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Viaggio nella tragedia greca alfieriana: intervista a Valentino Villa, regista di “Oreste”

Vittorio Alfieri è uno degli autori italiani meno rappresentati e, probabilmente, meno presenti nella formazione nostrana. Gli allievi del III anno del corso di recitazione dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” guidati da Valentino Villa portano in scena uno studio sulla drammaturgia alfieriana, in particolare su “Agamennone” e “Oreste”. Abbiamo rivolto qualche domanda a Villa, cercando di indagare le eventuali difficoltà riscontrate e le intenzioni registiche che hanno caratterizzato la realizzazione dello spettacolo.

La scelta di mettere in scena le tragedie di Vittorio Alfieri è coraggiosa: l'autore è raramente rappresentato e la sua forma (soprattutto per la difficoltà del testo) è ostica. Cosa ha suggerito questa scelta?
"I testi di Alfieri hanno molta ricchezza, ma rappresentano anche delle sfide complesse per chi li affronta. Questo vale sia per chi li mette in scena, sia per lo spettatore: le due parti si trovano di fronte a testi difficili da comprendere, da decifrare e, quindi, da ascoltare. In ambito teatrale, se qualcosa non viene rappresentata, c'è sempre una ragione e non è detto che questa sia 'nobile'. In questo caso credo che sia solo in parte colpa di un testo effettivamente complesso. Quello che abbiamo fatto, oltre che un approfondimento sull'opera, è stato anche uno studio sulla lingua. Un ottimo pretesto per affrontare la sfida e superare gli ostacoli."oreste5

La narrazione è composta dall'Oreste con alcune incursioni nell'opera precedente, l'Agamennone, che racconta l'origine del mito. Che idea c'è alla base di questa unione che risulta comunque così naturale?
"Sul piano drammaturgico è interessante per almeno due ragioni: da una parte, per avere davanti una narrazione completa della tragedia di Oreste, che vuole vendicare la morte del padre Agamennone; dall’altra, attraverso il lavoro di scrittura, rompere la rigidità del testo e uscire dai limiti, che sono spaziali quanto temporali. È lo stesso Alfieri che nelle rappresentazioni delle tragedie auspicava che fossero rappresentate insieme. Ovviamente noi lo facciamo in maniera ridotta, accorciando i 10 atti di Agamennone per adattarlo ai tempi teatrali e inserirlo nella narrazione della storia di Oreste."

Questo è il secondo capitolo della collaborazione tra l'Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d'Amico e il Centro Sperimentale di Cinematografia. C’è una linea che unisce i due spettacoli, “Oreste” e “Peccato fosse puttana” dell'anno scorso?
"Lo spettacolo è volto per lo più a proseguire il sodalizio artistico tra le due istituzioni. Quello che abbiamo fatto è un esperimento importante: è un incontro, un parallelo tra due gruppi di allievi. La confluenza è gestita da due professionisti, io e il Maestro Maurizio Millenotti [che ha seguito la realizzazione dei costumi con gli allievi del III anno del Centro Sperimentale, ndr]. Con le dovute proporzioni, i nostri mondi coincidono; uniscono esperienze e conoscenze diverse grazie proprio agli allievi. È una mediazione tra molte coordinate. Ognuno ha la necessità e l'interesse nel lavorare su alcune cose specifiche e il punto incidente è spesso Oreste1imprevisto. Questo è il bello."

Nella messa in scena di “Oreste”, la musica assume un ruolo fondamentale: è drammatica e imponente. Cosa ha caratterizzato la scelta delle musiche dello spettacolo?
"Nel nostro lavoro c'è una relazione forte tra Vittorio Alfieri e Giuseppe Verdi. La funzione della musica non è solo di commento. È inserita con precisa volontà strutturale, in modo da renderla quasi un personaggio. Questo nasce dal mio desiderio di provare ad approfondire una lingua tanto elaborata - com'è quella di Alfieri - con quella musica, quel linguaggio musicale. I due non sono coevi, ovviamente [Alfieri vive nel Settecento, mentre Verdi opera nel XIX secolo, ndr], ma il parallelismo esiste tra la lingua secca, maschile dello scrittore e la musica del compositore. Arrivati alla fine del lavoro posso dire che questo è stato uno dei tratti sui quali abbiamo voluto lavorare maggiormente. Il risultato è una grande coerenza, che immaginavo certo, ma non in misura tanto forte. L'aspetto musicale del lavoro che ho proposto ai ragazzi si precisa proprio in questa coerenza. Utilizziamo solo materiale verdiano e per tutto lo spettacolo, sono solo due le incursioni esterne a questo filo rosso: due brani di musica elettronica, che si collegano alla giovinezza del personaggio di Oreste. Per quanto si tratti di qualcosa di totalmente estraneo alla classicità di Verdi, esistono degli interessanti punti di contatto."

Viola Barbisotti 17/02/2017

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