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Ritratto di Tindaro Granata: gentile, caparbio, sensibile

SOLEMINIS – Le cicale non smettono un attimo il loro canto. Le pietre sono già roventi alle dieci della mattina. Attori scalzi si aggirano nel patio che costeggia il giardino verde della Casa delle Storie. Due olivi ci guardano e sembrano corazzieri che difendono il palco, adesso vuoto, che aspetta, nuovamente stasera, di essere riempito, portato a nuova vita, esaltato di parole. Abiti sparsi, sedie di ogni colore e forma, una poltrona imbottita rossa e gonfia e tronfia da tutti ambita. Una mostra con lunghi disegni colorati, per bambini di tutte le età. Puoi passare e scrivere con un pennarello bianco su un foglio nero ricordi dell’infanzia, dolci come seadas con il miele o salate come fregola di pecora. C’è chi prova nella dependance e le voci arrivano lontano nell’odore del cisto. In maglietta slargata e pantaloncini ciabatta Tindaro Granata, nome evocativo millenario, cognome da colore orgoglioso, di tempra.
Le prime volte credevo, e non ero il solo, che fosse un nome d’arte. Invece incarna tutta la “teatralità” siciliana, quella pomposità aulica che ci conduce per mano in altri mondi, in altri antri sconosciuti, o soltanto un po’ in penombra, dimenticati in un angolo della nostra memoria collettiva. Dici Tindaro e mi appaiono pupi alti e dalle cromature altisonanti e dagli scudi lucenti e squillanti e lucidi da abbagliare in battaglie all’ultima spada, all’ultimo elmo preso a picconate. Dici Granata e l’odore della granita arriva immediato, l’orzata tracannata fredda s’illumina come un’insegna di Taormina. Chiunque lo ha conosciuto o ci si sia imbattuto, anche soltanto per una sera, nel dopo spettacolo, racconta della sua dolcezza. Una calma placida olimpica che non scema, che non è una posa, che non è di maniera. Qui, nel “porto di mare” in piena campagna della Casa di Aurora Aru, ha cucinato con la grazia di una mamma, la gentilezza, il tocco lieve.
Quattro anni fa fece clamore il suo “Antropolaroid” (titolo azzeccatissimo, Premio Anct, arrivato a centocinquanta repliche, due qui a Soleminis), fotografia personalissima e seppiata del suo albero genealogico, della sua sofferenza, privata, intima, in un contesto che non capiva le sue scelte, di vita e artistiche. Sentirsi Calimero nella provincia siciliana da una parte abbatte, dall’altra fortifica. Ma Tindaro non ha scorza, non ha armature inspessite dalla diffidenza. La sua arma è il sorriso, la delicatezza e affabilità che riesce a mettere in ogni gesto, anche il più piccolo, in ogni azione, anche la più semplice e insignificante. Poi con “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, dove oltre alla regia si ritagliò un piccolo e quanto ingenuo quanto impotente e feroce ruolo, ha messo in mostra le sue doti di stabilizzatore dell’inganno e della poesia che ogni storia trattiene, che ogni vita, seppur alla deriva, contiene e rilascia, liquidi impastati di speranza e distruzione.
Poi è arrivata la brutta parentesi con il testo di “Il libro del buio” di Tahar Ben Jallum, provato per oltre un anno, e che poi alla fine è saltato per motivi legati alla concessione dei diritti d’autore, una produzione Atir che doveva andare in scena per la regia di Serena Sinigaglia: “Per tre mesi non mi sono fatto la barba, ce l’avevo lunghissima. La storia è bellissima: racconta di questi cinquantotto giovani militari, tra i venti e i ventisette anni, che nel ’71 in Marocco progettarono un colpo di Stato contro il Re, e, una volta scoperti, furono incarcerati per oltre venti anni ognuno in una cella di un metro per un metro, tenuti a legumi e pane secco. Per non soccombere e non impazzire il protagonista ha dovuto imparare a non odiare, se avesse cominciato ad odiare sarebbe morto. Sono sopravvissuti in quattro”.
Il nuovo progetto invece si chiama “Geppetto e Geppetto” storia di due papà che vogliono avere un bambino e lo adottano: “La prima lettura pubblica è stata fatta per la rassegna romana “Il Garofano verde” di Rodolfo Di Giammarco a settembre e poi debutterà nel 2016. Avevo bisogno e voglia di parlare e analizzare il tema della genitorialità, molto discusso e controverso. Volevo vedere che cosa accade in un bambino che è adottato da una famiglia monogenitoriale. E’ diviso in due parti; nella prima i due papà sono invasi da speranze, gioie e angosce, nella seconda invece troviamo il bimbo cresciuto e che ormai ha trent’anni ed è rimasto soltanto con uno dei due padri. Mi sono chiesto quanto sia legittimo essere padri a tutti i costi. Ho incontrato quattro Famiglie Arcobaleno, tutte composte da coppie di donne. Il tema è complicato. Mi piacciono le sfide ostiche, impervie”. Come lo è raccontare la propria autobiografia, come lo è affrontare un caso di cronaca di pedofilia. Le scelte facili non gli interessano.

Tommaso Chimenti 20/12/2015

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