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Rocco Mortelliti ci racconta lo spettacolo "Teatro, amore mio!", in scena al Teatro Flaiano dal 12 al 22 dicembre

L’Associazione Culturale Figli di Apollo porta in scena al Teatro Flaiano Teatro Amore Mio dal 12 al 22 dicembre, con repliche dal giovedì al sabato alle ore 21, e la domenica alle 17.30. In scena Alessandro Bruno, Miriam Fricano, Martina Paiano e Mario Sapia, diretti da Rocco Mortelliti al quale abbiamo avuto il piacere di rivolgere alcune domande.

Teatro, amore mio! ha già nel titolo una dichiarazione d’amore, ma nelle sue intenzioni, lo spettacolo si limita a celebrare nel racconto la storia del teatro o riflette anche criticamente su di essa?

Attraverso i quattro attori ho voluto comunicare il mio grande amore per il teatro. E proprio insieme a loro ho voluto ripercorrere la mia personale esperienza teatrale. Artisticamente io nasco alla fine degli anni '70, proprio quando il teatro si apre al grande pubblico e non è più solo un teatro elitario. La televisione ci regalava ogni settimana spettacoli teatrali di ogni genere: da De Filippo a Beckett da Dario Fo a Strehler. Il teatro era entrato anche nelle scuole e la sperimentazione, linfa vitale per la crescita artistica, ci indicava la via maestra. Proprio durante gli anni '80 la cultura si trovò davanti ad un bivio: andare avanti in quella direzione o virare verso l'imbecillità delle TV commerciali, chiaramente si girò verso la seconda strada. La TV di stato si adeguò e dimenticò la sua vera missione ossia istruire le persone, per soddisfare il Dio Auditel. Oggi ne stiamo pagando le conseguenze.

Come è nata l’idea di questo progetto?Locandina Flaiano

Sono stato chiamato dalla mia amica Ottavia Bianchi, che ha uno spazio teatrale l'Altrove Teatro Studio, per trascorrere un mese con i suoi allievi. Proprio parlando con i ragazzi ci siamo messi a lavorare a questo testo rievocando tutte le forme espressive che avevano scandito la mia formazione teatrale. Dal teatro greco (con le maschere) alla commedia dell'arte, dal mimo alla pantomima sino ad arrivare a dei classici del '900 come Checov e Pirandello.

I quattro attori sono stati più strumenti al servizio della resa scenica delle tecniche descritte o li ha spinti ad assumersi una responsabilità più importante, visto quanto dovevano interpretare e restituire in senso più ampio?

Volevo che i quattro attori fossero "padroni" della messa in scena e del testo. Un loro spettacolo con il quale si potessero identificare.

Cosa accade se si perde di vista il senso, la necessità pura di “fare teatro” oggi?

Intanto, parlo per le nuove generazioni, bisognerebbe prendere coscienza di cosa è e cosa è stato il teatro. Noi viviamo in un epoca di accelerazione alla quale non riusciamo a stare più dietro. Questo secolo rischia di far perdere la memoria storica, quindi si chiede ai ragazzi uno sforzo di recupero e conoscenza di ciò che è accaduto nei secoli precedenti. Senza passato è difficile vedere un futuro.

La sua esperienza è tale che - dagli anni della formazione a quelli dell’affermazione - ha potuto incrociare contesti sociali e maestri del teatro importanti quanto complessi: lei che maestro è rispetto al contesto teatrale in cui opera?

Dico subito che non mi piace salire in cattedra, i miei maestri non lo hanno fatto. Preferisco comunicare ai ragazzi tutta l'esperienza che ho accumulato in questi anni. Il teatro è fondamentalmente lavoro e fatica come per un artigiano è faticoso costruire un opera d'arte.

Quali sviluppi augura a questo spettacolo e a coloro che, insieme a lei, hanno lavorato perché “Teatro, amore mio!” arrivasse in scena?

Prima di tutto mi auguro che i ragazzi facciano tesoro dell'esperienza stessa, mi auguro che lo spettacolo sia un momento di divertimento ma anche di riflessione. Non so cosa accadrà tra venti anni, so solo che il teatro è nato con l'uomo e con l'uomo morirà. L'uomo ha bisogno della rappresentazione: rappresentare se stesso in un luogo di finzione per conoscere una verità.

Ci racconta un aspetto, un aneddoto, o una caratteristica di ciascuno dei quattro giovani attori, ovvero di Alessandro, Miriam, Martina e Mario?

Il filo rosso che li unisce è la determinazione e la voglia di imparare e di crescere ogni giorno. Loro stessi si alimentano osservandosi e a volte correggendosi per raggiungere, sempre più, un risultato migliore. Questo grazie al clima che si è creato, o per meglio dire che il teatro crea quando si è al suo servizio.

 

Redazione

9/12/2019

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