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Il segno è l’origine e l’approdo di ogni ricerca nell’arte di Guido Strazza

Un segno è una traccia che manca di definizione, può rimandare ad altro ed essere un punto di partenza, quasi uno strumento di indagine. Nell’arte di Guido Strazza è l’elemento che crea suggestioni concretizzando il momento in cui ogni immagine possibile può essere elaborata e il pensiero si pone al centro del dialogo. Da qui inizia la ricerca volta a delineare percorsi e forme geometriche, ma anche a riempire lo spazio comunicando stati d’animo. Quello che si può vedere e far vedere è lasciato all’interpretazione del pubblico nella mostra “Guido Strazza. Ricercare”, allestita alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fino al 26 marzo. Pennellate, incisioni, linee e curve senza direzione, infatti, possono avere numerose letture ed essere utili a un’esplorazione del tutto personale.strazza3
La rassegna ripercorre oltre mezzo secolo di attività dell’artista, dall’incontro con Filippo Tommaso Marinetti agli anni dei riconoscimenti accademici, ed espone 55 opere (tra dipinti, disegni, sculture e incisioni) riunendo collezioni pubbliche e private e donazioni dell’autore.
«Non ho fatto altro che fare segni», ricorda Strazza, ormai 94enne, mentre stringe mani all’inaugurazione della mostra a cura di Giuseppe Appella. Considerato interprete tra i più originali e sensibili della linea lirica astratta italiana del dopoguerra ha scelto di dedicare la sua vita all’arte dopo gli studi da ingegnere, una formazione facilmente riscontrabile nella sua ricca produzione. Cicli pittorici come i più famosi “Paesaggi olandesi”, ma anche buona parte dei lavori scultorei nascono analizzando le metamorfosi delle figure e il contrasto con la luce. In Strazza i “racconti segnici” sono tesi a risolvere la contraddizione tra materia e forma, tra precisione e imprecisione; le linee nelle tele tracciano sentieri mentali attribuendo ai colori scelti uno status psicologico e tentando di afferrare l’indefinibile. Ed è così che il ricordo di alcuni istanti o di paesaggi viene catturato in tratti quasi estemporanei in un mare di sfumature neutre o la meta più irraggiungibile dell’immaginario, Atlantide, evoca una mappa dalle indicazioni vaghe. Geometrie perfette come quelle circolari, invece, appaiono squarciate perché aperte a visioni diverse e confuse. Ogni immagine è realizzabile nell’opera di Guido Strazza ed è impossibile ricondurre la sua intera produzione a una scuola o a un movimento specifico. «È sempre agganciato al desiderio e all’idea di una bellezza che non rinuncia a essere graffiante», spiega la direttrice della Gnam Cristiana Collu. Queste lacerazioni nel loro essere dinamiche sono degne eredi del movimento futurista che ha caratterizzato i primi passi dell’artista, ma è l’esperienza in America Latina ad aver cambiato in modo radicale i suoi rapporti con l’universo. La permanenza tra Perù, Cile e Brasile dei primi anni ’50 ha trasformato i suoi orizzonti dandogli lo stimolo per concentrare la ricerca su un viaggio non solo estetico, ma anche interiore.

Silvia Natella 08/02/2017

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