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Torna a Roma Letture d’Estate. Dal 20 giugno al 1° settembre, nei Giardini di Castel Sant’Angelo, un’edizione tutta nuova lungo la “passeggiata incantata” più amata dell’Estate Romana.
La cultura è gioco, musica, relax, artigianato, danza, tempo passato tra gli alberi e, immancabilmente, libri. In uno dei più suggestivi angoli della Capitale, un’oasi di relax a pochi passi dalla Basilica di San Pietro dove si potrà trascorrere del tempo piacevole sotto gli alberi secolari tra presentazioni, incontri e concerti nella Piazzetta degli Eventi o intrattenendosi con tutta la famiglia negli spazi dedicati ai più piccoli. Un posto speciale è riservato anche all’artigianato di qualità da scoprire gustando magari un buon aperitivo tra una pagina e l’altra nei due bellissimi bar di Letture: il Bistrot del Passetto e il Bistrot Letture d’Estate. Si potrà anche andare alla ricerca del libro perduto ma anche soddisfare la curiosità e il gusto per oggetti vintage dimenticati ma ancora funzionanti. LDE Manifesto
I Giardini ospiteranno un ricco cartellone di serate che coniugano la magia della musica e della letteratura: la performance di Gioia Di Biagio accompagnata da Le Cardamomò; l’anteprima romana del nuovo libro di Frank Lisciandro su Jim Morrison; la poesia in jazz di Liè Larousse e Gianluca Pavia con Paolo Damiani. Ci saranno incontri speciali come la presentazione del romanzo del rocker Omar Pedrini e si potrà andare dalle strofe del rap italiano ai poeti dell’antimafia con Kiave per We Reading; da non perdere la serata tributo al mito degli Anni ‘60 di Folkstudio che vedrà come super ospite Toni Santagata e, ancora, l’omaggio al mondo rock delle groupies con Barbara Tomasino, accompagnata dalle note di Francesco Forni e Luca Carocci. E, infine, il progetto di musica e poesia della coppia Gnut&Sollo, la serata di trombone e poesie con Ludovica Valori e il suggestivo viaggio in Italia accompagnati da Adoriza il cui concerto sarà presentato da Timisoara Pinto e Daniele Sidonio con il produttore artistico Piero Fabrizi.
Tanti gli autori ospiti di Letture d’Estate 2019: sul palco si alterneranno i nomi più interessanti, nazionali e internazionali, presenti sugli scaffali delle librerie come Federico Pace, Andrea Delogu, Ascanio Celestini, Vanni Santoni, Stefano Bartezzaghi, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Luca Di Bartolomei, Alex Kerr, la scrittrice Cinzia Leone che sarà accompagnata da un omaggio musicale per voce sola di Miriam Meghnagi, Melissa Panarello, il fumettista Marco Corona, Miriana Trevisan, Cristina dell'Acqua e Ilaria Gaspari, Claudio Gatti, Giorgio Biferali, Giulia Ciarapica e Paola Cereda. Ancora tanti ospiti a sorpresa e tante interessanti commistioni: la letteratura incontra lo sport con Federico Vergari e Fabio Canino; c’è la satira tagliente di Spinoza.it, ancora per We Reading, ma anche una serata omaggio al mito di Frida Kahlo dal titolo Io ti chiamo Frida a cura di Paola Zoppi; non mancherà, infine, l’appuntamento con Luca Maria Spagnuolo che ci condurrà nei gironi più profondi dell’opera del Sommo Poeta con Dante per tutti e le leggende medievali.
Ricchissima la selezione di concerti che vanno dalla surf music alla tradizione cubana passando per il piacevole intrattenimento folk, blues e jazz. Tra gli ospiti musicali: Al&The Newtones, Both Sides Now di Arianna Gaudio e Filippo Gatti, le percussioni di Ramon Caraballo, il Texas blues di Greg Izor che ci accompagnerà nella notte di eclissi di luna piena, Lucilla Galeazzi e Stefania Placidi, Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio, il rock dei Caltiki, Seresta project, Lavinia Mancusi, Enrico Crivellaro unica esibizione romana, accompagnato dalla Simone Nobile Band, Spirit Bird Gospel Choir, i Bassifondi con la loro musica seicentesca, River Blonde, The Jump Aces, Traindeville, Gloria Turrini Blues Revue, Raffaella Misiti e ancora una serata dedicata a Tom Waits con Raffaela Siniscalchi, Marco Ballestracci e Lucio Villani.
Grande attenzione inoltre verrà dedicata ai bambini: fino al 30 giugno, il “Festival del gioco dagli 0 ai 115 anni”, dieci giorni in cui i viali dei Giardini di Castel Sant’Angelo diventeranno un’isola dei balocchi per tutti, grandi e piccini. A seguire, dal 1° al 14 luglio, la Biblioteca Centrale Ragazzi offrirà spettacoli, visite guidate, cacce al tesoro, workshop e incontri e la mostra “Gli alberi danzanti” in collaborazione con Korean Foundation for International Cultural Exchange. Non mancheranno per tutto l’arco della manifestazione giochi e laboratori quotidiani in collaborazione con Orso Ludo e con le librerie romane L’Ora di Libertà e L’Isola non trovata; ancora, le letture juke boxe per i più piccoli, il festival Tempo di giocare e la mostra fotografica sui Ragazzi di Strada di Nairobi a cura di Amref.
Lungo la passeggiata nei viali sarà possibile, dal 21 giugno, ammirare l’esclusiva mostra dedicata ad Alberto Sordi a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia, con foto tratte dall'Archivio Fotografico della Cineteca Nazionale.
Le danze di Letture d’Estate si apriranno giovedì 20 giugno con il Gran Ballo ottocentesco di inaugurazione a cura dell’Associazione AEMDanza, mentre venerdì 21 accoglieremo l’Estate con un evento dedicato alle famiglie e pensato per la Festa della Musica di Roma con il Quintetto Gianni Rodari. Sabato 22 da non perdere il primo Grande Aperitivo al Bistrot Letture d’Estate: un evento conviviale per presentare la manifestazione e per brindare con tantissimi ospiti e amici all’inizio della stagione più bella. Saranno presenti nei viali dei Giardini anche le “signore dell’extra-vergine”, le produttrici dell’Associazione Pandolea, che con le loro degustazioni sveleranno al pubblico l’immenso patrimonio di tipicità dell’olio extra-vergine d’oliva italiano.
Da sempre, le attività di Letture d’Estate sono finalizzate alla raccolta fondi per Peter Pan Onlus che, dal 1994, si occupa dell’accoglienza delle famiglie con bambini e adolescenti ricoverati nei reparti oncologici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sabato 29 giugno è attesa la Grande Festa di Peter Pan, un’occasione speciale a sfondo solidale in cui Letture d’Estate propone il “Trilly Spritz aperitif”, accompagnato dal rituale torneo di ping-pong e tante sorprese pensate per sostenere questo progetto benefico di rilevanza internazionale. Non mancheranno altri eventi di rilevanza sociale come la giornata “Ti porto con me. Umanità nel Mondo. Arte, musica, storia e street food” prevista il 12 luglio a cura della Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International.
Lungo i viali della Passeggiata dei sogni e dei desideri, si potranno incontrare ping-pong, calcio balilla e scacchi, a disposizione di tutti coloro che, tra un aperitivo e un evento musicale, vorranno godere della dimensione ludica che da sempre caratterizza la manifestazione in cui non mancherà il tradizionale varo del “Cruciverba più difficile del mondo” a cura di Ennio Peres.
Ancora, i Giardini vedranno il ritorno delle mani sapienti degli artigiani di ArtIngegno, il collettivo di Arti&Mestieri che, oltre a valorizzare artigianato slow e opere dell’ingegno creativo, accompagneranno il pubblico alla scoperta dell'utilizzo di materiali nuovi e di tecniche all'avanguardia. Un'isola che, oltre a proporre manufatti con processi di lavorazione a misura d'uomo e sostenibili, mostrerà come prendono forma gli oggetti grazie a dimostrazioni dal vivo, non soltanto per i più piccoli.
lde2Dopo il successo della passata edizione, torna il fascino delle serate danzanti nella magia delle notti stellate: ogni mercoledì Tango con la Milonga El Castillo a cura di Liv&Bossi e ancora Lindy Hop e lezioni dimostrative con sessioni aperte al pubblico a cura di Swinghaus a partire da sabato 13 luglio. Inoltre, Letture d’Estate ospiterà la Grande Festa di Ferragosto con Giorgio Cuscito e la Swing Valley Band.
Si avrà anche l’opportunità di formare e curare la mente e il corpo grazie alle attività promosse da una realtà virtuosa del territorio romano, la Scuola Shiatsu Igea, che quest’anno permetterà nuovamente di scoprire i segreti e i benefici di una disciplina antica quanto affascinante.
Con tanti ospiti, eventi speciali, serate dedicate a un intrattenimento unico, spaziando dalla letteratura alla musica, dalla danza agli aperitivi esclusivi all’ombra del Castello, un programma di appuntamenti imperdibili disponibili su www.letturedestate.it sempre aggiornato fino al 1° settembre.
Letture d’Estate 2019 è a bassissimo impatto ambientale e mira a garantire una duratura riqualificazione dei Giardini di Castel Sant’Angelo attraverso continuative opere manutentive di giardinaggio, potatura, derattizzazione e monitoraggio già in corso di svolgimento, di conserva con il Servizio Giardini di Roma Capitale. Non solo: con particolare attenzione rispetto alle più recenti problematiche ambientali, i punti ristoro di Letture d’Estate saranno forniti di piatti e stoviglie compostabili, proseguendo una buona pratica che fa parte dell’identità della manifestazione.
La manifestazione – completamente autofinanziata, gratuita e aperta ogni giorno dal mattino alla sera – è organizzata dalla Federazione Italiana Invito alla Lettura ed è parte del programma dell'Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale con il contributo di SIAE. La programmazione degli eventi pensati per ogni visitatore è frutto delle creatività di Margherita Schirmacher e Lucio Villani, rispettivamente curatrice e direttore artistico di Letture d’Estate e da Stefania Cane per i cicli di eventi dedicati ai bambini.
Letture d’Estate ringrazia pubblicamente – per la dedizione e la competente professionalità – l’Ufficio Gestione Specie Sinantrope e Problematiche e il Servizio Giardini del Dipartimento Tutela Ambiente di Roma Capitale.

