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#CRFCMeets: un ciclo di incontri in diretta Instagram sulla fotografia come finestra sul nostro tempo

Il Centro Romano di Fotografia e Cinema è un importante polo culturale cine-fotografico della città di Roma, caratterizzato da un prezioso respiro internazionale. Attraverso incontri con artisti di fama mondiale e un orizzonte didattico in continua evoluzione, sintonizzato sui cambiamenti repentini della contemporaneità, il Centro svolge un ruolo cruciale nella promozione della cultura visiva e nella formazione dei nuovi professionisti della creatività. In questi giorni così incerti, dove ogni ora sembra uguale all’altra e ogni iniziativa relegata a un limbo di attese, il Centro, sospese le lezioni in presenza, non ha però voluto rinunciare a coinvolgere studenti e appassionati con iniziative compatibili con questo tempo “confinato”. Tra contest fotografici e inviti a riscoprire artisticamente la bellezza annidata nel quotidiano, si è inaugurato un altro progetto: si tratta di #CRFCMeets, una serie di incontri in diretta su Instagram dove Irene Alison, giornalista e photo-consultant, conduce un dialogo con fotografi e creativi sulle possibili «letture visive del tempo che viviamo» e sulla fotografia come «finestra aperta sul mondo, anche durante la quarantena». Ciascuno dei tre appuntamenti finora organizzati (in onda il venerdì alle 18.30 sul canale Instagram del Centro) prende le mosse da un tema specifico e si dirama attraverso i botta e risposta dei due interlocutori, intervallati dai commenti degli “spettatori”, mentre emergono racconti di vita e di lavoro, analisi della difficile situazione attuale, ipotesi per nuove prospettive possibili.

Il primo incontro (di cui rimane disponibile un assaggio sulla pagina Facebook del Centro), svoltosi venerdì 10 aprile, ha visto la partecipazione di Lorenzo Castore - classe 1973, fiorentino, con alle spalle una lunga serie di viaggi in lungo e in largo per il mondo (dall’India a Cuba, passando per la Polonia, dove ha anche vissuto). Il tema era la casa intesa come «confine narrativo e fotografico», comune ad almeno due dei numerosi progetti fotografici di Castore (consultabili sul suo sito personale), Ultimo domicilio e Ewa & Piotr, entrambi diventati libri e realizzati all’interno dell’ambito domestico. Che cosa significa casa oggi? Oggi, che da luoghi sicuri a cui fare ritorno a fine giornata, le nostre case si sono trasformate in celle da cui è impossibile uscire. La sfida, però, è un’altra: pensare la casa - dice Alison - non come area di «confinamento», ma come «confine narrativo». Quante storie e prospettive si celano sotto la superficie di un oggetto? Banale, forse, ma troppo spesso si dimentica proprio ciò che si ha sotto gli occhi. Casa, per Lorenzo Castore, è da sempre un concetto «fluttuante», dato dai numerosi trasferimenti affrontati fin da bambino. Ma casa sono anche le persone con cui intessiamo relazioni, la cui presenza, appunto, ci rende familiari anche luoghi estranei, distanti centinaia di chilometri dal «borgo natio». Casa è identità (e identità, si potrebbe dire, è memoria): non la disposizione dei mobili e il colore degli arredi, ma quei pezzi di vita accatastati nello scantinato, nascosti dentro un cassetto, persi in qualche scatola che avevamo messo da parte al solo scopo di riscoprirla anni dopo per sperimentarne il tenero sapore di madeleine proustiana. Sono i segni che seminiamo e che recuperiamo quasi per caso; anche così può nascere un’idea: nulla va sottovalutato.

Se nella prima puntata ha dominato il “dentro”, nel secondo appuntamento, andato in onda venerdì 17 aprile, ha prevalso il “fuori” col tema “Roma città aperta”, stimolo per una lunga serie di interrogativi: cosa significa ritrarre la metropoli per il fotografo contemporaneo? Come reagire ai paesaggi urbani eccezionalmente deserti di questi giorni? Che tipo di sguardo prevarrà alla fine della quarantena? Irene Alison ha dialogato questa volta con Marco Delogu, di origini sarde ma nato a Roma, che ha fondato e diretto FotoGrafia - Festival Internazionale di Roma, producendo la straordinaria esperienza della Commissione Roma, che nelle sue 15 edizioni ha offerto l’occasione ad alcuni tra i più importanti fotografi del nostro tempo di ritrarre la città eterna attraverso il loro personale sguardo - così originale, spesso, da risultare magicamente trasformativo. Per citarne alcuni: Josef Koudelka, Anders Petersen, Martin Parr, Gabriele Basilico. La ricchezza del progetto, dice Delogu, risiedeva proprio nella sorpresa sperimentata nel vedere Roma attraverso gli occhi di un altro. Una città come Roma, d’altronde, può costituire una vera e propria «trappola», vista la bellezza che la inonda a ogni piè sospinto: celebrata dai poeti e dagli artisti di ogni tempo, oltre che perennemente assediata dai turisti, l’Urbe rischia di incutere un timore reverenziale e di frenare la spontaneità creativa di chi si misura con il suo fascino sovrumano. Eppure, continua Delogu, non bisogna aver paura di misurarsi con la bellezza. Ciò che importa è andare dritti all’essenziale, scavare dentro di sé per trovare un linguaggio che sia unico in quanto autenticamente personale - un consiglio che ogni aspirante fotografo dovrebbe avere saldamente a cuore, specie per quando questi tempi di reclusione lasceranno spazio a una fame vorace di nuovi racconti e esplorazioni, di fronte a una realtà che con buone probabilità non sarà più la stessa.

Il prossimo e ultimo appuntamento (ma speriamo se ne organizzino altri) si svolgerà invece venerdì 24 aprile (ore 18.30), in compagnia del fotografo lombardo Luca Santese; la conversazione verterà sul tema del “corpo politico”, a partire dai volti e dalle icone del potere presenti nei ritratti di Santese. Un’altra opportunità, dunque, per aprire una nuova finestra sul mondo, in attesa di poterlo presto riassaporare con i nostri stressi occhi. Stay tuned.

Maria Giulia Petrini

20/04/2020

Credits photo: Marco Delogu

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