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CASTIGLIONCELLO – Il Castello Pasquini rimane sempre baluardo, sta imperioso sulla collina con i merli a creare ombre, a prendere il vento, con il dragone di rame sull'angolo a scandagliare il mare. La sera una grande proiezione illumina con scritte e logo il lato b della struttura finto medievale e dalla pineta la visione è estiva, festivaliera, frizzante e nostalgica insieme. Rimane nell'aria quella polvere di stelle di non-detto, ai margini di un bosco da favola dove perdersi tra rami e siepi, dove pungersi, dove diventare grandi. Il clima è sereno, e non parlo di quello meteorologico, l'atmosfera pacata: una delle più belle edizioni degli ultimi anni di “Inequilibrio” (ancora per la direzione della ditta Fumarola-Masi), più matura, con artisti consolidati, scelte curate, grande attenzione, molte proposte quotidiane, parole di senso. Le ore passano placide a Castiglioncello tra un tuffo dal cemento e una passeggiata lungo mare, tra le bancarelle di libri scontati, qualche pittore che tratteggia la sua tela, un gelato rischiaratore, le panchine che gettano l'occhio agli scogli, qualche vela che solca i riflessi al largo. C'è un'aria d'antan che non stona affatto, basta coglierla, accoglierla, respirarla nei passi attenuati, in questo andamento lento che ci spinge, assolati, qui dove tutto scorre uguale a se stesso, dove la sua ricchezza sta proprio in questo immobilismo che rassicura, che ristora, che conforta.Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-8.jpg

Lentezza e stallo, cappa e indolenza che abbiamo riscontrato nel toccante “Bella Bestia” (prod. Officine della Cultura, sostegno di Armunia e Kilowatt) dove, fin dal titolo, si gioca ossimoricamente tra due caratteri che tentano di affossarsi a vicenda, già sprofondati nelle loro grame vicende personali senza trovare un appiglio per salvarsi, una mano alla quale aggrapparsi per tornare a boccheggiare in superficie. Due attrici (cariche, dense, riescono a toccare gli organi interni in un'altalena di up & down) che si incastrano alla perfezione, Francesca Sarteanesi, che fa della freddezza diretta uno stile che taglia a fette la scena, e Luisa Bosi, cinicamente tenace, pugnace che va dritta al punto. Donne con la d maiuscola. Dentro questo interno cupo, pare un inverno del nostro scontento, e ovattato in un cotone doloroso e dolorante, grondante miserie e recriminazioni, escluse, emarginate o autorecluse, l'ansia e il malessere la fanno da padrone autoalimentando le paure dell'una e la sfrontata verità schiaffata in faccia dell'altra.

Hanno talmente tanti timori che lì dentro, almeno lì dentro, loro sconfitta e unico recinto dove poter essere libere, possono sfogarsi per rimanere ancorate, senza possibilità di redenzione o vendetta o rilancio o reazione, alle se stesse che conoscono, nella sofferenza accertata, nel disagio conclamato, assediate da statue di dobermann (ad ogni buio aumentano, quasi fosse la sequenza di Fibonacci) che, impassibili, le guardano, non sapendo se sono lì per proteggerle oppure per non farle uscire dal loro guscio che magistralmente si sono costruite a forza di fango e silenzi, di attese e treni perduti. Da un lato un male depressivo a confronto, in contrasto con un male inequivocabile dettato da cartelle cliniche e radiografie: Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-17-1200x800.jpgqual è il più forte, il più vero, il più compassionevole? Quale quello che realmente ha più diritto di cittadinanza e di espressione? I giochi dell'immedesimazione dell'una per esorcizzare scene e personaggi della vita dell'altra sono al tempo stesso spassosi e lancinanti. Due interpreti beckettiane (hanno abiti a fiori ma appassiti; ci ha ricordato i testi di Armando Pirozzi) con inserti reali di chat vocali esilaranti e ridicole che ci portano sul terreno di che cosa cerchiamo nelle nostre solitudini fatte di tastiere e di sesso come antidoto all'infelicità. Il comico del tragico, il dramma del sorriso inopportuno: “Io ho un tumore”, “Io invece ho una cena” si lanciano. Siamo tutti troppo tesi ad ascoltarci che non sentiamo più gli altri: “Non è una questione di tempo. E' una questione di tempo perso”. L'indifferenza disperata le ha frastornate, irrigidite, trasformate, colpite, inginocchiate; la triste e cruda verità sbattuta come uno schiaffo può essere antidoto o annientamento: la bestia, fintamente bella solo quando ti assuefai al suo morso, è sempre lì in agguato: teatro che scuote.

