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La Cina comunista e l’arte della propaganda in mostra al Museo di Roma in Trastevere

“L’art pour l’art” si sosteneva a inizio Ottocento per descrivere un’arte autosufficiente, causa e fine di se stessa: esattamente il contrario di ciò che l’arte ha rappresentato per i totalitarismi, incarnandosi in quella forma del tutto inedita che il Novecento ha conosciuto come propaganda. “CHINA: rivoluzione – evoluzione. Manifesti della Propaganda (1949 – 1983)”, in mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 23 aprile, è una selezione di poster e dipinti che focalizza l’attenzione sulla Cina maoista, con le sue contraddizioni e le sue ambizioni. Le opere, appartenti alla Hafnia Foundation, descrivono un itinerario per conoscere e avvicinarsi alla cultura e alla storia, tra un passato millenario e l’esigenza di stagliarsi come solido Paese comunista.Cinaprop2
Nel 1942 si tiene nella città di Yenan un forum di letteratura e arte, in cui è Mao Tsê-tung in persona a delineare i principi fondamentali di un’arte di stato: «L'arte per l'arte, l'arte al di sopra delle classi, l'arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste». La propaganda cinese, quindi, si fa promotrice di un modo di intendere il futuro in combinazione con un glorioso passato, anche da un punto di vista stilistico: le più moderne tecniche di stampa abbracciano l’antica tradizione degli acquerelli, in un fluido scambio tra realismo sociale e arte näif. Anche le ambientazioni sono frutto di commistioni: il paesaggio rurale è emblema dell’idillio e non risente delle dure politiche di rieducazione inferte agli oppositori, così come i paesaggi urbani brulicano di vita e la classe operaia è protagonista assoluta, analizzata con perizia entomologica e filtrata attraverso la lente del regime. Le opere di Stevens Vaughn, artista statunitense sedotto dalle tecniche pittoriche orientali, costellano le stanze dell’esposizione e dedicano al Mao-icona (lo stesso che Andy Warhol celebrò nelle sue coloratissime serigrafie) una serie di busti in cui la ceramica incontra i colori pastello, e l’austerità dei gradi militari si contamina di schizzi di colore, ideogrammi e fiori di ciliegio.
Cinaprop3Tra colori sgargianti con vene kitsch, si ritorna con lo sguardo ai poster, attraverso cui la Cina di Mao ipotizza anche una conquista estetica dell’Occidente: donne dai tratti europei indossano il qípáo, il tradizionale abito cinese e si ammirano compiaciute allo specchio. Nei bambini risiede la speranza, anche quando si tratta di arginare uno “straripamento” allegorico dell’onda di Hokusai dal vicino (ma lontanissimo) Giappone. Si auspicano fratellanze con Peaesi affini, Russia e Germania Est in primis, si issano bandiere rosse, si promuovono le campagne di alfabetizzazione del regime e si propongono ensemble che molto richiamano alla memoria la costruzione de “Il quarto stato” di Giuseppe Pellizza da Volpedo. E non possono mancare le raffigurazioni del leader: con lo sguardo carezzevole, mentre saluta la folla festante, giovane e aitante che intrattiene, mentre si immerge nella lettura o si staglia con fierezza su un paesaggio naturale, quasi come un “Viandante sul mare di nebbia”, ma rigorosamente con il pugno chiuso.
Nel lavoro in fabbrica culmina la nuova liturgia di un credo laico: il lavoro. Nel poster del 1965 “The new look of Public Transportation”, auto, trattori, bus, treni e navi compaiono in un affollatissimo scenario urbano che si integra con scene di vita quotidiana, tra chi va a lavoro e chi partecipa a parate celebrative. E poiché le masse sono elemento cardine per decretare l’efficacia della propaganda di un regime, un intero ciclo di opere esalta i valori fondativi del maoismo, come l’abnegazione di un popolo: o, meglio, la sua devozione. I lavoratori vengono ritratti nelle acciaierie, negli stabilimenti di trasformazione del carbone e nei campi, ma a uno strenuo impegno fa da contraltare una innaturale perfezione. I minatori hanno volti sereni e abiti pulitissimi, i granai traboccano di messi, i contadini sono felici di portare in spalla pesi enormi e i soldati a cavallo si schermiscono con umiltà. La Nuova Cina cresce a dismisura, anabolizzata da manifesti su cui campeggiano scienziati, piloti, agricoltori e operaie che camminano verso il domani stringendosi gli uni alle altre. Perché i valori sono quelli che guardano al futuro, ma senza dimenticare il passato: le donne sono forza lavoro preziosissima che non può essere dispersa nelle faccende domestiche. Mao lo sa bene, e la propaganda del regime trasfigura il volto del matriarcato, facendo specchiare il femminile in nuovi modelli: sui manifesti campeggiano donne alla guida di trattori, in uno stabilimento o tra i campi, che accolgono l’osservatore con un sorriso mai ostentato. E uno sguardo fiducioso puntato verso il sol dell'avvenire.

Letizia Dabramo 08/03/2017

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