: Mahatma Gandhi, Mao Tze-tung, Sigmund Freud, Hannah Arendt e Karl Marx. Sono tutte realizzate in rete metallica, con proiezione della loro ombra contro la parete retrostante. È un’installazione di ombre e rete metallica anche quella raffigurante la torre di Babele, che dà il titolo alla mostra, e la scultura HOmbre.

Accanto a questo materiale Gloria Argelés utilizza anche il legno e la carta. I disegni della Argelés sono essenziali e stilizzati, ritornano più volte elementi che rimandano alla solitudine (figure di spalle), alla tragedia (Torri Gemelle in fiamme, un uomo in caduta libera nel vuoto), alla guerra (sagome in fuga). Invece è una scultura lignea Walking around, in cui la Argelés raffigura una donna il cui corpo non è unitario bensì destrutturata in cubi. Non ci sono certezze, nemmeno nella materia, nemmeno nel corpo e alla precarietà non c'è rimedio. La riflessione è proprio su questa instabilità e su questo disordine

La raffinata artista di Cordoba classe 1940 nelle 30 opere esposte in "Babele" (realizzate tra il 2000 e il 2018) vuole porre l'accento sulla condizione umana moderna, sugli elementi di disagio che caratterizzano la contemporaneità, in cui tanti orrori si sono susseguiti. Lei in primis ha vissuto la terribile esperienza di dover lasciare la propria terra, l'Argentina: fuggì a causa della dittatura di Leopoldo Fortunato Galtieri, generale già coinvolto nel colpo di stato del 1976. Il suo mondo d'origine Gloria Argelesdivenne, appunto, una Babele caotica e senza più equilibri, fornendole un amaro spunto di riflessione sfociato poi in una parte della sua produzione. 

Scrive lo storico e critico d'arte Enrico Crispolti: «La novità che caratterizza questa nuova personale di Gloria Argelés ritengo consista proprio nella proposizione di una nuova prospettiva di scala comunicativa ambientale delle sue impalpabili ma inquietanti recenti costruzioni plastiche d’ombra». 

Giuseppina Dente 05/05/2018

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