Se l'insoddisfazione prende alla gola come ossigeno che manca forse non è il caso di cambiare situazione o città o Stato ma proprio pianeta, anche se, nella maggior parte dei casi i guai continuano a (in)seguirci perché ce li portiamo dentro come ferite o cicatrici. ph-Francesco-Tassara-2436.jpgLa soluzione, fallace ed errata, potrebbe essere “Vieni su Marte” (prod. VQM, Gli Scarti, sostegno Officina Teatro, Kilowatt, Asini Bardasci, 20Chiavi, Mibact, Siae), un invito per cercare quel cambiamento che non è stato possibile affrontare nella nostra esistenza terrena e dove abbiamo finora fallito sul globo terracqueo forse sarà possibile centrare l'obbiettivo della conquista della felicità sopra un altro corpo celeste. L'idea, magistralmente teatralmente messa in scena dai Vico Quarto Mazzini (lontani dal non fortunato “Little Europa”), parte dal progetto reale di costruire una colonia permanente su Marte. Chi voleva poteva spedire un video di presentazione ed elencare le sue qualità, propensioni e ambizioni per essere scelti per andare a vivere e procreare sul pianeta rosso. Arrivarono oltre 200 mila candidature che intermezzano la narrazione dei VQM fatta di quadri tanto angoscianti quanto grotteschi, tanto divertenti quanto iperbolici, quadri dove Michele Altamura e Gabriele Paolocà, straordinari interpreti con grinta da vendere, dietro un velatino angosciante, si trasformano in psichiatra Vieni-su-marte-ph-Francesco-Tassara-2668-1160x773.jpgnapoletano e concreto e marziano dolcissimo, aulico e poetico “dipingendo stelle”, in due bifolchi razzisti, in un professore precario mandato ad insegnare ai figli dei muratori che stanno costruendo come forsennati case ed edifici per la colonizzazione di Marte. La voglia di fuga declinata in più sfaccettate versioni, uno spettacolo necessario per capirci meglio, per frugare la nostra paura della morte, per scovare il nostro germe che ci fa pensare al passato per migliorare il nostro futuro non riuscendo a vivere serenamente il presente con la costante spada di Damocle sul collo della fine, più o meno imminente: teatro di qualità.

E dopo la disperazione e l'insoddisfazione ecco l'incomprensione eclatante e abbagliante nel confronto genitori-figli che esplode in tutta la sua violenza nel “Padre nostro” (prod. Babilonia, Corte Ospitale, Operaestate Veneto) dei Babilonia Teatri andato in scena in mezzo agli scogli alle prime luci del giorno tra pozzanghere di lacrime create dal mare dove poter annegare, rocce appuntite Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-15.jpgcome dialoghi incandescenti, scene tattili di corpi che si cercano, si tengono, si spingono, si scontrano senza incontro, si hanno, si mangiano, si mordono, si muovono come astronauti in punta di piedi su questo paesaggio lunare tagliente come fossero massi frastagliati lavici. Due adolescenti e un padre (anche Mario Perrotta si è soffermato sulla figura nel suo ultimo “In nome del padre”) duro, reazionario, urlante indicazioni e ordini e doveri e obblighi senza empatia, autoritario, dittatoriale, soldatesco, militaresco, manesco, contro (la madre grande assente, neanche nominata). Una visione del genitore maschio un po' datata, vecchio stampo quando oggi i padri sono dimessi, attenti al politicamente corretto, impantanati se dover dare un'educazione fatta anche di rifiuti e no decisi o dire sempre di sì. Cos'è rimasto del padre in tempi di inseminazione artificiale, di adozione da parte delle coppie dello stesso sesso, di uteri in affitto e di genitore 1 e genitore 2?

