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Intervista a Tindaro Granata, interprete e autore di Antropolaroid, viaggio familiare nella Sicilia magica

In occasione della riproposizione del suo spettacolo Antropolaroid, Recensito ha incontrato Tindaro Granata, attore e drammaturgo siciliano. Scoperto da Massimo Ranieri, vincitore di un premio Ubu per lo spettacolo sulla stepchild adoption Geppetto e Geppetto, Granata ha lavorato con Carmelo Rifici ed è direttore artistico dell’associazione Proxima Res. In Antropolaroid traccia un ritratto giocoso e drammatico della sua famiglia e della sua terra, una Sicilia da amare ma da cui allontanarsi per seguire i propri sogni.

Come hai affermato tu stesso, non hai avuto una formazione accademica. Questo ti ha dato maggiore libertà di azione, riguardo ad esempio la creazione di testi e personaggi, soprattutto in Antropolaroid?

All’inizio questa mancanza mi faceva sentire in difetto, come se mi mancasse qualcosa rispetto ai miei colleghi. Poi ho cominciato a pensare al teatro in altri termini, ho capito che potevo essere autore e interprete di me stesso e che la mia formazione era un pregio da utilizzare per essere me  stesso. Antropolaroid è uno spettacolo nato da questa idea. Per crearlo mi sono ispirato ai racconti e ai vecchi del mio paese. Utilizzavano la tecnica del cunto alla maniera contadina - cunto che poi negli anni è stato utilizzato anche dal teatro tradizionale. Il mio modo di fare il cunto è quello antico, dei ritrovi familiari della domenica attorno al fuoco. Mi sono basato sui miei ricordi di bambino per creare personaggi che non fossero né giusti né sbagliati, ma più veri possibile. La storia e i personaggi di Antropolaroid sono passati attraverso il canale dei miei ricordi che poi ho trasferito sul mio corpo.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Così facendo sei riuscito a coinvolgere persone provenienti da tutta Italia, facendo ridere e commuovere al di là di ogni background geografico e linguistico. Ma c’è stato un personaggio che ti sei divertito maggiormente a interpretare fra tutti quelli di Antropolaroid?

Sono due ed entrambi femminili. Una è la bisnonna, il personaggio che ricordo meglio, con cui sono cresciuto. Di lei ricordo soprattutto la durezza e allo stesso tempo la dolcezza. Ho questa immagine di lei, una vecchina vispa e arzilla e le sono affezionato  anche perché le persone che se la ricordano rimangono molto impressionati dalla somiglianza. L’altro personaggio è Niamena, la seconda moglie del bisnonno che faceva la prostituta. Lei in realtà è un personaggio quasi inventato, la sua storia non appartiene alla mia famiglia ma l’ho inserita perché mi ha colpito. Sono molto affezionato a questo personaggio perché mi permette di rappresentare la parte più sofferente e delicata di una donna, di questa prostituta che trova riscatto nella femminilità e nel fatto di poter allattare. Trovo che sia una cosa molto dolce e potente allo stesso tempo.

Parlando sempre di Antropolaroid, e in particolare dell’uso del dialetto, ci sono momenti, soprattutto quando parla la bisnonna, che riesci a rendere comprensibili anche se narrati in un dialetto talmente stretto da sembrare oscuro. È effettivamente così?

Sì, quello è il dialetto antico di Montagnareale, un paese sui monti Nebrodi, che io parlo molto velocemente affinché si capisca il meno possibile. Vorrei che in quella scena la bisnonna comunicasse allo spettatore, attraverso quei suoni, qualcosa di misterioso e antico. Mi ricorda le anziane che incontravo da bambino e quella loro lingua così incomprensibile da renderle ai miei occhi quasi creature magiche, come dei folletti.

Racconti quindi una Sicilia ancestrale che si ricollega al tuo presente, in una dichiarazione d’amore a una terra che è necessario abbandonare per sganciarsi da un destino già scritto…

Credo che ognuno di noi abbia i propri motivi che lo spingono ad abbandonare la propria terra, anche se poi si riducono tutti a uno stesso bisogno di autodeterminazione. Nella lontananza ognuno elabora il significato che quella terra ha per lui, riuscendo a costruire la propria storia. In Antropolaroid racconto il mio desiderio di emancipazione attraverso la storia della mia famiglia, ma questo non comporta che guardi con occhi malevoli la mia terra, piuttosto con occhi critici.

Parlando di questa volontà di emancipazione, la scena del suicidio di Tino si può interpretare come un tentativo di sfuggire, attraverso la morte, alla dinamica ricorrente e fatalista di un destino già scritto e immutabile?

Sì, esattamente. Tino è il mio alter ego, come suggerisce anche il nome, diminutivo di Tindaro. Tino si suicida uccidendo quella parte di me che sarebbe emersa se fossi rimasto in Sicilia. È un processo catartico nascosto al pubblico ma a me chiaro al momento della scrittura. Il personaggio è esistito realmente, era un ragazzo che conoscevo e che si uccise quando emersero le connessioni mafiose della sua famiglia. Io ero piccolo al tempo ma la storia mi rimase impressa.

Tindaro Granata, Antropolaroid

Un altro tema importante del tuo teatro è quello delle famiglie arcobaleno, che tratti nello spettacolo Geppetto e Geppetto. Quanto dovrebbe essere presente questo tema nel panorama pubblico e politico italiano?

È un tema enorme che purtroppo non è stato affrontato fino in fondo, lasciando irrisolte molte questioni. Secondo me se ne dovrebbe parlare molto di più, in generale, perché la nostra famiglia “italiana” oggi in molti casi è una famiglia scomposta, allargata. Le leggi a tutela delle famiglie arcobaleno, se ci riflettiamo, interessano anche loro.

Vogliamo salutarti con una domanda leggera. Abbiamo letto in una precedente intervista che ami la cucina quanto il teatro, qual è il piatto che preferisci cucinare?

Amo cucinare il pane, di tutti i tipi, spesso lo preparo per i miei ospiti. Il piatto che cucino meglio in assoluto però è la pasta fatta in casa, specialmente i maccheroni alla vecchia maniera siciliana, modellati uno a uno con un filo d’erba. È il piatto della domenica o dei giorni di festa.

09/05/2019

Giulia Zennaro

Valeria Verbaro

 

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