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Nikita Placco, dopo 25 anni di avvocatura, esordisce con Il giorno di cui non si parla, romanzo edito da Licosia. La storia è quella di Rodolfo, dalla carriera simile per quanto, sostiene l’autore, non autobiografica: prima notaio e infine, con sempre più vigore, scrittore. Sospinto dall’ispirazione di una vita sentimentale piena, se non turbolenta, e traumi affettivi sepolti a variabile profondità, Rodolfo è a un punto cruciale sia della propria carriera che, se è per questo, della sua intera vita.
La cerebralità del protagonista, la sua acuta capacità e tendenza all’osservazione, sono riverberate dallo stile di Nikita Placco. Mai privo di eleganza formale e lessico forbito, talvolta forse un po’ troppo, si sposa bene con il carattere di Rodolfo, pur nel ripercorrere le sue tante e tali avventure in camera da letto. La corrispondenza diventa poi speculare quando, nella seconda parte del romanzo, la trama si sovrappone al racconto metaletterario. Leggiamo così la scrittura di Rodolfo, dopo quella su di lui, stilisticamente coerente con il resto.
Una volta abituati alla distanza linguistica di termini come “profferta”, “randomica” o “compulsare”, o a forestierismi di varia origine (“redde rationem”, “atout”, “diktat”, “up-front fee”), non ci si spaventa più e si riesce a gustare maggiore empatia con il nutrito pantheon di familiari, amici e amanti. Ognuno, sebbene viva sempre attraverso gli occhi del protagonista, è dotato dei propri gusti, delle proprie idiosincrasie e di un proprio punto di vista peculiare. La mappa in cui ci muoviamo è quella tracciata da Rodolfo, con continui rimandi per associazione al suo passato nella prima metà e nella seconda intermezzi del suo romanzo, la cui ispirazione è fornita proprio dallo svelamento di un segreto mantenuto troppo a lungo.
Questo è forse, sin dal titolo, il messaggio più profondo de “Il giorno di cui non si parla”: quanto determinante può essere, nella vita di ognuno, la forza pulsante e misteriosa generata da un evento traumatico? Che se ne parli o meno, che lo si ricordi o meno, ne siamo davvero condizionati inevitabilmente? Sembra che, tra dominarlo o esserne dominati, non ci sia una terza opzione. Eppure, la strada che sceglie Rodolfo, così come forse molti altri scrittori, è quella di una rielaborazione mediata, un sollievo del genere che solo la produzione artistica, e poco altro, riesce a concedere. E chissà che, liberati i propri demoni, lo scrittore non riesca a superare con successo il bivio più cruciale della sua vita, temuto come un segreto e rimandato altrettanto a lungo.

Andrea Giovalè
5/12/2018

La ricerca della felicità è un tema diffuso, in narrativa e oltre. Tra Hollywood, letteratura e la vita di chiunque, inevitabile prima o poi confrontarcisi, sia pure per la semplice e pulsante voglia di essere felici mentre il mondo, la vita o qualsivoglia altro concetto antagonistico sembra opporsi a questa nostra inclinazione. Anche l’autrice, Samira Zuabi Garcia, l’ha fatto, e ha anche congelato questa sua battaglia, per non dire guerra, in un racconto diaristico pubblicato da Montedit per la collana I Salici: “#365 Days Happy”.11
Nato come reportage fotografico sul più diffuso dei social network, nientemeno che Facebook, il libro costituisce la controparte letteraria del progetto di chi, dopo un grave colpo al cuore, ha un bisogno disperato di un nuovo obiettivo. E quale obiettivo più sincero può esserci di ritrovare la felicità perduta? Samira ci racconta tutto questo con trasparenza, distribuendo su 365 pagine il resoconto di 365 giorni della sua vita. Salvo le eccezioni di prologo ed epilogo, il discorso è scandito cronologicamente, non ci sono espedienti narrativi, non si tratta di altro che quello che sembra. La scrittrice, dall’inizio alla fine di un percorso rieducativo alla serenità, si pone di imprimere su carta uno o più momenti felici, escludendo tutti quelli infelici, per ogni giorno che passa.
Perciò, il libro è una mera summa di attimi felici, senza soluzione di continuità né struttura narrativa? Benché la narrazione sia davvero trasparente, tra ciò che promette e ciò che mantiene, “#365 Days Happy” è però una mappa introduttiva all’anima dell’autrice che si può consultare anche in controluce. Non sfuggirà al lettore attento, ma nemmeno al curioso di psicologia, come quasi ogni picco di felicità mostri su di sé le cicatrici di un contrappasso cupo, triste, appartenente forse al passato, forse allo stesso presente. Non solo: vi sono brani scritti a carattere più piccolo del resto del corpus, che se ne distaccano sottovoce. Sfogano valvole di dolore e sconforto che, altrimenti taciute, non solo esploderebbero presto in una crisi, ma priverebbero la lettura di un contrasto dolce-amaro privilegiato e fondamentale.
Nello spirito dell’opera stessa, quello del repetita iuvant, ribadiamo che questo libro non mente, non nasconde, non si vergogna. Quasi a rispecchiare la propria occupazione principale, la fotografia, Samira cattura 365 momenti come una narratrice fedele alla sua immagine di realtà. Se siete in cerca di artifici narrativi, colpi di scena e sconvolgimenti, cercate altrove, “#365 Days Happy” non è né vuole essere questo. Ma d’altra parte, come resoconto di vita, non vuole né può prescindere dalla sua dose di montagne russe. L’autrice, infine, ha visto realizzarsi, persino editorialmente, la sua auto-profezia di felicità in divenire. E noi, invece? Non è tanto se siamo felici, la domanda che il libro ci pone, ma una più autentica e sottile: vogliamo esserlo? Perché, non senza fatica ed esercizio, forse potremmo.

Fotografie di Samira Zuabi Garcia

Andrea Giovalè
14/5/2018

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