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Cross the Streets: 40 anni di Street Art al MACRO di Roma. La vogliamo chiamare ancora Street Art quella nei musei?

Quando cominciò a diffondersi la pratica del writing alla fine degli anni Sessanta tra Philadelphia e New York la si poteva soltanto vedere nei sobborghi delle zone metropolitane più misere e ghettizzate, quelle fatte di vagoni, pareti sudicie e carrozzerie di automobili. Questo perché dalla seconda metà degli anni Settanta le vernici spray innescarono più facilmente la diffusione del graffitismo in virtù del nuovo mezzo pratico rispetto a ciò che prima veniva utilizzato, cioè barattoli di vernice e pennelli. Da allora con le bombolette è diventato più facile saltare le staccionate, scappare via con la propria arma in mano, riprendere il lavoro poco dopo, girare l’angolo in fretta. La bomboletta spray insomma caratterizza la tecnica e la stregua del writing confluì immediatamente nelle attitudini del movimento hip hop, che comprendeva la cultura del b-boy, quella del djing e del rap.cross

La street art, nata in un contesto completamente diverso e più vago, ha visto nel medesimo ambiente urbano le origini, ma ne incontra immediatamente dei responsi e delle motivazioni diverse nelle tecniche e nelle poetiche rispetto al writing. Mentre la street art è più comunemente riconducibile a uno sfruttamento del mezzo urbano per l’artista che decide di utilizzare “anche” (!) lo spazio pubblico, per entrambe le figure, quelle del writer e dello street-artist - è bene sottolinearlo - sta nel rapporto tela=città che rende identitaria la loro opera. Scrivere il proprio nome ovunque, dalle strade ai vagoni che viaggiano, lascia nell’artista/writer (se si tratta di artista) e nel mezzo che porta la sua firma, la presenza di una traccia del passaggio, di un grido ghettizzato, di una forma di protesta. Almeno una volta, quando nacque tanti anni fa.
Lasciare su una parete, un silos, un palazzo, o su un pezzo di strada un’opera d’arte, rende palpabilmente differente l’impatto visivo sul luogo, ha per lo più un significato, specialmente contestuale, che rende lo street artist degno di nota per tutti e questa forma d’arte consolidata.

Una delle onorate tematiche che si tratteranno nelle attività in corso alla maestosa mostra romana del MACRO - Cross the Streets - è che ancora oggi la legalità di queste modalità sono discusse e ancora in critiche condizioni per la labilità con cui un pezzo di arte urbana può considerarsi arte e allo stesso tempo imbrattamento del suolo pubblico.

Ma se in entrambe le procedure abbiamo chiarito le differenze per motivazioni, origini e tecniche, sappiamo bene che a ogni forma d’arte che sia stata o meno di controcultura ne corrisponde sempre qualcuno di turno che deve farci su un business. Siamo giunti però a un livello di lobotomizzazione dello spettatore, tale da essere disposto a pagare per quello che può tranquillamente vedere per strada, perché è nella strada che nasce, nella strada che eventualmente muore, ma soprattutto è per la strada che una qualunque opera d’arte urbana esiste e ha senso. Sembra quasi banale doverlo scrivere, ma evidentemente è ancora necessario farlo.

cross2Le opere in mostra per quanto bellissime e alcune anche immense, si sono rese completamente avulse dalle motivazioni che le hanno rese grandi. E questo è un problema di mediocrità sia del curatore che dovrebbe parlare all’amor proprio di tutti e infine dello spettatore che a quanto pare apprezza un’opera del genere quando deve pagare per vederla.

Al piano inferiore sono messe insieme opere di street art, solo per fare alcuni nomi tra i migliori Lucamaleonte, Sten&Lex, JBRock e il superquotato Shepard Fairey aka Obey Giant. La storia di Keith Haring Deleted a Roma documentata all’epoca da Stefano Fontebasso De Martino e curata da Claudio Crescentini. Poi qualche discutibilissima opera surreal pop, per dire il nome di Mark Ryden, di cui si poteva anche fare a meno. Nel piano superiore la retrospettiva parte dal contesto urbano del “Writing a Roma 1979-2017” curata da Christian Omodeo, fino al viaggio attraverso il mondo punk/skater con una galleria di foto, poster e adesivi e un sottofondo fugaziano per vedere una pseudo-collezione delle opere di Glen Friedman. In tutto cinquanta autori miscellanei.

Un anno fa purtroppo Blu ci ha insegnato che la bellezza dell’arte urbana è un bellissimo apparato effimero, che chiunque può creare e distruggere. Per protesta all’oscenità di una mostra allestita a Palazzo Pepoli di Bologna, ha cancellato tutte le sue opere ultraventennali sui muri e ha fatto innescare la medesima azione ad altri artisti. Come un lutto la città ha perso i suoi colori divenuti ormai caratteristici. Certo, in questo caso non si parla per fortuna di una colossale decontestualizzazione come quella voluta all’epoca dal Chia.mo Roversi Monaco - che fece staccare letteralmente i murales dalla strada per esporli alla mostra - ma per certi versi se bisogna parlare di buona riuscita sul genere tanto valgono i festival di street art che almeno esprimono nella tecnica urbana del buon site-specific e amen.cross4

È un bene parlarne come attenuante quindi, si tratta perlopiù di pezzi su tela, installazioni, oppure opere create sul posto. La mostra è una grandiosa esposizione di bellissimi, storici e iconici pezzi di artisti ormai quotati e inseriti nel mercato. Il pretesto di giustificare tutto questo in una grande retrospettiva rende comprensibili le scelte artistiche curatoriali, che comunque non sono state in grado di rispondere alle stesse controversie che provocano.

E allora siamo più chiari: viva la street art, viva chi l’ha inventata e viva chi è riuscito a monetizzarci su. Non è stato mica tanto semplice capirlo. Basta allora parlare di controcultura e riempirci la bocca di significati concettuali che non esistono e non dovrebbero esistere; basta parlare pure di street art, di chiamarla “street art”. Quelli che la fanno veramente sono fuori o non esistono. O forse dovremmo ribaltare tutto lo schema semantico per cui la street art non è altro che un’invenzione della critica per scriverci altre 6457 battute.

Cross the Streets raccoglie e racconta 40 anni di Street Art e Writing al MACRO di Roma. La mostra sarà aperta al pubblico dal 7 maggio all’1 ottobre 2017.
Paulo Von Vocano curatore della mostra; Claudio Crescentini curatore e storico dell’arte del MACRO; Christian Omodeo curatore della sezione "Writing a Roma 1979, 2017"; Alexandra Mazzanti curatrice di “Pop surrealism” e Rita Luchetti Bartoli curatrice di “Fuck You All” di Glen Friedman.

Emanuela Platania 11/05/2017

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