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"Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione" alla Galleria d’Arte Moderna di Roma

Giacomo Balla, Il dubbio, 1907-1908

“Donna non si nasce, si diventa”. Queste le parole di Simone de Beauvoir, filosofa e scrittrice che nel secolo scorso, senza mezzi termini, sostenne il dibattito sulla ridefinizione del ruolo femminile all’interno della società. Una messa in discussione che liberò le donne da un presunto “destino biologico, psichico ed economico”, frutto di un costrutto culturale e sociale. Questo il filo conduttore della mostra Donne. Corpo e immagine tra simbolo e rivoluzione alla Galleria d’Arte Moderna di Roma fino al prossimo 13 ottobre. L’esposizione - promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, in collaborazione con la Cineteca di Bologna e l’Istituto Luce-Cinecittà -, offre una riflessione sull’evoluzione dell’immaginario femminile nel mondo dell’arte da fine Ottocento agli anni Sessanta. Le opere, appartenenti alle collezioni capitoline, riflettono le risposte artistiche della società patriarcale all’emergere della “questione femminile” con i primi movimenti delle suffragette e l’entrata delle donne nel mondo del lavoro per contingenze storiche. Fu, infatti, la Grande Guerra a determinare un primo importante cambiamento. Le donne, con gli uomini impegnati sul fronte militare, furono protagoniste sia sul fronte interno, dove furono coinvolte in tutte le attività lavorative, sia tra le mura domestiche, dove assunsero la posizione di capofamiglia.

Camillo Innocenti La sultanaIl percorso della mostra è suddiviso in sezioni tematiche. La prima, intitolata “Amor Sacro e Amor Profano”, rivela una dicotomia nella raffigurazione della donna tra fine Ottocento e inizio Novecento: da un lato creatura angelica ed eterea come L’angelo dei crisantemi di Angelo Carosi (1921) e dall’altro femme fatale, figura sensuale e ammaliatrice come La sultana di Camillo Innocenti (1913). Il fascino femminile è sviluppato nella successiva sezione “Il corpo nudo”. Soggetto d’arte fin dall’antichità, il nudo femminile non è più interpretato soltanto come modello di astrazione classica o simbolo di perfezione ma è rappresentato in modo più realistico, divenendo così l’oggetto d’indagine per eccellenza dell’estetica degli artisti. Dal corpo nella sua totalità, si passa al dettaglio degli occhi, una finestra sulle emozioni più intime. Gli “Sguardi dell’anima” propongono una serie di ritratti femminili il cui valore iconico è dato dallo sguardo - penetrante, assorto, seducente. In questa sezione è presente l’immagine guida della mostra, il ritratto della moglie di Giacomo Balla immortalata – come in un’istantanea fotografica - mentre si volta per guardare qualcosa o qualcuno. L’ultima parte è dedicata a due temi molto importanti: “Mogli e madri”, con un forte richiamo alla cultura fascista che aveva incasellato la donna come madre e angelo del focolare, e “Identità inquieta”, con opere che portano alla luce una figura femminile alla ricerca di una propria identità nella solitudine dello spazio domestico.

Il percorso espositivo è, inoltre, arricchito dalla proiezione di documenti audiovisivi che mostrano la condizione femminile da un punto di vista prettamente storico e socioculturale. Il primo, un montaggio realizzato dalla Fondazione Cineteca di Bologna, è dedicato a due grandi dive del cinema muto: Francesca Bertini e Lyda Borelli. Qui, lo stereotipo della femme fatale, diffuso in Italia dai romanzi dannunziani, trova una valenza positiva proponendo un modello di donna indipendente, artefice del proprio destino e capace di elevare il suo status sociale. Il secondo è il docufilm Bellissime di Giovanna Gagliardi (2004) che racconta, attraverso interviste, spezzoni di film e documenti storici dell'Archivio Luce, il rivoluzionario cammino intrapreso dalle donne nel corso del Novecento. Particolarmente rilevanti sono i racconti di una partigiana e di un’ausiliaria sulla partecipazione femminile alla Seconda guerra mondiale e la cronistoria della prima volta delle donne alle cabine elettorali.
L’ultima sezione è incentrata sulla relazione tra gli sviluppi dell’arte contemporanea e i movimenti femministi degli anni Sessanta. Il materiale esposto - fotografie, giornali, periodici e testimonianze video di performance - documenta la rivendicazione della parità di genere e la lotta contro un sistema maschilista e sessista attraverso una produzione artistica impegnata e provocatoria.

La mostra, un viaggio nella storia del Novecento per ricordare alle donne di oggi il percorso di liberazione da una condizione penalizzante, offre molteplici spunti di riflessione, specialmente considerando l'attualità della “questione femminile”. Una di queste considerazioni è la modesta rappresentanza femminile nei posti di potere, un dato che trova conferma, in questa esposizione, con la scarsissima presenza di artiste donne. Alda Merini scriveva nel 1993: “Mangerete polvere, cercherete d’impazzire e non ci riuscirete, avrete sempre il filo della ragione che vi taglierà in due. Ma da queste profonde ferite usciranno farfalle libere”. Ma siamo realmente e completamente libere nella società odierna? Oppure si tratta di una libertà illusoria?

Silvia Mozzachiodi 16/02/2019