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Ambienti/Environments di Lucio Fontana all’HangarBicocca di Milano: un omaggio storico all’arte come “scienza dell’esperienza”

Le indagini sull’uomo delle scienze umane all’inizio del XX secolo, hanno portato a una corrente di studi all’incontro tra la filosofia dell’esistenza, la fenomenologia e la psicologia, chiamata “psicopatologia esistenziale”, dove ci si poneva il problema dell’esistenza in quanto un “corpo proprio”, un sentire “primitivo e immediato”, che ognuno avverte per sé stesso in relazione all’ambiente circostante. fontana01
Da un lato questo ha esacerbato un certo “solipsismo” che anche nel 2017 ben conosciamo, sviluppando le psicanalisi, il culto dell’ego e le nostre “messe-in-scena” che trovano terreno fertile soprattutto nelle realtà virtuali. Estremizzando – ma neppure più di tanto - una serie televisiva come “Black Mirror” ha ben sciorinato la distopia delle società digitali.
Il “sentirsi” è però in stretto dialogo con l’essere-al-mondo che, ci dicono pure i detti popolari dei baci perugina, consiste in molto di più che respirare. Sentire sé stessi è esperire un dato a cui ci si deve rapportare finché “morte non ci separi da noi” e che influenza la nostra relazione col mondo.
Nel corso del ‘900 ci sono state diverse declinazioni di questo modo di intendere l’esistenza, e anche gli studi estetici e gli artisti hanno espresso l’urgenza di “sentirci esistere”, nei modi più diversi.

Alcuni, come Lucio Fontana, fino alla fine degli anni ’60, hanno puntato sull’ “esperienza”. Cosa diventano le opere d’arte? Un modo per “esperire il fare esperienza”.
Il senso degli 11 “Ambienti/Environments”, realizzati tra il 1949 e il 1968 e messi a disposizione del pubblico fino al 25 febbraio 2018 all’HangarBicocca di Milano - spazi circoscritti in cui le nostre percezioni si devono adattare a condizioni totalmente nuove e insolite - può essere proprio ricondotto al voler farci sentire in modo più immediato il rapporto con noi stessi e il nostro stare al mondo.
fontana03D’altronde, è un altro detto comune che i cambiamenti, poco o tanto, ci mettono alla prova, e quando sono particolarmente radicali, destabilizzano, in prima istanza, la nostra maniera di “sentire” il mondo che ci circonda. È possibile, durante una vita, “esistere in modi diversi”, succede di dire quelle frasi che abbiamo già ascoltato qualche volta, del tipo “prima non ero così cinico, poi lo sono diventato”. Vuol dire che la nostra percezione generale delle cose intorno è cambiata e, di rimando, noi stessi. Fare esperienza è sinonimo di crescere, conoscere, accrescersi, maturare, anche invecchiare. L’arte si riconferma così una scienza, un modo di conoscere. Lucio Fontana si è servito di “generatori di atmosfere” (luci e tubi al neon, corridoi labirintici, vernici fluorescenti, architetture chiuse e anguste), giocando con alcune chiavi della modernità (elettricità, architetture, tecnologie) per permettere l’incontro tra “arte e vita”. Così scriveva nei suoi “Manifesti spaziali”, pubblicati alla fine degli anni ’40: «Ma non intendiamo abolire l’arte del passato o fermare la vita: vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro. Una espressione d’arte aerea di un minuto è come se durasse un millennio, nell’eternità. A tal fine, con le risorse della tecnica moderna, faremo apparire nel cielo: forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose». Le opere si fanno così atmosfere inglobanti, che il pubblico sperimenta su di sé, coinvolgendo i sensi, distorcendo la percezione del tempo, delle direzioni, dei suoni, delle luci. fontana02

La mostra, a cura di Marina Pugliese, Barbara Ferriani e Vincente Todolì, in collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana, sembrerebbe soprattutto una raccolta e un omaggio storico a questo settore specifico del grande lavoro di Fontana. Riproposto nel 2017, potrebbe peccare di una certa “ridondanza” rispetto alla storia dell’arte della seconda metà del XX secolo e leggermente “fuori tracciato” da un’istituzione come l’HangarBicocca, piuttosto incline ad esporre artisti viventi, sperimentazioni contemporanee, ricerche artistiche e scientifiche attuali. Andando al di là di questa critica, e prendendo come buono il forte impegno “civile” nell’offrire importanti “squarci d’arte contemporanea” gratuiti e aperti a ogni tipo di pubblico, possiamo intendere la proposta di un artista della storia recente come “monito”, sia per le nuove generazioni di artisti (di frequente corre il rischio che la riproposta e la continua citazione del passato nel contemporaneo si ponga su un margine troppo vicino al plagio…), sia per noi spettatori, più o meno informati e amatori, affinché non dimentichiamo che il nostro coinvolgimento – emotivo, percettivo, intellettuale - resta una dato importante per decretare se un’opera d’arte funzioni o no.

 

Agnese Comelli 24/09/2017

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