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“Storia della mia ansia”, il nuovo romanzo di Daria Bignardi

«Nessuno è più di buon umore di un ansioso, di un depresso o di uno scrittore quando gli succede qualcosa di grosso» sostiene Daria Bignardi nella presentazione del suo nuovo romanzo, “Storia della mia ansia”, edito da Mondadori come tutti i suoi precedenti. Bignardi aveva iniziato a scriverne la storia prima di essere nominata direttrice di Rai 3 nel febbraio 2016, e lo ha completato un anno e mezzo dopo, una volta lasciato l’incarico. Protagonista della storia è Lea, 49 anni, tre figli, un lavoro soddisfacente e Shlomo, suo marito israeliano. Eppure, Lea è infelice. L’ansia del titolo è ovviamente quella della protagonista, che odia l’ansia da tutta la vita perché sua madre ne era devastata, ma capisce di esserne affetta anche lei.
“Storia della mia ansia” è il racconto di un amore complesso ma indispensabile, dell’inquietudine di Lea e di come in questa situazione irrompa una malattia, che è però solo uno degli elementi della storia. Daria Bignardi lo sottolinea più volte, non è la storia di una malattia, che pure è presenza importante del romanzo: «in questa storia a Lea sarebbe potuto capitare di tutto: cadere in un dirupo, avere un incidente d’auto, essere fatta prigioniera dai talebani…bisognava che a questa donna innamorata e divorata da un’ansia atavica succedesse qualcosa di molto forte. Un evento importante che cambiasse il tessuto delle sue giornate e dei suoi pensieri». La storia d’amore tra Lea e Shlomo, quindi, deve fare i conti soprattutto con la difficoltà di comunicazione tra i due e con l’ansia di lei, non compresa fino in fondo dal marito. Il loro amore, però, è qualcosa di irrinunciabile per entrambi: «Shlomo sostiene che innamorarci sia stata una disgrazia. La prima volta che l’ha detto mi ha ferita, poi ho capito che aveva ragione: insieme siamo infelici…Io non lo lascerò perché sono innamorata di lui, della sua grazia nascosta come un minerale, del suo odore, del suo modo di parlare coi bambini. Non lo sopporto ma lo amo. Shlomo è la mia croce. Deve essermi toccato per punirmi di qualcosa che ho fatto in una vita precedente, o da ragazza, quando spezzavo cuori senza neanche accorgermene.»bignardi.jpg
Nell’intervista rilasciata da Daria Bignardi a Vanity Fair in occasione dell’uscita del libro, l’autrice e conduttrice televisiva ha anche parlato per la prima volta del tumore al seno che ha affrontato tra la fine dell’ultima edizione delle Invasioni barbariche e la nomina a direttrice di Rai 3. All’inizio del suo mandato era stata duramente criticata sui social per la sua pettinatura giudicata eccessivamente spartana: capelli corti e grigi, eredità delle cure a cui si era sottoposta nei mesi precedenti senza mai rivelarlo in pubblico: «Chi è ammalato considera la propria malattia il centro del mondo, ma anche se ho rispetto per chi sta soffrendo in questo momento, parlare pubblicamente della malattia in generale, o peggio ancora della mia, non mi interessa». Nel romanzo, dunque, è presente anche parte del vissuto dell’autrice, come quasi sempre accade: dall’ansia di cui soffriva la madre di Lea proprio come la madre di Daria, come narrato nel suo primo libro Non vi lascerò orfani, fino al racconto della malattia che ha naturalmente tratto alcuni elementi dalla vita reale.
La malattia è per Lea il momento in cui comprendere che qualcosa deve cambiare, ed è proprio durante la prima lunga seduta di chemioterapia che Lea incontra Luca, professore di inglese – «Luca, polmone sinistro, sei cicli», «Mammella destra e ghiandole ascellari, quattro cicli», così si presentano – che riesce a farle capire che un rapporto più semplice è possibile. Shlomo, suo marito, è un uomo complicato, riservato, impenetrabile; un uomo che subito dopo la diagnosi della malattia è capace di rispondere cinicamente a Lea che chiedeva: «E se muoio?», «Se muori è il meno». “Storia della mia ansia”, che la Bignardi definisce il suo libro più impegnativo, è anche uno dei migliori per qualità di scrittura, che si legge con la curiosità di scoprire quale sarà la “nuova vita” di Lea, con l’interrogativo che la stessa protagonista citando Dostoevskij si pone: «Non riesco tuttora assolutamente a discernere se io mi stia avvicinando a terminare la mia vita o se sia appena sul punto di cominciarla».

Pasquale Pota 21/03/2018

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