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Canaletto in mostra a Palazzo Braschi: una rivincita per l'arte

Inverosimile lotta quella tra la bellezza scenografica di Roma e il modo in cui ne viene preservata la muta magnificenza. In questa città la decadenza antica delle rovine abbraccia, amaramente, quella contemporanea delle menti: pur senza voler essere convenzionali, solo a Roma è possibile assistere al naufragio di così tante opere d’arte e iniziative culturali in una distesa di gestioni arruffate, finanziamenti sgualciti, volgari indifferenze. Una sciatteria comportamentale che spesso non lascia innocenti né curatori né fruitori; recentemente, e a distanza di qualche giorno, gli ultimi atti vandalici hanno sfregiato la tomba del Beato Angelico, nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, e distrutto il TuliPark, neonato parco dei tulipani. È inevitabile, a questo punto, domandarsi che senso abbia continuare nella cura di una bellezza tradita così spesso. Nel salone del piano nobile di Palazzo Braschi, in occasione della conferenza stampa per l’attesissima mostra di Giovanni Antonio Canal (conosciuto come Canaletto) dall’11 aprile fino al 19 agosto 2018, il CdA di Zètema Progetto Cultura Francesca Jacobone, tra gli organizzatori, ha cercato di dare una risposta, o meglio, una soluzione: “L’arte deve diventare il bene comune, la casa di tutti. La vera innovazione non è il digitale, la multimedialità, ma far partecipare la gente alla dimensione culturale. Roma non va vista come un museo, ma come un luogo di cultura viva”. La risposta, tuttavia, va colta non solo tra queste parole, ma soprattutto nella realizzazione concreta della mostra, degno punto d’arrivo di un progetto ambizioso cui si unisce un lavoro imponente. Progetto ambizioso perché, come puntualizzato con meritato orgoglio da Federica Pirani, direttore dell’unità operativa che comprende il museo Macro, Palazzo Braschi e la Galleria Comunale d’Arte Moderna, “un evento così non si presentava da oltre dieci anni, lo definirei straordinario: abbiamo riunito sessanta opere, dividendole in nove sezioni, accompagnandole con abiti e musiche d’epoca. canaletto3 È stato davvero molto complesso organizzare il tutto”. La difficoltà organizzativa accennata dalla Pirani trova effettivamente riscontro in oltre due anni di lavoro, le cui complicanze sono state dettate maggiormente dal contattare i diversi musei sparsi per il mondo che espongono i dipinti del Canaletto e che hanno reso possibile questo monumentale ricongiungimento artistico.

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A tal proposito Pietro Folena, imprenditore culturale e organizzatore, sottolinea: “Le opere più belle di quest’artista immenso si trovavano tutte all’estero. USA, Russia, Inghilterra, Cuba. Solo il trasporto ha inciso per il 60% sui costi totali”. Il tratto comune delle tele e dei disegni del Canaletto esposti è un forte impatto drammatico e teatrale (non a caso, il pittore iniziò a lavorare da ragazzo come scenografo), dato dall’uso dei colori, delle prospettive, delle luci che animano scorci ormai spariti, come quelli della Roma e della Venezia del Settecento. “Lo stile di Canaletto, coraggioso e all’avanguardia, donava alle vedute una bellezza così intensa che i turisti dell’epoca, giunti in quelle città grazie ai suoi dipinti e vedendole dal vivo, ne restavano delusi. È quindi un onore che ad ospitare la mostra sia un luogo così rappresentativo”, spiega Bozena Anna Kowalczyk, storica dell’arte e curatrice dell’evento.Nessuna cornice, infatti, poteva rivelarsi più adatta di Palazzo Braschi, vero gioiello del barocco e unico luogo mai indicato e desiderato dagli organizzatori durante la fase di lavorazione. La mostra di Canaletto 1697-1768 incarna, finalmente, un esempio virtuoso della gestione e valorizzazione artistica e culturale, non solo per Roma ma per l’intera dimensione nazionale. E i casi fortunati, in quest’ambito, valgono molto più qualsiasi atto vandalico. Da non perdere.

 

Alfonso Romeo - 10/04/2018 

(Immagini: Alfonso Romeo)

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