Stavolta i Babilonia, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, non sono in scena: hanno scelto invece un padre con i suoi due figli, Maurizio, Olga e Zeno Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-16.jpgBercini in un saliscendi di emozioni, una liturgia laica di carezze e mano pesante, di battesimo quasi ad annegare fino alla spoliazione da parte dei figli del padre che rimane come un verme sulla riva ormai depotenziato e fragile, annientato come uno straccio mentre Tom Waits gracchia e raschia. Un padre di quelli che non ce ne sono più, con sigaro, birra e fucile, una fotografia di qualche decennio e generazione fa dedito alle percosse e alle botte, condito con zero dialogo. I figli che uccidono, metaforicamente, il padre puntandogli addosso carabine giocattolo, vomitandogli addosso disprezzo e astio, vendetta e punizioni in una vera e propria esecuzione da Safari. E' un j'accuse arrabbiato, un processo, “Caro padre ti scrivo, così mi distraggo un po'”, una lettera d'addio, un funerale quando, ormai indebolito nel corpo e nella mente, gli mettono il pigiama d'ordinanza da ospizio e, forse perdonandolo nel passaggio di consegne, lo invitano a fare il grande balzo, un tuffo nel blu dipinto di blu, perché il dolore della perdita azzera il passato: teatro di forte impatto.

Infine non possiamo non citare un attore che ci ha mosso, spostato e sollecitato, Eugenio Mastrandrea, visto nelle vesti della nobildonna nella “Contessa tra i sessi” tratto da Palazzeschi in un ruolo pieno di charme e tensione in versione Conchita Wurst pasoliniana, che ci ha ricordato la lucidità e la consapevolezza di Luca Marinelli: una grande presenza scenica. Castiglioncello vale sempre, ancora, una messa.

Tommaso Chimenti 10/07/2019

Foto "Bella Bestia" e "Padre nostro": Antonio Ficai;
Foto "Vieni su Marte": Francesco Tassara

Risentite della mancanza della Nazionale al Mondiale 2018? Sognate ad occhi aperti di poter essere anche voi in terra sovietica, o semplicemente siete appassionati di arte e tecnologia? La Russia, mentre continua ad ospitare il campionato del mondo di calcio, ha deciso di far visita a chi si sente “fuori dai giochi”, cioè il nostro Paese. Fino al 1 luglio, infatti, sarà possibile visitare il CYFEST, il più grande festival di arte e tecnologia russo realizzato annualmente dall’organizzazione no-profit Cyland Media ArtLab di San Pietroburgo che, dopo un tour iniziato nella capitale culturale russa, proseguito a New York, Pechino e Brighton, per la prima volta fa tappa anche nel Belpaese, precisamente alla Reggia di Caserta, in occasione dell’anno della cultura russa in Italia.invito web loghi bd

