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Dio è vivo! Lamberto Teotino al VISIONAREA Art Space

«Nel semplice incontro di un uomo con l’altro si gioca l’essenziale, l’assoluto: nella manifestazione, nell’ "epifania" del volto dell’altro scopro che il mondo è mio nella misura in cui lo posso condividere con l’altro. E l’assoluto si gioca nella prossimità, alla portata del mio sguardo, alla portata di un gesto di complicità o di aggressività, di accoglienza o di rifiuto»
Emmanuel Lévinas (1906-1995)

Lamberto Teotino (Napoli, 1974) cancella, omette e sopprime il viso, lo sguardo, l’anima dei propri soggetti per farci ritrovare la nostra. “L’ultimo Dio” è la sua prima personale romana al VISIONAREA Art Space, in via della Conciliazione, inaugurata il 22 maggio.
Collage che assomigliano a quelli dell’artista inglese John Stezaker, costruiti con cartoline, frame e scatti pubblicitari, sopprime identità specifiche, i volti sono attraversati da tunnel, da foreste, da squarci di reale che ci suggeriscono un inconscio, un surreale, lo spirituale, l’immaginazione, sogni, fantasmi, incubi, ricordi, tutto ciò che c’è stato o non c’è più, l’intangibile di una memoria che distorce i dati incamerati del vissuto.Lamberto Teotino 09
Come Stezaker, il materiale di base sono figure umane, in bianco e nero. Teotino le scova dall’epoca dell’avvento della fotografia nell’Ottocento o dei primi del Novecento.
A cancellare la persona nel suo punto di massima vulnerabilità fisiognomica (il volto) sono dei frattali, elementi materici che, a differenza di Stezaker o di altre opere composite di fotografia contemporanea, introducono la scienza, l’oggettività, lo studio di particelle che si ripetono, in ogni loro parte, con la stessa forma geometrica. È la scienza, il calcolo, la troppa ragione a uccidere l’uomo, a renderlo cieco? A non vedersi più, a guardarsi e non riconoscersi?
Lamberto Teotino 07Ma Teotino sa che la struttura della mente umana ha qualcosa a che fare con il frattale, con una formazione geometricamente armoniosa che si ripete nei propri geni, all’infinito. Allora, in quella configurazione che dimentica i tratti del volto, troviamo qualcosa di familiare, ci specchiamo senza accorgercene. Un’epifania, un’intuizione impossibile da scardinare alla prima impressione, eppure universale: come restare legati, sempre attraverso lo sguardo, a qualcosa che è nostro ma non riconosciamo nell’immediato. Sono collage fotografici esteticamente armoniosi, attraenti, proprio perché hanno in sé il “già conosciuto”, almeno in una memoria pregressa di cui siamo incoscienti, che è “natura” e non “cultura”.
Al tempo stesso, l’immagine si connota dell’insolito, della mancanza, della manomissione. Nel contrasto tra questi due poli sta la fascinazione davanti alle opere. L’opposizione si perpetua anche tra la manipolazione digitale di immagini d’archivio: il post-industriale e il digitale “rubano” dalla storia, il futuro si riappropria del passato ma lo fa suo, per formulare domande sempre nuove, e non senza un velo di ironia. Alcuni personaggi sono intenti a compiere un’attività quotidiana (dalla balneazione all’andare in bicicletta) ma l’alterazione artistica introduce lo spirituale nel prettamente materiale. Un uomo in costume o un altro su una bicicletta d’epoca non sono più solo ciò che rappresentano, ma un’interrogazione senza fine su chi siamo e dove stiamo andando, in quanto genere umano storicamente connotato. Possiamo anche coprirci la faccia, alterarci con formule scientifiche e digitali, ma non perdere o impedire questo interpellarci. Anche lo slogan della Biennale d’Arte di quest’anno, “VIVA ARTE VIVA”, ne è un proclama. “L’ultimo Dio” di Lamberto Teotino, trattenendoci davanti ai suoi contrasti irrisolti, suggerisce che dio non è morto, e lo sappiamo perché l’arte è ancora in mezzo a noi. Fino al 24 settembre 2017.

Agnese Comelli 25/05/2017

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