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Rosario Lisma svela “Peperoni difficli”: al Teatro Vascello, la vita si sconta ridendo

Iniziamo dalla tua “verità che chiede d'essere conosciuta”: nel dialogo di scena si coglie un cenno al corrispondente greco della nostra “verità” che in realtà corrispondente non è affatto. Alétheia viene da lanthàno che vuol dire “coprire” (tant'è vero che Lete è il nome del fiume dell'oblìo) al quale però è anteposto un alfa privativo (a-létheia) che fa della verità greca qualcosa che dunque viene s-coperto, nel giudizio.
In ambito latino, invece, verità significa “fede” (d'altronde “vera” è un altro modo in cui chiamare la fede nuziale), chiaramente in senso lato. È questa una verità che io stesso assumo senza una riflessione critica, una verità di fatto.
Ammettiamo dunque l'esistenza di una doppia verità, una da ritenere vera perché ho talmente fede da poter credere che sia reale, l'altra logica, che scaturisce dal saper pensare. Quale tra le due hai voluto che prevalesse? Ce l'hai tu una verità di scorta?
“La visione speculare del concetto di verità è davvero molto interessante, le mie verità si scrivono in maiuscolo e in minuscolo. La prima, la verità con la maiuscola, si disvela secondo un ideale soprattutto legato alla religione, al dogma cristiano, ma ovviamente non è questo l'unico punto di vista. È una verità che “chiede d'essere conosciuta” perché porta in sé principi religiosi ma è riscontrabile nella caparbietà umana di cercare un senso alla propria esistenza riferendosi al logos, che, più che al valore intrinseco di discorso, richiama invece la scelta e la decisione affidata all'uomo, dunque una verità di ragione indagata attraverso una dimostrazione che generalmente procede dall'effetto alla causa. La verità con la minuscola può essere invece l'adesione al reale e alla storia che dice come stanno le cose, ponendole sul piatto a giudizio di ognuno. La prima non ha a che vedere con la correttezza ma col giusto, il giusto è ascrivibile al sentimento e non necessita quasi dell'apporto razionale. La seconda è una verità corretta, un imperativo categorico che deve essere perseguito a tutti i costi poiché aprioristicamente così dev'essere.
Personalmente credo che le relazioni possano derogare al principio assoluto. Nei rapporti minimi tra di noi talvolta qualcosa dev'essere celato, talvolta si può essere reticenti in virtù, e uso una parola abusata e violentata, in virtù d'amare. Non mi fregio del titolo di censore, lo spettacolo pone un dilemma, il pubblico non ha una soluzione ma alcuni esempi empirici, sicuramente riscontrabili nel vissuto di ognuno, per trovare la propria”.

«Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringere d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava inpeperoni prò», sono le parole che Alessandro Manzoni usa nel diciottesimo capitolo de' “I Promessi sposi” e che Pirandello riprende in nota al saggio “L'umorismo”.
Nel tuo spettacolo si ride molto per riflettere molto, si ride, per esempio, di una malformazione che uno storpio non accetta di avere e cela attraverso un umorismo che il pubblico accetta, che in generale l'umorista coglie e usa come uno strumento per il suo mestiere. Che tipo di umorista sei?
“L'umorismo del saggio di Luigi Pirandello è certamente l'umorismo del ridere contemporaneamente o appena un istante prima del sentire pietà verso la persona di cui stiamo ridendo.
Pietro (n.d.r. Ugo Giacomazzi), il personaggio spastico, è colui al quale è affidata una parte sostanziale dell'umorismo di cui è pregno lo spettacolo, ma in realtà tutti e tre i personaggi maschili- - il trio è completato da Filippo (Andrea Narsi) e Giovanni (Rosario Lisma), partecipano alla derisione della fatica del vivere giornaliero e s'arrangiano a cercare di sopravvivere nonostante le proprie e personali mediocrità, i dolori, escogitando delle cosiddette bugie bianche, quei singhiozzi a fin di bene che sono verità non svelate, verità che arrancano nel coesistere con la maturità della figura femminile (Anna Della Rosa) e fanno di questi uomini dei nani morali, verso i quali però risulta più facile provare una sorta di identificazione.
È certo che l'umorismo, per ciò che mi riguarda, ha le identiche visioni pirandelliane, di Cervantes e Dostoevskij che a lui si rifaceva, di Gogol, o del teatro cechoviano: attraverso lo sguardo pietoso che allo stesso tempo porta con sé il riso, s'inquisisce l'umanità delle persone e di riflesso la propria. Quando ho scritto il testo non sapevo che figlio ne sarebbe venuto fuori, come non sapevo se qualcuno me lo avrebbe fatto portare in scena. Chi leggeva parlava di una commedia esilarante probabilmente incapace di contenere una profondità tanto presente al dolore: invece, il pubblico è stato il primo ad avvertire questo genere di corrispondenza. Shakespeare avrebbe risposto che la nostra è la medesima sostanza dei sogni, nel sogno il dolore si mischia al riso esattamente come accade alla nostra sostanza. Tra le poltrone avverto l'amarezza di chi ride ed è inquieto, per me suscitare questo tipo di mescolanza non significa un mero esercizio di stile ma un'indagine. Un'amica ha detto di aver apprezzato il sentirsi abbandonata al riso e d'essersi trovata del tutto inerme e impreparata all'arrivo del dolore, perché, diciamolo pure, il dolore o è dolore o non lo è”.