L’XI edizione si chiuderà proprio nella splendida cornice delle Retrostanze del ‘700, ovvero gli appartamenti nobili: le stanze barocche ospiteranno una mostra unica, a cura di Anna Frants, Elena Gubanova e Isabella Indolfi, in cui le nuove forme di arte e tecnologia più avanzate si fonderanno insieme.
Tredici artisti, italiani e russi, esporranno installazioni interattive, sculture cinetiche, video proiezioni e opere di intelligenza artificiale: tutti i lavori sono ispirati al tema “Weather Forecast: Digital cloudiness” (Previsioni del tempo: Nuvolosità digitale). La sfida lanciata ai tredici professionisti verte sull’utilizzo del digitale in modo consapevole, partendo dalla tesi che l’uomo si sia spinto, con comportamenti irresponsabili, a voler modificare la Natura stessa, influenzando negativamente il clima planetario; al tempo stesso, riflettere su come il digitale sia diventato sempre più una nuvola onnipresente nella vita sociale di ciascuno. L’artista è colui che cerca di recuperare, ricreare e suscitare il dubbio, il sentimento e l’emozione nell’uomo, piegando il digitale ai propri bisogni.

I protagonisti dell’esposizione saranno: Anna Frants, Donato Piccolo, Alexandra Dementieva, Licia Galiziae, Michelangelo Lupone, Elena Gubanova e Ivan Govorkov, Franz Cerami, Matilde De Feo e Max Coppeta, Daniele Spanò, Aleksey Grachev e Sergey Komarov, Maurizio Chiantone.
La manifestazione è realizzata con il patrocinio della Regione Campania e con il matronato della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee.

Chiara Ragosta, 27/06/2018

MODENA – E' uno scenario post-apocalittico beckettiano quello che da una parte ci liscia di canzonette, immergendoci nella melassa di una comicità di facciata e dall'altro ci traumatizza nella tragicità squallida di un mondo sporco, ruvido, brechtiano quello che si apre (è proprio il caso di dirlo in questa piazza-(m)agone-aia-agorà) ne “Li buffoni” (produzione Ert) diretti, digeriti e ammodernati da Nanni Garella attorno al canovaccio seicentesco di Margherita Costa. Testo attuale, si dirà. Ancor più attualizzato da inserti (la rima baciata fa miracoli) di gramelot sgrammaticato che pare suonato e invece punge di fioretto e si esalta nel corpo a corpo. Già, i corpi. Perché è di quelli che si tratta quando si è persa la dignità e raschiando il barile non si trovano nemmeno gli spiccioli né le briciole, né il barlume né la speranza. Giorno dopo giorno, il futuro può essere pensato soltanto di ventiquattrore in ventiquattro e i sogni hanno le gambe cortissime.Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-6.jpg

Effettivamente siamo in una corte con il suo Re, le sue dame, i suoi vassalli e valvassori, ossequiosi ignoranti lacchè e servitori instupiditi dalla fame. Sono (siamo) tutti “Li buffoni”, ognuno ad additare l'altro di qualche moraleggiante pecca senza vedere lo sfacelo, la distruzione, l'oblio e l'obbrobrio occorso nel proprio giardino. Garella ben riesce nell'inserire armonicamente i “suoi” attori, che potremmo definire “basagliani” (la Compagnia Arte e Salute), che offrono una prova di cori e controcanti ammirevoli, con i tempi classici del musical o meglio della sceneggiata partenopea; in quest'ultimo dettaglio lo potremmo avvicinare, a tratti, alle pellicole “Tano da morire” di Roberta Torre o al più recente “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. I colori sgargianti missoniani dei contendenti che a morsi e a colpi di lingua, come “cani di bancata” emmadanteschi, ma meno feroci, fanno da contraltare al grigiore che attorno cresce in questa scena dove tutto fiorisce orizzontale, dove spuntano come funghi dopo una pioggia amazzonica e torrenziale (forse proprio quella che ha raso al suolo sentimenti e umanità) secchi e tubi, lamiere e amianto, carrelli e frigo dismessi, copertoni e bidoni e queste costruzioni che hanno addosso l'atmosfera e il sapore delle torri di Kiefer, I Sette Palazzi Celesti esposti permanentemente all'Hangar Bicocca milanese.

