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Il nuovo romanzo di Dacia Maraini: “Tre donne. Una storia d’amore e disamore”

Roma, 31 gennaio: Dacia Maraini ha presentato il suo ultimo romanzo, “Tre donne. Una storia d’amore e disamore” (Rizzoli). E lo ha fatto in grande stile nel prestigioso salone al piano nobile di Palazzo Barberini, sotto l’egida della Divina Provvidenza (per lo meno quella dipinta dalla potenza immaginifica e travolgente di Pietro da Cortona). È uno degli appuntamenti nel ricco calendario curato da Silvia Pedone, la quale ha invitato nelle sedi della Galleria Nazionale d’Arte Antica scrittori e saggisti in un virtuoso – e qui non solo virtuale – dialogo tra le arti. Dacia Maraini arricchisce, così, un elenco che già vanta la presenza di personalità del calibro di Andrea Camilleri e Francesco Rutelli accanto a nomi più strettamente legati al mondo dell’arte e della sua curatela in senso lato.
Dacia Maraini non ha bisogno di presentazioni. E infatti, al bando i convenevoli, si inizia in medias res con la lettura (a cura di Piera Degli Esposti) di alcuni brani tratti dal romanzo. Segue una conversazione tra l’autrice ed Edoardo Albinati, nel ruolo non sempre propriamente rispettato di moderatore-intervistatore, dal momento che scivola facilmente nel personale rompendo il patto con il pubblico che lo avrebbe voluto meno Edoardo e più intermediario. Le letture immergono subito nella materia, linguistica e sentimentale, del romanzo presentando i tre personaggi eponimi: Gesuina, l’energica nonna che ad un Dacia Maraini foto2registratorino affida commenti disinibiti sull’attrazione per il fornaio, oppure una comica descrizione geografico-anatomica dei sederi; Maria, la madre, stilografica alla mano che, quando non traduce “Madame Bovary”, scrive lettere all’amato lontano; Lori, la figlia adolescente, irruenta e contraddittoria, che dichiara di odiare i diari mentre ne scrive uno ed è impegnata a cercare un posto per nasconderlo.
In questo ultimogenito, l’autrice non tralascia di mettere in campo nessuna delle sue esperienze, di donna (Fiesole, 1936) e di scrittrice. Anche di pièces teatrali. Il romanzo, organizzato per monologhi giustapposti, appare come il frutto di una «scommessa letteraria di creare tre voci diverse» e il risultato è un «libro teatrale» (queste le parole dell’autrice stessa nel corso dell’incontro). In “Tre donne” si trovano declinati temi universali quale l’amore in tutte le sue forme (filiale, carnale…) e il rapporto tra le generazioni, ma anche questioni più prettamente letterarie, a cominciare da una caratterizzazione dei personaggi che è in primo luogo linguistica. Dal momento che parlano in prima persona, cade ogni filtro autoriale e l’ultima prova della Maraini assume la valenza di un caso limite di quel difficile rapporto tra scrittore e parola a proposito del quale confessa «per me è un grattacapo». Durante la sua pluridecennale attività, però, a questo grattacapo ha fornito svariate e pluripremiate risposte (a cominciare da “Lunga vita di Marianna Ucrìa”, Campiello 1990, e “Buio”, Strega 1999), conferendo consistenza ad una chiara visione di come dovrebbe essere la lingua: nemici dell’italiano scritto sono da una parte una falsa esigenza mimetica di aderenza alla lingua parlata, dall’altra la commistione insensata e abusata con le altre lingue, da quelle straniere a quelle del gergo. Libro da leggere ad alta voce per apprezzarne l’immediatezza e respirarne il ritmo, “Tre donne. Una storia d’amore e disamore” è il nuovo omaggio di Dacia Maraini alle donne sotto forma di inno alla libertà di scrivere e di amare. Non sorprenderà, quindi, che le due dimensioni nel libro, come nella vita dell’autrice, si intreccino indissolubilmente. Scrivo dunque amo, amo dunque scrivo.

Alessandra Pratesi 04/02/2018

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