I Partner culturali: Altroquando, ArtIngegno, Associazione Pandolea, Biblioteche di Roma, Centro Bibliografico Invito alla Lettura, Centro Sperimentale di Cinematografia, Fitet e Asdtt Maccheroni, La Casina di Raffaello, L’Isola non Trovata, L’Ora di Libertà, Orsoludo, Scuola Shatsu Igea, Scuola di Musica Mississippi.

I Partner sociali: Peter Pan Onlus, Amref Health Africa, Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International

Sito ufficiale
www.letturedestate.it 

Per aggiornamenti e notizie in tempo reale
www.facebook.com/LetturedEstate/ 

U.s. 

12/06/2019

ROMA – Mentre l'esposizione “DREAM. L’arte incontra i sogni" continua al Chiostro del Bramante, lo sceneggiatore e scrittore Ivan Cotroneo presenta, insieme alla giornalista Teresa Ciabatti e ai due lettori-attori Angela Baraldi e Alessandro Roja, il suo libro “Le voci del sogno”, edito da La Nave di Teseo. È la raccolta dei racconti di mostra ascoltabili nell'”audioguida non didattica” di DREAM, nati dall'incontro con Natalia De Marco, direttrice artistica del Chiostro, e Danilo Eccher, curatore della mostra.
I testi dell'audioguida sono letti e interpretati da 14 attori italiani, tra cui Carolina Crescentini, Giulia Bevilacqua, Isabella Ferrari, Marco Bocci, Cristiana Capotondi, Brando Pacitto, Matilde De Angelis, Matteo Giuggioli, Giuseppe Maggio, Valeria Solarino, Valentina Cervi, oltre ai due già citati, presenti all'evento, ai quali si è poi aggiunto, a sorpresa, Alessandro Preziosi.