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-8.jpgI rumori di questi bassifondi gorkiani (o forse sono solo bassi napoletani) sono quelli di una metropolitana, come se tutto questo mondo sommerso e fangoso rimanesse al di sotto degli occhi e degli sguardi, perso, come topi di fogna, sotto grate, sotto tombini, sotto l'altezza dell'olfatto. Un mondo cosparso come zucchero a velo scaduto di tanti Oliver Twist abbandonati, di orfani senza diritti che cercano un padrone al quale leccare la mano. Qui, nel ciarpame d'oggettistica e nelle varie chincaglierie e cineserie sbiadite che si riflettono in queste anime ferite (su tutti il Califfo Romeo, Moreno Rimondi, Nanni Garella, il tedeschino, Nicole Guerzoni, la moglie marocchina Marmut, Valentina Mandruzzato, la russa Ancroia), passano varie umanità in una girandola-sfilata di turchi, croati, marocchini, russi, polacchi, gitani, albanesi ma anche pugliesi, calabresi e napoletani dove anche il più ricco va a caccia di gatti (divertente e con apertura di senso il gatto che nella storpiatura del pugliese diventa “ghetto”) per poter mettere insieme una cena-banchetto luculliano. Tutti stranieri in una terra che evidentemente non li ha voluti, che li ha inglobati, fagocitati e poi sputati e defecati nelle latrine sottoterra.

C'è miseria, senza alcuna nobiltà, prostituzione e degrado, un coltello e un morto come Mackie Messer ben c'insegna. E in questa piazza cheLi-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-11.jpg s'affaccia a queste capanne-pisciatoi senza sbocco (ricorda anche la Jungle di Calais) si miscelano le vicende di questi uomini alla deriva tutti con il ricordo nostalgico della loro casa, del loro passato e infanzia intervallate da coreografie pop e musichette leggere da “Una casetta in Canadà” fino a “Simme 'e Napule, paisà” (“Chi ha avuto ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, ha dato, scurdammoce 'o passato”), da “Che sarà” (“Paese mio che stai sulla collina”) al “Nabucco” (“Va pensiero”)

Li-buffoni-foto-Luca-Del-Pia-13.jpgSemplicistico parlare di testo e di intenzioni pro immigrazione, facendo un parallelo tra la nostra verso le Americhe nel Novecento o quella interna del Dopoguerra con quelle attuali da Africa e Asia verso le nostre sponde e coste. Qui, partendo da questa base, si va oltre, forse gettando lo sguardo ad un futuro prossimo: gli immigrati qui, ricordano il senso della bellezza, l'estetica, e l'etica, la pulizia delle strade e interiore dei loro Paesi, come se proprio l'Italia, li abbia cambiati, in peggio, li abbia sporcati, corrotti, prostituiti, come se proprio la nostra Italia sia diventata il ricettacolo, lo scolo, il postribolo dell'umanità, quel tappo di sterco che fa gonfiare gli argini durante la piena, quello che deve essere tolto prima dell'esplosione conclusiva, dell'alluvione fatale, dell'esondazione finale. Come una vasca, piena di piranha, che ribolle, alla quale se togli il tappo il gorgo s'ingoia tutto, se lo lasci le dighe non reggono più.