“Peperoni difficili” è una traduzione del nome del piatto africano “momonguaiechè”, una combinazione di ingredienti che faticano ad accostarsi a dire il vero, nonché, per esempio, un caso di semi-omonimia con una raccolta di novelle di Italo Calvino: “gli amori difficili”. L'accostamento non è illusorio, il suo spettacolo naviga anche l'amore e in un mare di silenzio che ha per fondale il rapporto umano giunto allo stadio dell'incomprensibilità.
“Diciamo pure che una sorta di comunicazione esiste ma è una carta velata essenzialmente fragile, che un soffio potrebbe sfaldare. Però l'amore che cos'è se non cercare di tenere intatto fin'oltre le proprie capacita questo velo? E magari qualcuno sosterrà pure che l'amore reale è quello che aiuta a spingersi fino in fondo a qualunque costo. Ecco perché inciampiamo nella vita tragica e dolorosa del nostro minuscolo orticello. Non si tiene costantemente in conto del peso che hanno le grandi tragedie umane poiché ciascuno di noi vive nelle ristrette realtà drammatiche della propria psiche, siamo pervasi da nostalgie, illusioni, desideri. I miei, come tutti siamo, sono personaggi che desiderano incessantemente qualcosa che non riescono ad avere. Allora qual è la soluzione? Lasciarsi andare, spegnersi...?”.

peperoni2Dicendo desiderio tocchi una particolare deformazione linguistica che ho adottato. Il “desiderio”, etimologicamente riconducibile all'assenza (marcata dalla particella -de) di stelle (sidera, da sidus, -eris) che, per una bella ipotesi, proverrebbe dal linguaggio degli antichi aruspici quando, trovando il cielo coperto di nuvole, non potevano in alcun modo profetizzare sul realizzarsi del proprio futuro. I tuoi umani, però, non sono abbandonati al cielo oscuro, sono aggrovigliati da una rete di coordinate indissolubili.
“Assolutamente sì. Infatti andrebbe tutto bene se non arrivasse da un mondo faticoso e insanguinato questa figura femminile che viene per portare una realtà lontana. L'Africa è metafora di lontananza come è quel male che suscita in chi l'abbandona un desiderio, ma potrebbe essere bene sostituita dalla contemporanea Siria. Mi era necessario un luogo che portasse con sé il significato collettivo della brutalità di una tragedia e si opponesse agli azzardi di dolore mediocre di personaggi in provincia, sperduti e crogiolati nella propria pozza di drammaticità”.

Ragioniamo sull'importanza data alla parola detta, che nella sua costituzione è forata e per natura volante e violabile: quella che tu hai adottato è uno strumento palpabile adatto al riso nonostante il pensiero che il riso poco si adatti alla drammaticità di un teatro affidato alla parola.
“Essendo attore, e prim'ancora uno spettatore, so dell'importanza della parola, della parola raccontata, e della relazione che questa è capace d'intessere tra le persone. Appartiene alla commedia realistica e naturalistica che oggi sta riemergendo da quella coltre polverosa di canonicità. Io voglio difendere un teatro di parola e con esso la rivendicazione del valore di risata; purtroppo tanta critica e tanto affanno di trincerarsi dietro la considerazione del dolore come autenticità assoluta e inderogabile, hanno relegato la risata ad uno spazio abietto fino al ridicolo. Qualcosa che susciti risa, secondo l'opinione di alcuni, si accompagna alla superficialità indegna di suscitare rilevanza per una precisa esegesi. Non sono d'accordo: chiedo al dolore di mantenere il compito scardinante e alla risata di non essere stentata in un sorriso di sagacia, ma di aprirsi e restituire una seconda alternativa di partecipazione e stravolgimento”.

Francesca Pierri 06/05/2016

Recensione di "Peperoni difficili": http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14834:peperoni-difficili-la-verita-che-non-digerisci&Itemid=121 

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