14 storie diverse, 14 io-narranti, 14 identità. 14 racconti che parlano da un posto che non c'è, da un sogno, appunto, che, come tutti i sogni, non si capisce esattamente da dove né quando sia iniziato. Ivan Cotroneo ci spiega di essere cresciuto in una famiglia numerosa, in cui era impossibile avere un momento di privacy: «c'era sempre uno sguardo esterno a dirti “ma che fai, sei ridicolo” quando volevi ballare davanti allo specchio, quando te ne volevi stare per i fatti tuoi». E nel libro si avverte questo sguardo, che l'autore fa suo, questa distanza, questo effetto di straniamento tra quello che sta dentro e quello che sta fuori, tra ciò che si percepisce e l'osservazione di chi percepisce.
«Compresenza» è una parola su cui l'autore pone l'accento, potremmo definirla la parola-chiave per interpretare il libro: accanto alla dimensione realistica ce n'è sempre un'altra «non perfettamente realistica». Come se i luoghi contenessero, in compresenza, tutte le storie che lì sono state scritte. Come se vivessimo sempre, oltre che nello spazio fisico e concreto, in uno «spazio altro», onirico, indefinibile. L'idea del libro dopotutto nasce proprio da un episodio realmente vissuto dallo scrittore, quando, a vent'anni, attraversando Piazza Mercato a Napoli, la sua città, ha sentito delle presenze intorno a sé, e ha iniziato ad ascoltare le loro storie, quelle che hanno poi preso corpo ne “Le voci del sogno”.Le voci del Sogno
Ivan Cotroneo sceglie di far leggere il racconto dell'ingresso nel mondo del sogno, ad Alessandro Roja. «Troppe le stelle, troppi gli impegni, troppe le cose fatte e da fare». L'io che narra alza gli occhi, ammira l'enorme cielo stellato, e pensa che è una conquista, ma anche un enorme peso da caricarsi sulle spalle.
È poi il turno di Angela Baraldi, cantante e attrice dalla voce ipnotica, già prodotta da Lucio Dalla e protagonista del film di Gabriele Salvatores “Quo Vadis, baby?” (2004). A lei Cotroneo decide invece di affidare la stanza della vertigine: «non puoi uscire da questo labirinto senza prima esserti perso». Un invito a perdersi per ritrovarsi, a perdere il senso e la logica, ad avere paura della vertigine, o che tutto ci caschi addosso, per essere noi stessi vertigine e labirinto.

Come già accennato, Alessandro Preziosi, che fa parte anche lui dei 14 lettori di DREAM, ha fatto la sua comparsa inaspettata nella seconda parte della presentazione, cogliendo l'occasione per leggerci un estratto del libro. «Le mie mani sanno solo tessere e perdersi nei fili, per creare. Così, ti ho scritto una strada, una terra e un paese e invece che ad una lettera, ho affidato il mio amore ai colori e alla materia, ho usato le mie notti per cercare di essere Dio per te»: un pezzo mozzafiato, uno stile meditativo e intimista, una sensibilità e serenità che Preziosi paragona alla poesia di Fernando Pessoa perché, dice, ci aiuta a «leccarci le ferite». In Cotroneo ci sembra di ritrovare, in effetti, quella «febbre di sentire», quel fermento dell'immaginazione che sono stati propri di Pessoa al di là di ogni tipo di eteronimo.

È così attraente l'idea di affiancare a una mostra contemporanea una lettura in audio-guida che non spiega, ma offre una suggestione che completa la mostra, che ne diventa parte integrante, ponendosi in dialogo con essa. Prodigi dell'era contemporanea – l'era del post e della contaminazione, delle arti che si attraversano l'una con l'altra e creano meraviglie. E ci sentiamo di affermare che anche “Le voci del sogno” sia un prodigio, l'opportunità per stupirsi. Da afferrare in libreria, su Amazon o IBS.

Sara Marrone, 14/02/2019

Nikita Placco, dopo 25 anni di avvocatura, esordisce con Il giorno di cui non si parla, romanzo edito da Licosia. La storia è quella di Rodolfo, dalla carriera simile per quanto, sostiene l’autore, non autobiografica: prima notaio e infine, con sempre più vigore, scrittore. Sospinto dall’ispirazione di una vita sentimentale piena, se non turbolenta, e traumi affettivi sepolti a variabile profondità, Rodolfo è a un punto cruciale sia della propria carriera che, se è per questo, della sua intera vita.
La cerebralità del protagonista, la sua acuta capacità e tendenza all’osservazione, sono riverberate dallo stile di Nikita Placco. Mai privo di eleganza formale e lessico forbito, talvolta forse un po’ troppo, si sposa bene con il carattere di Rodolfo, pur nel ripercorrere le sue tante e tali avventure in camera da letto. La corrispondenza diventa poi speculare quando, nella seconda parte del romanzo, la trama si sovrappone al racconto metaletterario. Leggiamo così la scrittura di Rodolfo, dopo quella su di lui, stilisticamente coerente con il resto.
Una volta abituati alla distanza linguistica di termini come “profferta”, “randomica” o “compulsare”, o a forestierismi di varia origine (“redde rationem”, “atout”, “diktat”, “up-front fee”), non ci si spaventa più e si riesce a gustare maggiore empatia con il nutrito pantheon di familiari, amici e amanti. Ognuno, sebbene viva sempre attraverso gli occhi del protagonista, è dotato dei propri gusti, delle proprie idiosincrasie e di un proprio punto di vista peculiare. La mappa in cui ci muoviamo è quella tracciata da Rodolfo, con continui rimandi per associazione al suo passato nella prima metà e nella seconda intermezzi del suo romanzo, la cui ispirazione è fornita proprio dallo svelamento di un segreto mantenuto troppo a lungo.
Questo è forse, sin dal titolo, il messaggio più profondo de “Il giorno di cui non si parla”: quanto determinante può essere, nella vita di ognuno, la forza pulsante e misteriosa generata da un evento traumatico? Che se ne parli o meno, che lo si ricordi o meno, ne siamo davvero condizionati inevitabilmente? Sembra che, tra dominarlo o esserne dominati, non ci sia una terza opzione. Eppure, la strada che sceglie Rodolfo, così come forse molti altri scrittori, è quella di una rielaborazione mediata, un sollievo del genere che solo la produzione artistica, e poco altro, riesce a concedere. E chissà che, liberati i propri demoni, lo scrittore non riesca a superare con successo il bivio più cruciale della sua vita, temuto come un segreto e rimandato altrettanto a lungo.