Visto al Teatro delle Passioni, Modena, il 6 marzo 2018

Tommaso Chimenti 07/03/2018

Foto: Luca Del Pia

SCANDICCI – “Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo”, Michele, il ragazzo di Udine suicidatosi a febbraio; la lettera integrale la trovate qua: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/07/la-lettera-prima-del-suicidio-michele-30-anni-questa-generazione-si-vendica-del-furto-della-felicita/3374604/
Diluviano le gocce come le lacrime. Si aprono le acque del sentimento, della riflessione, della commozione. Si piange perché ce l'abbiamo finalmente fatta e in fondo non ci si sperava potesse più accadere, si piange perché, per diluviol'ennesima volta, non ce l'abbiamo fatta come le mille altre volte precedenti. Siamo tutti “L'uomo nel diluvio” (visto al Teatro Studio scandiccese, ex feudo Krypton, ora chiamato “Mila Pieralli”) perennemente marginali facciamo pendant con l'arredamento, siamo numeri per le statistiche, massa allo stadio, chilometri di code. Poco altro. In questa storia ci sono tre elementi, biblici e di riscatto, di piccole vittorie, cadute e risalite: il parallelismo tra Noè e il protagonista (lo stesso Valerio Malorni, autore insieme a Simone Amendola) con Berlino sullo sfondo, panacea di tutti i mali, Sacro Graal del Messia Merkel, Terra Promessa che non esaudisce né esaurisce tutti i desideri ma almeno quello della sostenibilità e vivibilità lo soddisfa.
Una narrazione a blocchi, più vicino alla performance (costruzione nella quale sono riscontrabili svariati difetti di amalgama tra le parti slegate e “incollate”), a strappi, a patchwork, un assemblaggio partendo dallo spicchio centrale sospeso, come crocifisso sopra un altare ipotetico e visionario, immateriale e invisibile, che pare sorriso sdentato o, appunto, nave (siamo ancora al paragone emigranti italiani – migranti africani?) o Arca per la salvezza, i video, i racconti personali, canzoni sparatissime, una lettera-confessione, la lettura di una recensione di un critico tedesco allo stesso spettacolo al quale stiamo assistendo. Potremmo dire, e racchiudere il tutto in una sola parola: autoreferenziale. Ma, d'altro canto, cosa c'è di più urgente della propria biografia?
“La fantasia è un posto dove ci piove dentro” (Italo Calvino).
Quella di Malorni (a tratti, lateralmente, marginalmente, viene alla mente, vedendolo in azione, Ascanio Celestini, sarà per la foga, sarà per il romanesco da guerriglia urbana) è un vivido ragionamento (teatro povero) sanguigno e sofferto, sull'emigrazione dei ragazzi italiani in giro per l'Europa per cercare lavoro, quello stesso lavoro (peggio ancora se è di un'occupazione artistica, creativa o letteraria che si tratta) che in Italia o non c'è o viene affidato ad altri per altri canali, tutto compresso e sporcato da politica, burocrazia, antimeritocrazia, affarismo, nepotismo, mafie. Un po' di luoghi comuni però spruzzati qua e là ci stanno sempre bene a rimpolpare il discorso di precariato ed emigrazione.
“Amo la pioggia, lava via le memorie dai marciapiedi della vita” (Woody Allen).
