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Recensito incontra Sandro Cappelletto: i cento anni dalla nascita di Moro tra musica e memoria

Un’infinita primavera attendo è un progetto che vede coinvolte l’Accademia Filarmonica Romana, l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani con il sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Un’opera di teatro musicale che omaggia Aldo Moro nel centenario della nascita: com’è nata l’idea, quale – secondo te – l’urgenza?

Nel 2016 cadono i cento anni dalla nascita di Aldo Moro. La presidenza del Consiglio dei Ministri, con il patronato della Presidenza della Repubblica, ha voluto ricordare questo anniversario con una serie di iniziative. Tra esse, la creazione di un’opera lirica, affidata per la realizzazione alla Filarmonica Romana. Al progetto ha poi aderito, in coproduzione, l’Istituto dell’Enciclopedia italiana. L’obiettivo è ricordare la figura di un protagonista della vicenda politica e civile del Novecento italiano, al di là del tragico epilogo della sua vita. Epilogo dal quale sono ormai passati quasi quaranta anni, il tempo di due generazioni. Che cosa sanno i giovani italiani di oggi di Aldo Moro e del ruolo che ha esercitato e dei motivi per cui è stato assassinato?

"Non sono mai cattive le cose che vengono dette con sincerità. Invece, non sono utili le cose che si nascondono, che si riducono a serpeggianti mormorazioni
Da questa riflessione del Presidente Moro parte il lavoro di scrittura firmato insieme al compositore Daniele Carnini: dunque non si tratta dell’ennesimo tentativo di ripercorrere gli ultimi giorni di Moro, ma di raccontare l’uomo oltre lo statista, di scavare nella complessità di una figura che ha segnato la Storia della Nazione?

Quella di non raccontare il sequestro, la prigionia, la morte è stata la prima e discriminante scelta, compiuta da Carnini e da me. Non si può narrare la vita di un uomo come Moro limitandoci ai suoi ultimi 55 giorni, trascorsi in una feroce condizione di privazione della libertà e di dolore. Lui aveva in mente un complesso ed originale progetto politico, che nell’opera non viene indagato, né tantomeno giudicato. Questo è compito degli storici della politica. Il nostro lavoro, attraverso l’incalzare dell’azione e dei dialoghi, intende portare alla luce il senso di solitudine, di più, di abbandono, che il Presidente avverte crescere attorno a sé. Uomo profondamente religioso, convinto della necessità della laicità dello Stato, il Presidente è persuaso che sia il dialogo, la persuasione reciproca, la condivisione, la sola trama possibile che una visione politica alta possa tessere, per non provocare ferite troppo profonde per essere rimarginate. Ecco la sua ostilità verso le “serpeggianti mormorazioni”. Ma un intellettuale lo avverte, nell’opera: "Scelga bene i suoi amici, Presidente. Chi rimane solo, non ha diritto alla pietà. La pagina non sceglie quando deve essere voltata".

Cosa ha significato muoversi fra gli scaffali dell’Archivio centrale dello Stato, alla ricerca di lettere, appunti, interviste che potessero disegnare i contorni drammaturgici di Un’infinita primavera attendo?

Ha significato scoprire l’infinita rete di relazioni, conoscenze, contatti, mediazioni, astuzie, entusiasmi e desolazioni che sono il pane quotidiano di ogni politico di rango. Fino a quando non lo sopraffa l’istinto di sopravvivenza, che lo trasforma in un cinico professionista. Moro non ne è mai stato sopraffatto.

Perché scegliere la forma dell’opera e il suo alfabeto convenzionale per la realizzazione del progetto?

Perché l’opera, unendo musica, canto, parola, impianto scenografico, luci, video, azione, in tempo reale, rimane una forma d’arte tanto complessa quanto capace di indagare simultaneamente i diversi livelli di azione e interazione dei personaggi , offrendo tutto questo alla nostra percezione. Le convenzioni non sono mai un limite: rappresentano la cornice entro la quale realizzare il tuo quadro. E ogni quadro è diverso dall’altro.

La regia di Cesare Scarton traduce sulla scena l’esigenza narrativa dell’opera, sfruttando la multimedialità con finalità evocative – dunque non solo con scopi illustrativi - e utilizzando una scena “spoglia” di orpelli con le attrezzature tecniche a vista: ci spieghi quale sarà l’impatto visivo per lo spettatore e come queste scelte di regia incidono sulla messa in scena della drammaturgia testuale e musicale?

Una regia intelligente, come quella che sta realizzando Cesare Scarton porta gli stessi autori a individuare altri significati possibili del loro lavoro. Scarton sta lavorando con intensità sui singoli personaggi, sui loro gesti, sul rapporto tra canto, espressione, azione corporea. Senza inutili orpelli, ma con la presenza importante, dal punto di vista non decorativo ma drammaturgico, del video. Non voglio svelare oltre, ma tra i protagonisti dell’opera c’è una ragazza italiana di oggi, che prima appare in video e poi sarà in scena. Assieme ad un gruppo Aikido, l’arte marziale giapponese, al quale è affidata una scena di potente evocazione simbolica.

Un’infinita primavera attendo sembra rivolgersi immediatamente a un pubblico preciso, un pubblico fatto di giovani, ma anche di meno giovani, gente a cui rendere conto di un pezzo di memoria dello Stato che va ricostruita, perché ancora non adeguatamente approfondita. Durante i due anni di lavorazione, in che misura avete tenuto conto del “destinatario” ultimo dell’opera?

Quando concludi un lavoro artistico – un libro, una commedia, un film, un brano musicale, un’opera – a quel punto il lavoro non è più tuo. Appartiene a chi lo fruisce, e lo giudica secondo i propri livelli di conoscenza, di disponibilità, di apertura o di chiusura intellettuale. Certamente abbiamo tenuto presente che narrare questa vicenda ad un pubblico giovanile di oggi, avrebbe significato rivelare anche i drammi e i lutti di una pagina di storia italiana che non rimossa, anzi ben ricordata. Perché non possa accadere più.

Adriano Sgobba
6/12/2016

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