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Dieci dittatori avvolti nei loro sudari sono stati ritratti con gli occhi della “Pietas” da Corrado Veneziano

In principio era la virtus ciò che un condottiero doveva possedere: quel valore così intimamente imparentato con la radice etimologica vir. Ma fu con l’Eneide che venne introdotto un elemento nuovo, attorno al quale doveva ruotare la vera essenza dell’uomo di valore: la pietas. Un sentimento filiale e paterno insieme, capace di innalzare enormemente la caratura morale di un uomo eroico. Allo stesso modo, la pietas è la lente attraverso cui l’artista Corrado Veneziano sceglie di guardare il mondo a noi contemporaneo, i processi storici ancora in fieri e da cui è difficile distaccarsi per fornire una lettura oggettiva. Decide di immergersi nelle vicende più cruente del Novecento e dei (quasi) due decenni del XXI secolo con le dieci opere di “Pietas”, appunto, fino allo scorso 2 maggio in mostra alle Case Romane del Celio. Protagonisti inconsapevoli sono i dieci dittatori più sanguinari dell’ultimo secolo, ritratti inpietas3 posizione funebre, con gli occhi chiusi e le braccia giunte sul ventre. Interessante l’evidente discrepanza tra il luogo che accoglie la mostra e le opere: si opta per un ambiente molto poco avanguardista, ma impregnato di storia. Ogni pietra, ogni tassello di ogni mosaico che qui è presente gronda storia e non è difficile immaginare come questa distanza temporale tra contenitore e contenuto desti grande interesse nel visitatore. Un tentativo di immergersi nella storia per astrarsi da essa, in fondo: la necessità di guardare dall’esterno episodi cruenti e a noi vicinissimi, in molti casi non ancora “digeriti”, in altri già frutto di ciclici e pericolosissimi revisionismi.
Pietas2Colori tenui e un materiale scelto, il lino, richiamano alla memoria le bende stinte di un sudario, in un percorso che si addentra tra i cunicoli e le nicchie dell’antica costruzione romana. Il percorso espositivo è quasi una caccia, forse proprio a ricordare il destino che ha accompagnato molti dei personaggi raffigurati che hanno trovato la morte in bunker, nascondigli e luoghi impervi. Accanto alle opere, delle brevi biografie raccontano in modo più o meno distaccato le gesta di Mussolini, Hitler, Gheddafi, Pol Pot e gli altri: come se effettivamente si trattasse di emeriti sconosciuti. Come se effettivamente non bastasse il nome (o anche solo il volto, in alcuni casi) a rievocare le atrocità commesse in nome di un qualche dogma. Diversa la tecnica scelta, invece, per tre opere che intervallano questi ritratti sui generis: dipinti legati, a vario titolo, alla sofferenza dell’essere umano, dominati da colori scuri e da un lettering che prende il sopravvento. Tra motivi geometrici che potrebbero ricordare il fitto di un bosco in cui non penetra la luce, si incuneano i versi di T.S.Eliot: «April is the cruellest month» o del Pasolini de “Le ceneri di Gramsci”. Il ricorso a versi aulici e la sovrapposizione con una palese simbologia cristologica hanno l’intento non di elevare questi dieci dittatori al rango di icone votive o di reliquie sacre, ma di evidenziare il ribaltamento della condizione umana. Le sofferenze da loro inferte a migliaia o a milioni di persone si sono poi tradotte, in alcuni casi, in una negazione della personale dignità in punto di morte, spesso atta a rimarcare le brutalità compiute o disposte in vita. La scelta di Veneziano va in senso opposto: riappropriarsi di una pietas civile prima ancora che religiosa per riconoscere al corpo la sua sacralità e alla morte la sua solennità è un passaggio necessario per travalicare i delitti commessi dai dittatori. Ma questa volontà non è da intendere come un tentativo di reinterpretare la storia o di negare il profilo criminale dei soggetti rappresentati ma, al contrario, come un modo per fare un balzo fuori dalla storia e inseguire un imperativo morale. Restituire ciò che loro hanno negato agli altri non è una deroga, un lasciapassare verso una visione storica edulcorata, ma l’ultimo affronto, di più alto profilo morale.

Letizia Dabramo
03/05/2017

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