Andrea Giovalè
5/12/2018

Mentre sui siti di cinema si riporta la notizia che il gruppo alternative metal statunitense dei Nine Inch Nails curerà la colonna sonora di The woman in the window (2019), prossimo film di Joe Wright, quest’ultimo è protagonista in Italia della prima, accurata, intrigante monografia dedicatagli. Edita dalla Bietti collana Heterotopia, Joe Wright. La danza dell’immaginazione, da Jane Austen a Winston Churchill, è un must have per chiunque sia appassionato o voglia occuparsi di cinema. Ma soprattutto non può mancare nella libreria di chi è rimasto affascinato più di una volta dalla tecnica registica di Wright. Come è successo alla preparata autrice del volume, Elisa Torsiello, giovane critica cinematografica, la quale, da grande ammiratrice dello stile del regista inglese, ha deciso di lanciare un impulso affinché altri possano interessarsi alla sua arte. Recensito ha incontrato Elisa per parlare del suo libro e della sua passione per la settima arte, oltre che di Joe Wright. Su cui l’autrice tiene subito a precisare: «Joe sa che ho scritto questa monografia e ha richiesto una copia in inglese. Me l’ha detto Seamus McGarvey».

Iniziamo quindi con la domanda più convenzionale: perché Joe Wright?
È stato il regista che mi ha cambiato la vita. Alfred Hitchcock e David Fincher sono i miei preferiti, però Joe mi ha aperto la strada della critica cinematografica. Prima ero solo una spettatrice comune, andavo al cinema perché c’era tale attore o tale film e non ero interessata agli aspetti più tecnici; invece dopo Espiazione è cambiato tutto. Questo lo devo anche a Dario Marianelli e Seamus McGarvey, oltre che alla fotografia e al montaggio: tutti quegli universi e nomi del tutto ignorati dallo spettatore medio, insomma. joe wright

Il regista inglese si definisce “figlio di burattinai”: per te chi è, invece, Joe Wright?
Per me è il cinema. Ma anche la rivincita di tutti quei ragazzi che, con la propria immaginazione, sono riusciti a dare un calcio al passato, ad avere la meglio su cattiverie e bullismo, di cui lo stesso Wright fu vittima a causa della sua dislessia. Joe è riuscito coraggiosamente a dimostrare quanto il cinema possa migliorare davvero una vita. Lui a me l’ha cambiata, quindi per me Joe Wright è il cinema, proprio come lo è Hitchcock per altri motivi.

Questa idea di rivalsa nei confronti di difficoltà giovanili vale anche per te?
Occupandomi di cinema, sono diventata un po’ più ottimista e ho imparato a credere nei sogni. Con il tempo ho scoperto nuovi modi di approcciarmi alla realtà. Ora penso anche che, se veramente vuoi una cosa, vai e te la prendi. Magari non sempre accade, però almeno puoi dire di averci provato. E solo per questo, devi darti una pacca sulla spalla. Joe Wright ha ricevuto anche dei premi a conferma del lavoro svolto. Io per ora ho ricevuto solo pacche sulle spalle: è grazie a Joe se sono disoccupata (ride, ndr).

Hai nominato anche Hitchcock e Fincher come registi preferiti. Insieme a Wright, che tipo di cinema rappresentano per te?
Joe è l’intermediazione fra la fantasia e la realtà. È anche lo sguardo, e in questo ha un punto di contatto con Hitchcock. Alfred è il voyerismo, lo sguardo che guarda attraverso la fessura: Joe va a studiare quello sguardo, appunto. Fincher è una trottola, è quell’autore che riesce a toccare vari generi, rendendosi sempre riconoscibile: non ha una definizione, per questo è così importante e fantastico per me.

Che legame ha Joe Wright con l’Italia?
Molto forte. Da quello che ho capito parlando con Seamus McGarvey, lui affitta, qualche volta, una casa a San Casciano in Val di Pesa, vicino Firenze, da una signora che ha una figlia amica di Rosamund Pike, ex fidanzata di Joe. In questo posto ha scritto Espiazione e Anna Karenina. Quindi l’Italia è una grande fonte di ispirazione. Ma basti solo pensare che due dei suoi collaboratori più stretti, Valerio Bonelli e Dario Marianelli, sono italiani. E McGarvey abita in Italia.

Nella Prefazione al tuo libro, Dario Marianelli scrive che Wright tocca ogni immagine come se fosse un dipinto. Tu a quale pittore accosteresti Joe?
Non ce n’è uno in particolare, cambia in base ai film. Ad esempio, in Anna Karenina è vicino tantissimo a Claude Monet. In Orgoglio e Pregiudizio vi rivedo John Constable con un pizzico di William Turner. Espiazione ricorda la pittura di Giovanni Fattori.

Oscilla fra Impressionismo e Realismo, dunque?
Esatto. Forse più Impressionismo.

elisa okQual è, secondo te, la colonna sonora più riuscita del duo Marianelli-Wright?
Espiazione. Perché riesce a rendere musica un suono come quello del battere sui tasti di una macchina da scrivere. Ti fa commuovere anche senza guardare un’immagine. Sentendo le note di Elegy for Dunkirk, per esempio, davvero sembra di vivere quel piano sequenza osservato sullo schermo poco prima.

Hai intitolato il tuo volume “La danza dell’immaginazione”: che ballo è Joe Wright?
(ride, ndr) È un valzer, molto simile a quello sentito in Anna Karenina. Quando parlo di danza non intendo quella compiuta materialmente dagli attori, ma soprattutto quella della cinepresa nei piani sequenza: talmente elegante e sinuosa che non puoi non accostarla ad un valzer. Non è di certo un tango, o un fandango, comunque.

