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“I valori personali” di Luca Padroni: tra archivi di ricordi e galassie di dettagli

Nel film “Ogni cosa è illuminata”, la sopravvissuta mostra ai visitatori i cimeli del paese raso al suolo, ordinati in scatole e accuratamente classificati. Un bisogno di accumulare per sottrarsi all’oblio: non un’ossessione, ma la necessità di ricordare e raccontare.
È una sensazione analoga quella che si avverte osservando le opere di Luca Padroni, esposte nella mostra “I valori personali” in mostra al MACRO Testaccio fino al 26 marzo. Accumulare è raccontare, o meglio: ascoltare gli Padroniacasadimumma2ambienti e gli oggetti, soffermarsi su particolari apparentemente muti. Una pittura che riesce a frapporsi tra l’occhio che osserva e l’urgenza di rispondere a centinaia di stimoli che arrivano dall’esterno, per imporsi con estrema delicatezza e distinguersi come oggetto unico dell’attenzione. In un infinito rincorrersi di sollecitazioni sensoriali e sorprendenti dettagli, si entra in contatto con una dimensione che non rinnega la contemporaneità e i suoi feticci, ma riesce a rendere tempo e spazio entità elastiche, da deformare e riempire.
Dimensioni affascinanti e colme di riferimenti culturali, dall’India tantrica, con fiori di loto e raffigurazioni del Buddha, alle lanterne rosse cinesi, per arrivare a Mickey Mouse, alla cultura pop e al cinema d’essai. Luca Padroni ricorre alla giustapposizione di tecniche e materiali, e lo fa con un intento tanto espressivo quanto narrativo: il colore “decide” se proseguire sui frammenti di tela o interrompersi, se lasciare in sospeso o completare la scena di un bacio tra due amanti, di un abbraccio tra madre e neonato, di treni in partenza, di rovine architettoniche o di passanti che si evitano lungo le strade affollate di Roma. Tra i colori a olio pastosi, che suggeriscono una spiccata tridimensionalità, si fanno largo gli scenari urbani, meticolosamente analizzati e addolciti dalla componente naturale: tra le auto in coda, i semafori e le banchine della metropolitana ci sono alberi e fiori che Padronidovenonsei3stemperano la frenesia del quotidiano. Una natura che si fa sempre più presente nei contesti domestici: un cavallo, un cobra e numerosi gatti sinuosi che camminano elegantemente sull’architrave di una porta o tra i “Pensieri dinamitardi” (2017). E proprio quest’opera, su cui campeggia un’esplosione stilizzata, come nel fumetto di un supereroe, accoglie l’osservatore e lo induce a perdersi (e ritrovarsi) nella ricerca minuziosa del dettaglio.
La dimensione biografica si palesa negli squarci molto intimi del trittico “Dove sei” (2014), “Dove non sei” (2015) e “Le vite degli altri” (2015) che introducono al mondo dell’artista e ai suoi affetti: si tratta di “camere con vi(s)ta”, spazi arredati, pieni di oggetti preziosi, originali o di uso comune, ma in cui si avvertono distintamente delle assenze.
La sovrabbondanza di particolari e la loro disposizione sulle tele rende le opere di Luca Padroni simili a dei flussi di coscienza: collage di emozioni, ricordi e speranze in cui onirico e reale non collidono. Sembra quasi che i pensieri e le esperienze possano fisicamente affollare uno spazio, riempire una stanza in modo disordinato dal pavimento al soffitto, travalicando i limiti imposti da spazio e tempo.
Ma evidentemente questo è un privilegio riservato solo a chi ricorda il passato e, insieme, attende il dipanarsi del futuro, abbracciando i propri valori personali.

Letizia Dabramo 01/02/2017

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