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La Galleria Nazionale di Roma festeggia gli ultimi 60 anni di storia dell’arte italiana: “Scorribanda” di e con Fabio Sargentini

Colonne corinzie, pronao e fregi in bassorilievo accolgono il visitatore della Galleria Nazionale di Roma (ex Gnam). Eppure, per chi entra in questo tempio delle arti non Fidia, non il classico ad attenderlo bensì il moderno e il contemporaneo del panorama artistico italiano (e non solo). Chi vi si recasse dal 23 gennaio al 4 marzo, poi, avrebbe l'occasione di fare un piccolo viaggio nel tempo alla scoperta della storia dell’arte degli ultimi 60 anni: nel Salone centrale del museo in Viale delle Belle Arti 131 sono state disposte, in un ideale fregio continuo, 40 opere della collezione di Fabio Sargentini. Il titolo, “Scorribanda”, scelto per la mostra che festeggia i 60 anni dell’attività della sua Galleria L'Attico, ricorda l'approccio audace di pioniere ed esploratore dalla curiosità e dall'intuito infallibili e – ci auguriamo – inesauriti. In mostra vengono offerte allo sguardo curioso dello spettatore opere di diversa natura, la più lontana nel tempo è “Fiori Secchi” di Mario Mafai (1938), in linea con i gusti paterni per la Scuola romana, mentre la più recente è “A Tale of Red” di Matteo Montani (2016). Tra questi due estremi sfilano “Larva” di Vasco Bendini (1958), che nel suo comporre un “8” ricorda l’eterno ciclo della vita e della morte e “Orfeo” di Rodolfo Aricò (1966), coevo di quel Pino Pascali che fu fonte di amicizia e di ispirazione per il giovane gallerista degli anni Sessanta. E ancora un “Campo di papaveri” di Claudio Palmieri (1985) al confine tra Monet e Gnam Scorribanda 05 Vasco Bendini Larva 1958 partVan Gogh, un “J.L. Borges” di Paolo Del Giudice (1990) declinato alla maniera di un Balla prefuturista e “L’Anaconda” di Luigi Puxeddu (2012), tra i pochi esemplari esposti a conquistare le tre dimensioni fuor di metafora.
Il progetto espositivo nasce in collaborazione con la direttrice Cristiana Collu con un duplice intento celebrativo: la Galleria, e con essa il mondo dell’arte tutto, si rallegra della donazione all'istituzione museale dell'archivio del gallerista, il quale desidera preservarne la posterità e rinuncia, così, a venderla all'estero per amor di (storia) patria. Oasi virtuosa in un deserto di dispersione documentaria. Il gallerista romano, a ben vedere, è egli stesso un’istituzione nel panorama artistico italiano. Classe 1939, cresce a pane amore e arte con Giorgio De Chirico vicino di casa a Piazza di Spagna e con un padre funzionario per professione e collezionista per passione, Bruno, che si trasforma in gallerista e mercante d’arte. Nel 1957 inizia con il padre l’avventura della Galleria L’Attico, omaggio ora nostalgico ad una lontana età dell’oro ora ironico alla pratica del salone letterario. Ben presto, però, il giovane Fabio se ne distacca, comprendendo di avere altri interessi e, soprattutto, un’altra visione estetica: lo spazio contemplativo che aveva caratterizzato fino a quel momento l’arte era entrato in crisi. Comincia ad esporre artisti della nuova generazione, suoi contemporanei, Pino Pascali in primis (celebre resta “Il mare bianco” del 1966). Compie quindi la sua ribellione sessantottina e sposta la galleria in un garage in via Cesare Beccaria. Gli anni Settanta dell'arte romana rivelano la sua impronta, basti pensare all’epocale allestimento dei dodici cavalli di Jannis Kounellis (1969) e alla nascita della cosiddetta Arte Povera (sulla cui primogenitura sarebbe nata una querelle con il critico Germano Celant). Nel 1976 Sargentini allaga il garage, massima espressione di land art domestica e segnale che un’epoca giungeva inesorabilmente al termine. Trasferisce la galleria in via del Paradiso (sede attuale) e inizia ad affacciarsi sulla scena del teatro contemporaneo, privilegiandone le derive concettuali. L’incontro con la performance art era già avvenuto con la danza di Simone Forti e il viaggio a New York. Negli ultimi anni è stato impegnato come co-regista in cerebrali rivisitazioni di grandi classici (dal “Peter Pan” del 1979 a “Doppio Shakespeare” e “Obliquo Pirandello” negli anni 2000), con tappe nelle terre delle drammaturgie contemporanee. Oggi è un capitolo di storia vivente: sfogliarne le 40 pagine esposte alla Galleria Nazionale è un appuntamento irrinunciabile con la storia nel suo divenire.

Alessandra Pratesi 24/01/2018

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