Elegante e regale, ma anche romantica…
In Joe c’è poco di romantico. È vero che le storie sono d’amore, ma vanno a finire quasi tutte male. A parte in Orgoglio e Pregiudizio, ma in Espiazione, Anna Karenina, Hanna, L’ora più buia c’è sempre quel pizzico di “bittersweet”, (dolceamaro, ndr) come direbbero gli Inglesi. Non si riesce mai a toccare l’apice del romanticismo. Quindi, quando sento che Joe Wright è sottovalutato proprio perché le sue opere vengono reputate romantiche, mi arrabbio. Spero che con il mio libro questo mito venga sfatato, finalmente. Ci tenevo a rendere giustizia all’opera di un autore che ha tanto da dire e in pochi lo hanno compreso.

Secondo te che tipo di magia ha regalato al cinema?
Aver trovato un connubio fra realtà e immaginazione. La sua magia è riuscire a catapultarti nella storia. Non tutti ci riescono. Sarà per questo che forse, secondo me, gli affidano sempre film tratti da libri: lui prende una storia e la fa sua, non fa un banale copia e incolla, niente è pedissequo in Joe Wright. Lui ti proietta nella storia e te la fa amare. Quando uno dei due aspetti, immaginazione o realtà, va a superare troppo l’altro, questa magia viene meno. Penso a Pan, dove l’immaginazione ha preso il sopravvento. Oppure a Il solista, dove era troppo neorealista. In certi film cala un po’ il suo tocco magico.

Seamus McGarvey scrive nella Postfazione: “Nulla è lasciato al caso all’interno delle sue inquadrature: tutto parla di lui, tutto parla della vicenda che sta raccontando”. Qual è, per te, la sua inquadratura più potente a livello di immaginazione?
Ci dovrei pensare su a lungo, sono troppe! Ne posso forse indicare due: una è in Espiazione, la scena d’amore nella libreria, ossia Cecilia sospesa tra le braccia di Robbie. E la seconda è in Anna Karenina, quando si butta sotto il treno e dice “Forgive me” (“Perdonami”, ndr). Da critica, però, direi la scena in cui Winston Churchill accende il sigaro in L’ora più buia, con il bagliore che illumina il viso mentre attorno è tutto scuro.

Che film ti piacerebbe realizzasse Wright?
Finalmente qualcuno che me lo chiede! Un film su Mary e Percy Shelley: credo che lui sia nato per fare un film del genere. Con Aaron Taylor-Johnson nei panni di Percy e Keyra Knightley in quelli di Mary. Oppure Miele di Ian McEwan. Già vedo il cast: Tom Hardy, Tom Hiddleston, Rufus Sewell e Saoirse Ronan come protagonista.

Da Elizabeth Bennet ad Anna Karenina, passando per Briony Tallis e Hanna Heller: chi è la donna per Joe Wright?
Una donna forte, che lui modella in base ai ricordi di sua mamma e di sua sorella. È una donna capace di distruggere una vita con la forza dell’immaginazione, come Briony, oppure di togliere o salvare una vita, come Hanna. Sono donne di tutte le età, ma accomunate da una forza interiore capace o di amare alla follia, o di distruggere. elisa con seamus

Qual è secondo te quella più riuscita?
Hanna.

E il film di Wright più sottovalutato?
Hanna, senza esitare. È un film completo. Per ogni appassionato di cinema, esso è un’esperienza catartica, penso. Trovi di tutto, a cominciare da Robert Bresson. E poi c’è la musica dei The Chemical Brothers, Tom Hollander vestito con una tuta che ricorda quella di Uma Thurman in Kill Bill, il fischiettio che rammenta il film Il mostro di Düsseldorf: è ricco di citazioni, ma nessuno lo ha compreso, non riesco a capirne il motivo. Probabilmente perché si distaccava dall’estetica tipica di Wright, o meglio: da quella che gli altri pensavano fosse la sua estetica, tra film romantici e storie d’amore. In Hanna c’è una ragazza che è cresciuta con le favole dei Fratelli Grimm e deve imparare a diventare grande da sola, combattendo contro la strega cattiva che è una bravissima Cate Blanchett. Da rivalutare.

Qual è la tua citazione preferita tratta da uno dei suoi film?
Come back, come back to me” tratta da Espiazione. Oppure “Mi avete stregato anima e corpo, vi amo vi amo” di Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio: è stata la frase che ho scritto per anni nei diari della Smemoranda.

Tre aggettivi per descrivere Joe Wright e il suo cinema?
Cinema: elegante, sognatore ma realistico. Lo so che sembra un ossimoro...
Lui: meticoloso, attento, sognatore.

In uno dei capitoli finali del tuo libro scrivi riguardo ad una “prima chiusura del cerchio”: è davvero stato ultimato un ciclo? E ora quale si aprirà?
Con Nosedive (primo episodio della terza serie di Black Mirror, diretto da Joe Wright, ndr), secondo me, lui ha concluso un ciclo. Dopo Pan voleva lasciare il cinema: era giusto che ritornasse all’origine proprio con una serie tv. Ora si apre un nuovo cerchio che, probabilmente, sarà una sorta di copia e incolla di quello precedente. Spero però sempre su base inglese perché, quando ha virato sulle produzioni americane, Joe Wright non ha avuto gran successo. Che sia un ciclo di film più bilanciato su quel famoso equilibrio fra realtà e immaginazione, ecco.

copertina wrightA chi consiglieresti di vedere Joe Wright?
Sicuramente ai ragazzi che si stanno approcciando all’università: se sei interessato al mondo dell’arte o del cinema, lui dà la spinta finale, il coraggio di iscriverti e di perseguire quel determinato sogno. È successo a me e sono venuta a scoprire a Venezia che è accaduto anche ad un’altra ragazza. Inoltre, suggerisco agli appassionati di cinema e di arte di guardarlo: Joe è un uomo che è cresciuto con l’arte e, quindi, è normale che quando sei un autore tu porti la tua arte, quello che ti ha fatto crescere, che ti ha modellato nelle tue opere. Lui vive di cinema, di storia dell’arte e ciò si ritrova nei suoi film.