Ma l'acqua ritorna potente nel discorso di Malorni, l'acqua pulisce e distrugge, dà da bere e scava; l'andare alla deriva sembra essere l'unica via d'uscita, l'annegare è una solida possibilità o, al limite, galleggiare in attesa dello tsunami. Nessuna programmazione, tutto è gestito dal caso e dal caos, aspettando, molte vite inutilmente, che il vento cambi rotta. L'Italia affonda nella merda come già avevano detto in teatro Scimone e Sframeli con il loro “Pali”. Non si può che essere solidali con questa fioritura colorita di rabbia e desolazione che il monologhista mette sulla scena, la sua verve castrata dagli eventi ma non atterrita completamente, la sua energia come cane alla catena che si sfiata fino all'afonia. Il suo è un urlo teatrale ma anche generazionale, sociale ma anche geo-politico di un sistema (quello capitalista come quello teatrale, soprattutto quello under 35, che tende a far sopravvivere e non a vivere degnamente) che ha fallito e si è mangiato le ultime due infornate di giovani con tante belle speranze, lauree, master e competenze che, una volta fuori dalla scuola e gettati nel mondo, si sono ritrovati porte in faccia, destini sbarrati, ad elemosinare un co.co.co, un call center, l'obolo di un voucher senza contributi né malattia né ferie né maternità, accattonando l'ennesimo stage non pagato “ma almeno è un modo per restare nel mercato, per cercare visibilità”.
diluvio1“Alcuni dicono che la pioggia è brutta, ma non sanno che permette di girare a testa alta con il viso coperto dalle lacrime” (Charles Chaplin).
Se in Europa il tasso di disoccupazione giovanile è del 22%, in Italia abbiamo appena sfondato il tetto del 40%: evidentemente c'è qualcosa che non va, o che va peggio nello Stival tricolore rispetto ad altre nazioni. Sarà stato l'euro ad affossarci, sarà la corruzione, tumore che pare inestirpabile dal nostro dna, saranno i nodi della politica sporca e del malaffare, sarà la mancanza di infrastrutture adeguate. Le piaghe sono putrescenti, anche gli eterni ottimisti vacillano, il partito dei rassegnati avanza, mentre il debito pubblico aumenta esponenzialmente. Il mito di Berlino (palliativo, placebo per i sintomi ma non certo cura), città fredda e nuova, dove, come dice Malorni (allievo di Mario Scaccia), si può tranquillamente sopravvivere ma non è la soluzione a tutti i problemi (puoi fare il cameriere e altri mille lavoretti interinali ma difficilmente se hai studiato da ingegnere farai l'ingegnere). Per i nostri trentenni (ma anche quarantenni) è sempre troppo presto fin quando non diventerà troppo tardi: “Il problema non è il diluvio ma la nebbia”. Non si vedono spiragli, zero fessure, poco ossigeno.
“C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo” (Fabrizio De André, “Il Bombarolo”).
Parole schiette quelle di Malorni (piaciute sia alla giuria del Premio “In-box” '14 che a quella di “Scenario”) che però un po' si perdono nel raffronto e continuo paragone tra il Bel Paese, che evidentemente non lo è più, e la grigia Berlino tratteggiata come paradisiaca meta. E l'attore romano, infine, fa addirittura analisi direttamente in scena del suo stesso spettacolo e anzi, dando un colpo anche, già che ci siamo, alla “casta” dei giornalisti, soprattutto quelli teatrali (i più pericolosi e perniciosi), ci dice, lo dice alla critica paludata, come si scrive una vera recensione leggendoci (tutta!!!) quella uscita su Der Spiegel. Non siamo certo del partito di quelli che, se Saviano attacca l'Italia, allora Saviano non è patriottico ma augurarci un futuro da berlinesi non so se sia un auspicio positivo o una fattura di malocchio. “Berlino, ci son stato con Bonetti, era un po' triste e molto grande però mi sono rotto, torno a casa e mi rimetterò in mutande” (Lucio Dalla, “Disperato erotico stomp”).

