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“Non spiegatemi le poesie che devono restare piegate”: i versi di traverso di Ivan Talarico

“Chi desidera capire la poesia deve recarsi nella terra della poesia. Chi desidera capire il poeta deve andare nella terra del poeta.” (Goethe)


Cercare “la terra del Poeta”, nel caso di Ivan Talarico, potrebbe risultare un tradimento a priori. Giunto alla seconda raccolta di poesie, il cantautore, poeta e performer, mette in guardia il lettore già nel titolo:Ivantalarico1Non spiegatemi le poesie che devono restare piegate” (Gorilla Sapiens Edizioni) suona – con l’ironia e l’abilità da “giocoliere di parole” propria del compositore nato a Como e cresciuto nella provincia di Catanzaro - un po’ come quando Fabrizio De André affermava “Non chiedete a uno scrittore di canzoni che cosa ha pensato, che cosa ha sentito prima dell’opera: è proprio per non volerlo dire che si è messo a scrivere. La risposta è nell’opera.”
E allora, senza voler “spiegare”, vale la pena mettersi “di traverso ai versi” per cercare il punto di vista migliore. In fondo non c’è poeta che non scriva d’amore, non c’è poeta che non si confronti con l’idea stessa di poesia. Con queste due sole coordinate, è già più facile godere di “Cena Fuori” – componimento che apre la raccolta – e gustarsi il menù del sentimento distorto “torto al limone/fretta di stagione/tutto è parodia del nostro sentimento”. Viene spontaneo, poi, ammettere che c’è stato “Il cambio dell’avanguardia” e che “siamo ancora qui a parlare di cuori, amori, baci, occhi, bocche, scapole/per dimostrare che le più grandi avanguardie cedono il passo ai più piccoli sentimenti”. Basta poco intuito per comprendere che “Allo stupore non si comanda” e che, per ogni poeta restano sempre “tre, quattro poesie sulla coscienza che si accumulano nei giorni felici”.
Già, i poeti, “fingitori” secondo Pessoa, “strane creature/ogni volta che parlano è una truffa” cantavano De Gregori e De André: Talarico invoca per la categoria “Un po’ (e sia!)” di clemenza “lasciateli stare/hanno già i loro pensieri/le loro vite complicate/senza il vostro giudizio/senza la vostra ansietà di descrivervi o di schernirvi”.


Ivan Talarico è poeta in senso etimologico: crea, compone, struttura e destruttura fette di esistenza con la forza delle parole; gioca con le figure retoriche che più servono a rendere l’ironia brillante di cui carica i versi (si veda, ad esempio, lo splendido uso dell’antifrasi in “Contrariato”); sa essere profondo, specie quando sembra appoggiare sulla superficie della boutade, l’amarezza di un pensiero mai banale, di una riflessione mai scontata, sia essa sui sentimenti o esistenziale in senso più esteso.
Forse allora, la terra di Talarico è la poesia e la terra della poesia è il sentimento: ops, dovevano restare piegate, come non detto.


Adriano Sgobba
06/02/2017

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