Se dicessi la parola “mani”, tu a cosa la accosteresti?
Fil rouge di tutta la produzione di Joe.

“Occhi”?
Lily James in L’ora più buia.

Specchi?
Il vero sé.

Chi butti dalla torre, Keyra Knightley o Saoirse Ronan?
Benchè mi piaccia molto anche Saoirse, salvo Keyra.

Jane Austen o Ian McEwan?
Giù Jane Austen!

Carlo II o Winston Churchill?
Scelgo Churchill.

Lev Tolstoj o James Matthew Barrie?
Non li amo entrambi, però vada per Barrie.

Che effetto ti ha fatto pubblicare il libro con la Bietti Editore? Che avventura è stata?
Penso di aver giocato tutta la carta del karma e delle buone azioni che ho fatto in passato per arrivare a ciò. È stata una cosa inaspettata: io inviai una copia ad alcune case editrici e la Bietti mi rispose subito sì. Il libro era impostato in maniera totalmente diversa: ad esempio, i capitoli erano suddivisi in base ai temi riscontrabili nei film di Wright, tra cui la donna, i bambini.... Seguivo un altro modello, ma la Bietti mi convinse a cambiare tutto: trattandosi del primo libro al mondo su Joe Wright, dovevo analizzare tutto fin dall’inizio, a partire dalle serie televisive, comprendendo anche gli spot pubblicitari. È stata una rivoluzione completa e grazie a loro, forse, sono anche meno prolissa e proustiana. Per me virgole e punti erano quasi inesistenti: con la Bietti ho imparato tanto. Devo ringraziarli molto, perché non è facile puntare su Joe Wright, avevano molta paura. È vero che è conosciuto, però non ai livelli di David Lynch o Christopher Nolan, per intenderci. E invece ho avuto ragione io, per ora sta andando bene: ci sono tanti sognatori in giro.

Quando è nato in te quest’amore per la settima arte?
Penso da piccolissima. Ogni ricordo che ho di me da bambina sono io davanti ad uno schermo, fosse del cinema, della tv o del PC. Il primo film che ho visto è stato Il Re Leone della Disney: avevo quattro anni e mia zia mi portò al cinema. Rimasi tutto il tempo a guardare la luce di proiezione: zia ripete sempre, infatti, che ero già predisposta, che era nel mio destino esaminare cosa c’è oltre un film. Mio padre mi ha poi fatto “coltivare” la passione perché, quando sceglievamo insieme un film, lui si addormentava ed io andavo avanti tutta la sera, finendo per vedere a sei anni Le Iene di Tarantino. Ma questa è un’altra storia. (ride, ndr) Mamma invece mi ha supportato, sebbene arrivassi ogni giorno con un dvd nuovo a casa: era disperata perché non sapeva dove metterli! Però è stata lei che mi ha lasciato andare, con il motorino, a vedere Espiazione al cinema, nonostante quel giorno piovesse a dirotto.

Meglio spettatrice o meglio critica?
Per quanto riguarda Joe Wright, una via di mezzo: per riuscire ad apprezzare certi aspetti come i piani sequenza, devi essere critico. Però, per come riesce a gestire lui la regia, bisogna essere spettatori. Comunque non riesco più ad essere solo spettatrice, da anni ormai. Un po’ mi maledico per aver studiato cinema: a volte vorrei avere ancora quell’ingenuità di visione che avevo una volta.anna karenina

Hai già presentato il libro a Venezia, Pisa e Roma. Il 17 novembre sarai alla manifestazione Bookcity di Milano invece: che effetto fa passare dall’altra parte, da intervistatrice a intervistata?
Io ho intervistato per anni persone legate al mondo del cinema, andando a conferenze e presentazioni…Essere dall’altra parte è un viaggio extracorporeo. La prima presentazione c’è stata a Venezia, un esordio col botto, ero emozionatissima, quasi non riuscivo a parlare. Per fortuna che ad affiancarmi c’erano Alessandro Boschi (redattore e conduttore storico del programma radiofonico Hollywood Party su Rai Radio3, ndr) e Steve della Casa (critico cinematografico e conduttore storico di Hollywood Party su Rai Radio3, ndr). La seconda a Pisa ho avuto come ospite Seamus McGarvey: anche lì cuore a mille, ma lui è riuscito a mettermi a mio agio. E poi c’era anche un mio amico, Antonio Capellupo (responsabile della programmazione per il Cineclub Arsenale di Pisa, ndr), che ha organizzato l’evento: un’altra persona che non ringrazierò mai abbastanza. A Roma è andata ugualmente bene, grazie anche alla presenza di Emanuele Rauco, giornalista e critico cinematografico.
Un conto è parlare degli altri, come un critico, male o bene che sia. Quando devi parlare di te stesso, cambia tutto. Se non avessi parlato per anni davanti ad un microfono, probabilmente sarei svenuta alla prima presentazione, quindi grazie anche a Radio Eco (web radio degli studenti dell'Università di Pisa, ndr). Devo anche aggiungere che con il libro la mia autostima è aumentata: non avendo nulla su cui basarmi, mi sono affidata molto al mio senso critico e alle mie capacità, ho avuto fiducia in me stessa.

Tante soddisfazioni, quindi. Progetti futuri, invece?
C’è un’idea che vorrei portare avanti e che è su un altro Wright, Edgar. Non ha avuto il potere, come Joe, di cambiarmi la vita, però è un altro dei registi a cui devo qualcosa. Ma questa è un’altra storia, buona per un’altra intervista. Mi piacerebbe anche scrivere un libro su Alex Garland. Ma se fai di cognome Wright per me parti avvantaggiato e quindi ho gli occhi puntati su Edgar.

Chiara Ragosta, 16/11/2018

Era il 1981 quando Rona Jaffe pubblicava “Mazes and Monsters”, romanzo vagamente moralistico che assecondava la psicosi montante nei confronti di “Dungeons and Dragons”, stigmatizzando quel gioco di ruolo come l’origine di ogni ossessione potesse affliggere la mente di giovani adolescenti troppo suggestionabili.

