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Non è più tempo per i maestri: Recensito incontra Filippo La Porta che racconta Nicola Chiaromonte

ufficio stampa Bompiani

Filippo La Porta presenta a PordenoneLegge, il suo festival preferito (parole sue), “Eretico controvoglia. Nicola Chiaromonte, una vita tra giustizia e libertà”, edito da Bompiani.

L'autore del libro conosce bene il suo pubblico e nel presentare la figura di Nicola Chiaromonte, lucano di nascita e romano di adozione, saggista, scrittore, antifascista, né cattolico né comunista, giornalista su "Tempo presente", di pensiero libero ed indipendente, sa bene di avere a che fare con un Carneade e non disdegna qualche riferimento biografico, a scopo orientativo. La Porta definisce Chiaromonte più volte, nel corso della presentazione del suo libro, nella mattinata di mercoledì 18 settembre, un maestro. “Oggi non è più tempo per i maestri” insiste più volte “ nessuno riconosce più l’autorità culturale, perché 1 vale 1”. Il vero maestro, a detta di La Porta, è in grado di riconoscere il limite, l’esagerazione: Chiaromonte fu in grado di riconoscere questo limite, sostenendo la rivoluzione del ‘68 contro “una classe dirigente che non meritava rispetto” e contemporaneamente demolendo l’idea per cui gli operai, liberando se stessi, avrebbero liberato tutti. Da un lato quindi appoggiò la rivolta autentica, ma dall’altro rinnegò quella che egli definì una “rivolta conformista”, incapace di mettere in discussione l’aspirazione dell’individuo alla soddisfazione dei propri bisogni, l’egomania, il successo, il potere, i soldi, l’ideologia dell’utile. Secondo Chiaromonte tutti questi idoli impediscono all’uomo di porsi domande vere (senza giudizio di valore moralistico). L’umanesimo costruisce la democrazia, ponendo al centro l’uomo e la coscienza, non la storia, il potere, l’utile. Un popolo istruito, evoluto, cosciente di sé può reggere la democrazia, ma, se la condizione non è questa, si incorre nella tirannide.

Quando incontro da vicino Filippo La Porta, per porgli qualche domanda, parto proprio da questo punto, la democrazia e la tirannide del popolo.

Polibio diceva che ad ogni forma di governo corrisponde la sua degenerazione: lei crede che noi ci troviamo a vivere in una forma degradata della democrazia?
“Essa è sempre presente, la degenerazione c’è da sempre: il popolo è bue quando non è informato, quando non è istruito, quando non è consapevole; non è bue quando è composto da cittadini responsabili e capaci di badare a se stessi. Se non ci sono cittadini capaci di fare questo, la democrazia non funziona. C’è da chiedersi, dove si formano questi cittadini capaci di fare ciò? Nelle associazioni, nelle esperienze civiche, nelle buone pratiche. Lì si forma il cittadino che dovrebbe essere il mattone su cui costruire una democrazia.”

Fa riferimento a qualche forma di associazionismo?
“Ci sono tanti piccoli gruppi, iniziative, a volte attraversano la rete. Pensiamo alla sharing economy, in parte è un nuovo business, ma in parte ha una dimensione interessante di cooperazione, di condivisione, spesso disinteressata. Io vedo una realtà molto in movimento, anche se a volte contraddittoria.”

Ha raccontato che Chiaromonte ogni mattina traduceva un testo greco, di Eraclito, Teognide, Sofocle: secondo lei che posizione prenderebbe lo scrittore lucano nella diatriba sull’importanza degli studi classici oggi?
“Direbbe che non studiare più il greco non sarebbe un bene. Oggi però abbiamo più che mai bisogno di mediatori, di insegnanti, capaci di trasmettere la passione per quegli autori. Solo un amore vero per quei testi può essere contagioso.”

A volte per difendere gli studi classici o umanistici in generale, intellettuali e docenti puntano sull’utilità di questi studi. Secondo lei è necessario portare la discussione sull’utilità? Non c’è il rischio di limitare la portata dello studio del latino e del greco focalizzandosi su di essa? In fondo, non dovrebbe essere una visione utilitaristica del mondo a incentivare questo tipo di percorso.
“Il discorso è ambiguo, è vero. Da una parte leggere un classico, nell’immediato, non serve a nulla: non puoi pensare di ricavare qualcosa trascorrendo il weekend a leggere l’Edipo o l’Orestea. Oggi c’è l’ossessione che non solo qualcosa debba servire, ma debba dimostrarsi utile anche in breve tempo. C’è una mentalità pragmatica, per cui devi trovare subito il modo di estrapolare l’utile da ogni cosa. Gli studi umanistici nel lungo periodo sono importanti: oggi in America stanno riscoprendo i classici, anche nelle facoltà di economia e di diritto, perché essi aprono la mente. Il motivo è questo: la letteratura è la più sottile forma di empatia e immedesimazione con gli altri che possa esistere."

Quali sono per lei, oltre a Nicola Chiaromonte, i maestri?
"George Orwell, Simone Weil, Albert Camus e per arrivare ai nostri giorni Ivan Illich e Pier Paolo Pasolini."

Giornalista, scrittore e critico letterario: che vita ha oggi, in un’epoca in cui ognuno può dire la sua, la critica?
“La critica trionfa sulla rete, che è diventata una sorta di pagella cosmica, dove tutti danno giudizi, tutti parlano. Questo sarebbe un fatto positivo, se non fosse che spesso essa è una critica esclamativa. I giudizi sono due, è bellissimo o mi fa schifo. La critica è argomentazione pubblica e deve produrre argomenti, altrimenti è un’esclamazione, che, servendo solo a chi scrive, è un puro atto narcisistico.”

Laura Caccavale, 18/09/2019

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