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Costruzioni di oggetti di senso (artistico): Arman, una retrospettiva

Sembrano quadri cubisti a tre dimensioni, gli assemblage e i ready-made di Armand Pierre Fernandez (Nizza 1928 – New York 2005), meglio conosciuto come Arman.
Germano Celant, colui che definì per la prima volta “Arte Povera” uno dei più importanti movimenti artistici dal secondo dopoguerra in poi, ne cura la retrospettiva a Palazzo Cipolla fino al 23 luglio, al riparo dal via vai commerciale di via del Corso di Roma.Arman02
Casualità oppure no, è proprio dal consumo così ben rappresentato da questa via del centro, dal proliferare dei beni in commercio, della forma di vita “usa e getta”, che si è nutrita la poetica dell’artista dal 1954 fino alla morte nel 2005. Sono quadri spesso tridimensionali composti da “accumuli”, di oggetti, utensili, scarti ammassati in box trasparenti: l’effetto estetico complessivo è quello di un “pieno” colorato, composito, significativamente del tutto nuovo rispetto alle parti. Ma ancora, elettrodomestici e mobili di medie e grandi dimensioni disassemblati, tagliati, e ricomposti come Picasso, all’inizio del ‘900, costruiva i suoi quadri.
Nuovi punti di vista scaturiscono dalla ricostituzione di un nuovo ordine, ibridando due o più cose insieme, portando a esiti sorprendenti. Un frigorifero e un carrello, sezionati chirurgicamente e ricostruiti, danno “Du Producteur au Consommateur” del 1997. Un pianoforte e un letto a baldacchino per “Eine Klein Nacht Musik” del 2000 (traducendo: “un motivetto notturno”).
Arman03La serie, chiamata “Sandwich Combo”, rimanda alla preparazione di questo cibo della pop culture. Certo, siamo distanti anni luce, per tecnica, significazione e tempo storico, dalla rappresentazione di ciò che l’occhio vede secondo convenzioni imposte. La nuova prassi nell’Occidente della seconda metà del XX secolo è il ciclo di produzione, offerta, uso e scarto, Arman l’adopera e colleziona la spazzatura di New York degli anni ’60 o ’70 – perché i rifiuti ci dicono benissimo chi siamo stati- o una serie di pennelli, pinze e cacciaviti, utensili tutti uguali che si inviluppano in massa per creare nuove forme, che sembrano vortici, all’incontro tra futurismo, cubismo, pop art e new dada. Anch’egli, è degno figlio di quel Duchamp che per primo impose la vita quotidiana nel mondo dell’arte, con l’idea di distruggerne l’aurea ma sortendo, nei decenni successivi, sino ai nostri tempi, l’effetto paradossalmente opposto: la materia di tutti i giorni diventa preziosissima quando, con un cambiamento del suo senso abituale, si fa forma e materia artistica, un sinolo che non è un “in sé” ma che lo diventa, a seconda del contesto, degli occhi di chi guarda, delle leggi di mercato.

Arman, a metà tra l’atto di rottura di Duchamp e le derive economiche dei nostri giorni, preserva quell’ironia naïve che rende le sue proposte irresistibili, attraenti, ancora giovani cinquant’anni dopo. E pensare che la capitale dell’arte dagli anni ’60 in poi, New York, prediligeva le forme artistiche che del reale non ci volevano dire nulla (l’espressionismo astratto e il minimalismo, tra tutti), rinchiudendosi in un’indagine analitica sull’arte stessa. Il lavoro dell’artista di origine francese esce dal coro, anticipa di qualche anno il focus commerciale e pubblicitario della pop art e riunisce perfettamente il contenuto - gli oggetti di commercio e gli scarti - con la forma - un oggetto totalmente nuovo, eppure significante: l’opera d’arte.
Promossa e realizzata dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo in collaborazione con Marisa Del Re, la Arman Marital Trust, Corice Arman Trustee e con il supporto tecnico di Civita, questa retrospettiva ci salda nella nostra situazione post-industriale che per ora coesiste con il nuovo mondo digitale. Quando Arman disse che “gli oggetti sono estensioni di noi” non si prefigurava ancora la deriva degli smartphone e dei pc portatili, ma la frase suona profetica per le nostre orecchie contemporanee. Forse dell’arte ci si può e ci si deve fidare ancora. 

Agnese Comelli 10/05/2017

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