Nel 2017 di quel libro – e dell’adattamento cinematografico che annoverava fra i suoi protagonisti un giovane Tom Hanks – si è quasi persa traccia nella cultura popolare, mentre negli Stati Uniti David Kushner, alla sceneggiatura, e Koren Shadmi, alle matite, hanno voluto celebrare la storia segreta dietro la creazione del primo gioco di ruolo da tavolo a tema fantasy, scavando nella vita di uno dei suoi due co-creatori: Gary Gygax. Rise of the Dungeon Master 2

Dopo quasi quarant’anni dalla sua commercializzazione, “Dungeons and Dragons” ha messo radici nella cultura geek, ha ispirato le più inaspettate celebrità dello star system americano (da Stephen Colbert a Robin Williams, passando per Vin Diesel), ha dato vita a un folto filone di giochi di ruolo a tema fantasy e fornito anche la base teorica per la costruzione delle prime avventure testuali per PC – antenate di tutto lo sterminato mondo dei videogiochi RPG, oggi disponibili per ogni tipo di piattaforma immaginabile.

Rise of the Dungeon Master” parla anche di questo: dipinge a tinte monocromatiche la sotterranea costellazione di scantinati e appassionati di storia militare, che negli anni Sessanta spendevano le loro serate libere a pianificare battaglie attorno a un. Ed è dall’incontro fortunato fra due di quegli appassionati – Gary Gygax e Dave Arneson – e dalle modifiche che iniziano ad apportare al gioco da tavolo “Chainmail” che nasce qualcosa di diverso, che spezza anche le gabbie della verosimiglianza storica per introdurre al suo interno elfi, orchi e draghi, appunto.

NPE porta in Italia – dal 15 novembre in tutte le librerie ma il volume sarà già disponibile in anteprima al Lucca Comics and Games 2018 – così l’ultima graphic novel del fumettista e illustratore israelo-americano Koren Shadmi, dopo aver già adattato per i suoi tipi “Abbaddon”, surreale webcomic che si ispirava all’opera “No Exit” di Jean-Paul Sartre.

David Kushner – che aveva già scritto un articolo per Wired sulla vita di Gygax – assume le vesti del dungeon master, rivolgendosi in seconda persona al lettore e soprattutto ai protagonisti della complessa nascita di D&D, come se prendessero parte anche loro a una partita del celebre gioco da tavolo. “Sei un tipo brillante ma strisciare nei condotti ti affascina molto di più che restare in classe”, racconta Kushner nel secondo capitolo, descrivendo l’adolescenza di Gygax. Non un ragazzo prodigio, né un genio ma una persona curiosa, affascinata da quei luoghi sotterranei, che diventeranno poi la scacchiera prediletta su cui sviluppare le battaglie di D&D. I “dungeon”, appunto.

Il disegno di Koren Shadmi si adatta a quello che è un racconto di vita vissuta, incrociato alle suggestioni fantasy scaturite dalle menti fertili di quei giocatori, rintanati negli scantinati delle case proprie o di amici. Quello di “Rise of the Dungeon Master” è un tratto morbido e soffuso, un susseguirsi di tavole monocromatiche, dove i fondali sono un intreccio di sagome pulite e linee schematiche ed essenziali. Il gioco a cui Shadmi ricorre spesso è quello di sequenze di inquadrature che si focalizzano progressivamente su dettagli precisi, accompagnando la narrazione pacata di Kushner, che parte dalla superficie del presente – una delle ultime occasioni in cui Gygax ha giocato a D&D con alcuni fan affezionati – per affondare rapidamente nel passato.

Dungeons&Dragons è in fondo lo spunto da cui partire per esplorare molto di più: un’intera sottocultura, fatta di appassionati di storia militare e di heroic fantasy (mentre Gygax non sopportava “Il Signore degli Anelli”, proprio per la sua mancanza di battaglie descritte con accuratezza). Erano persone che spesso avevano una famiglia e altri lavori e si rifugiavano in quel passatempo alla fine della giornata. Si trattava di un’epoca, sicuramente diversa da quella attuale, in cui i fan che potevano incontrarsi e parlarsi solo tramite lettere, telefonate o convention annuali.

Rise of the Dungeon Master 3 È durante una di quelle convention che Gygax incontra Arneson, come lui interessato ad esplorare scenari alternativi, che non prevedessero più una stretta aderenza alla verità storica ma permettessero alla fantasia dei giocatori di scatenarsi. Si potrebbe dire che “Rise of the Dungeon Master” scorra con il tono lento e semplice di una fiaba – le manca ovviamente quella sfumatura cooperativa che trasforma ogni partita di D&D in un canto epico collettivo.

Ma i colpi di scena non mancano: Kushner non lascia fuori le polemiche, i lati oscuri di Gygax più ancora che di Arneson, gli spettacolari fallimenti finanziari, lo scandalo legato alla sparizione del giovane James Dallas Egbert III. La vita reale è molto meno eroica e più grigia di un’epica lotta fantasy ma Kushner e Shadmi riescono a essere sempre efficaci, senza perdere mai il filo della narrazione.

È ovvio che in 145 pagine “The Rise of the Dungeon Master” possa raccontare solo un pezzo della lunga storia dietro la nascita in sordina, l’improvvisa esplosione, la decadenza e poi la nuova rinascita del primo gioco di ruolo fantasy della storia contemporanea e non decide nemmeno di farlo con piglio eccessivamente documentaristico. E questo lo rende una lettura godibile, di facile approccio, mai sovrabbondante e decisamente piacevole alla vista.

The Rise of the Dungeon Master” non è un’esperienza collaborativa come una campagna di Dungeons&Dragon ma è una lettura immersiva, capace di accompagnare il lettore non solo nel mondo delle battaglie fantasy ma soprattutto in quell’universo umano che negli anni Sessanta e Settanta circondava i giochi da tavolo e costituiva una sottocultura a sé stante. E per ogni lettore troppo giovane per essere lì, respirare le atmosfere in cui si è svolta la vicenda di Gary Gygax diventa anche un modo per capire da dove siamo partiti, prima di arrivare allo sterminato mondo dei giochi di ruolo contemporanei. Da uno scantinato che, a non voler andare troppo per il sottile, è un po’ un dungeon anche quello.