Tommaso Chimenti 21/02/2017

LASTRA A SIGNA – Si può racchiudere un'epoca in un paio di canzoni contratte. I favolosi anni '60 forse lo sono stati guardandoli a posteriori con la lente ingiallita e seppiata del ricordo, del “come eravamo” di robertredfordiana memoria, della nostalgia dell'infanzia, dell'adolescenza, della gioventù. Secondo passaggio della trilogia “Dopo Salò” nella storia italica di Massimo Sgorbani, dopo la fine del fascismo di “Arcitaliani”, questo “Mille brividi d'amore”, mentre il prossimo che si concentrerà su gli anni '80-'90 con l'impossibilità di evitare Berlusconi e il berlusconismo, a cura del regista Gianfranco Pedullà (e del suo Teatro Popolare d'Arte), scelta coraggiosa produttivamente ma importante che segna un'inversione di tendenza da sottolineare, tener d'occhio, sostenere e plaudire.0brividi
Gli anni sessanta sono sia “Le Mille bolle blu” di Mina sia i “brividi d'amore” contenuti in “Guarda come dondolo” di Edoardo Vianello, la spensieratezza e la gazzosità di questi anni dove tutto era possibile, dove avevi il cielo in una stanza e conquistavi la Luna, dove finalmente potevi ballare non impostato o impomatato né imbalsamato con le gambe ad angolo quasi schiacciando con un piede quella sigaretta simbolo di America, di fumo, di mistero, di emancipazione, di vita adulta che adesso non ha più freni, non ha più il morso ed è libera di correre al galoppo verso il futuro, verso il progresso. I '60 sono un misto contraddittorio tra provincialismo estremo (i citati “Comizi d'amore” di Pasolini) e la voglia spasmodica di raggiungere le stelle (Tito Stagno che litiga su quel fatidico passo tra i crateri lunari con Ruggero Orlando).
Ma le parole di Sgorbani (qui più contenute rispetto al fiume incontrollabile del primo episodio) si aprono e si chiudono con due sciagure, due tragedie che ancora segnano il nostro immaginario, di coscienza civile, sociale, politica: il Vajont come ouverture, Piazza Fontana a chiosare. Morti su morti, fango su fango: “Sangue su sangue precipita senza rumore; sangue su sangue non macchia va subito via; sangue su sangue leggero precipita piano”, ci diceva De Gregori quando eravamo tutti comunisti.
Inevitabilmente la trasposizione risulta anche un riassunto filtrato (non abbiamo ben capito, e ci è rimasta indigesta, la parte sulla “mammificazione” dell'Italia, troppo visionaria) attraverso il pop, quello che è passato al nostro presente, soprattutto tramite le canzoni, le rime facili. Un frullato liofilizzato e centrifugato dove trovano sponde e alibi, partendo proprio da uno sposalizio di quelli evocati e intervistati da P.P.P., l'inaugurazione, da parte di Aldo Moro (si leva il grido festante: “Lunga vita a Moro”, e sappiamo com'è finita la giostra) dell'Autostrada del Sole, l'arrivo della corrente elettrica e la deriva del suo uso con gli elettroshock (come non vederci Alda 1brividiMerini?), l'Uomo sulla Luna, gli elettrodomestici a disposizione di ogni famiglia, le pubblicità, con una Minni pinocchiesca e un Paperino incursori, cifre che ritornano nei lavori di Sgorbani, dopotutto siamo il prodotto dei fumetti americani.
Un grande jingle che un coro intona, sottolinea, profonde, liscia, asfalta, purifica i cortei e gli scioperi come la situazione femminile, la chiusura delle case chiuse. E allora passano, feroci e gaudenti, “Datemi un martello” della sempre piena di sé Rita Pavone e “Brava” dell'ineguagliabile Mina, da “Bella, dolce, cara mammina” del miele Ambrosoli, passando per gli spot del Moplen o dello Stock 84, fino a “Volare” di Modugno, vero inno italiano. In questo coro composito citiamo Marco Natalucci, sempre in bilico tra la sconfitta e la salvezza, Roberto Caccavo, che ben si muove nella parodia come nella crudeltà (il suo ruolo sfocia nel terrorismo con l'icona della Beretta), Rosanna Gentili, che dà i giusti tempi ad un personaggio fragile sempre un po' dolce Dori Ghezzi, Gianfranco Quero, nel primo episodio un Mussolini perfetto, nel secondo padre padrone, forse pedofilo, che illumina il buio (dell'anima) con la sua bicicletta, mellifluo che non riusciamo pienamente a condannare. Gli anni '60 sono “caldi come un bacio che ho perduto, sono pieni di un amore che è passato”, gli anni '60 sono “il tempo dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale”, gli anni '60 sono “il mondo (che) gira nello spazio senza fine con gli amori appena nati, con gli amori già finiti”, gli anni '60 sono “il nostro disco che suona”, negli anni '60 “luglio si veste di novembre”, negli anni '60 se scrivevi “t'amo sulla sabbia il vento a poco a poco se lo portava via con sé”. Proprio come oggi.

Tommaso Chimenti 15/12/2016

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