 

Di Ilaria Vigorito, 30/10/2018

La ricerca della felicità è un tema diffuso, in narrativa e oltre. Tra Hollywood, letteratura e la vita di chiunque, inevitabile prima o poi confrontarcisi, sia pure per la semplice e pulsante voglia di essere felici mentre il mondo, la vita o qualsivoglia altro concetto antagonistico sembra opporsi a questa nostra inclinazione. Anche l’autrice, Samira Zuabi Garcia, l’ha fatto, e ha anche congelato questa sua battaglia, per non dire guerra, in un racconto diaristico pubblicato da Montedit per la collana I Salici: “#365 Days Happy”.11
Nato come reportage fotografico sul più diffuso dei social network, nientemeno che Facebook, il libro costituisce la controparte letteraria del progetto di chi, dopo un grave colpo al cuore, ha un bisogno disperato di un nuovo obiettivo. E quale obiettivo più sincero può esserci di ritrovare la felicità perduta? Samira ci racconta tutto questo con trasparenza, distribuendo su 365 pagine il resoconto di 365 giorni della sua vita. Salvo le eccezioni di prologo ed epilogo, il discorso è scandito cronologicamente, non ci sono espedienti narrativi, non si tratta di altro che quello che sembra. La scrittrice, dall’inizio alla fine di un percorso rieducativo alla serenità, si pone di imprimere su carta uno o più momenti felici, escludendo tutti quelli infelici, per ogni giorno che passa.
Perciò, il libro è una mera summa di attimi felici, senza soluzione di continuità né struttura narrativa? Benché la narrazione sia davvero trasparente, tra ciò che promette e ciò che mantiene, “#365 Days Happy” è però una mappa introduttiva all’anima dell’autrice che si può consultare anche in controluce. Non sfuggirà al lettore attento, ma nemmeno al curioso di psicologia, come quasi ogni picco di felicità mostri su di sé le cicatrici di un contrappasso cupo, triste, appartenente forse al passato, forse allo stesso presente. Non solo: vi sono brani scritti a carattere più piccolo del resto del corpus, che se ne distaccano sottovoce. Sfogano valvole di dolore e sconforto che, altrimenti taciute, non solo esploderebbero presto in una crisi, ma priverebbero la lettura di un contrasto dolce-amaro privilegiato e fondamentale.
Nello spirito dell’opera stessa, quello del repetita iuvant, ribadiamo che questo libro non mente, non nasconde, non si vergogna. Quasi a rispecchiare la propria occupazione principale, la fotografia, Samira cattura 365 momenti come una narratrice fedele alla sua immagine di realtà. Se siete in cerca di artifici narrativi, colpi di scena e sconvolgimenti, cercate altrove, “#365 Days Happy” non è né vuole essere questo. Ma d’altra parte, come resoconto di vita, non vuole né può prescindere dalla sua dose di montagne russe. L’autrice, infine, ha visto realizzarsi, persino editorialmente, la sua auto-profezia di felicità in divenire. E noi, invece? Non è tanto se siamo felici, la domanda che il libro ci pone, ma una più autentica e sottile: vogliamo esserlo? Perché, non senza fatica ed esercizio, forse potremmo.

Fotografie di Samira Zuabi Garcia

Andrea Giovalè
14/5/2018

“Nell’interstizio tra bestia e animale si muove l’umano, o quel che ne resta”: così recita l’esergo “di Bestie e di Animali”. È un libro fotografico particolarissimo, edito da Contrasto e scritto a quattro zampe da Ferdinando Scianna (suoi gli eleganti scatti in bianco e nero) e dal poeta Franco Marcoaldi (sua la selezione di testi). Il 19 aprile il gioiello architettonico del Teatro di Villa Torlonia di Roma ne ha ospitato la presentazione in forma di reading musicale, un “racconto concerto” nella definizione dello stesso Scianna, di cui scorrevano videoproiettate le immagini mentre Marcoaldi leggeva brani dal libro accompagnato dalla fisarmonica di Ivano Battiston.Villa Torlonia di bestie e di animali
“I libri arrivano, come le fotografie”, spiega Scianna introducendo la pubblicazione e la serata. Classe 1943, sangue siciliano nelle vene, in cinquant’anni di carriera si è trovato a fotografare centinaia di animali nei contesti più disparati: nel loro habitat e nella loro interazione con gli umani, in un momento di riposo o nel momento della caccia, disegnati in formato gigante su un muro, oppure ridotti a carcassa in un mercato. La presenza degli animali è una costante, nella vita come nell’arte di Scianna. Per raccontarla la frequentazione della facoltà di Lettere, l’esperienza di giornalista e la sensibilità dell’artista non sono stati sufficienti: c’era bisogno di un complice con il quale poter condividere il progetto e certe “personali consonanze umane”. Ed ecco l’incontro letterario con Marcoaldi che dà voce al silente mondo delle immagini e degli animali, tramite inediti autografi o prestiti da autori come Canetti e Lacan. La voce del poeta assume i toni retorici dell’epica eroica e quelli spiritosi del gioco di parole e della filastrocca per l’infanzia, è ora esortazione ora evocazione, dialogo con il migliore amico dell’uomo ed elogio dell’asinello. Parole e immagini concorrono a riprodurre il punto di vista degli animali, ai quali si riconoscono dignità, purezza, lealtà: un modello etico per la felice convivenza, un idilliaco stato di natura come auspicato dai romantici a inizio Ottocento. Le sonorità e la maestria della fisarmonica di Battiston conferiscono un ulteriore velo di solennità, sacralità, gaiezza, accompagnando la temperatura emotiva del racconto e le sue variazioni di stile. Richiama le fughe di Bach, il valzer de “Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain”, i minuetti del Mozart dapontiano. Infine, il coinvolgente e seducente “Libertango” di Astor Piazzolla saluta il pubblico dopo questo viaggio, coinvolgente e seducente, nel delicato mondo animale.

Alessandra Pratesi
20/04/2018

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