Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Recensito incontra Richard Lowdon: ecco com'è nato "Table Top Shakespeare"

Richard Lowdon è membro e designer di Forced Entertainment, compagnia nata a Sheffield nel 1984 e da sempre bandiera di un teatro sperimentale, anticonformista e anticonvenzionale, leggero e intrecciato ad altre arti così come al quotidiano, in un continuo spostarsi tra ironia e dramma, impegno e disimpegno. In occasione del 400esimo anniversario della morte di Shakespeare, il Romaeuropa Festival ha voluto portare in Italia una commemorazione intraprendente e rivoluzionaria del bardo inglese. L’opera omnia shakespeariana è stata infatti qui rivisitata attraverso la personificazione di oggetti e l’uso di una sorta di narrazione più o meno onnisciente concentrata in un metro quadrato: la superficie di un tavolo.
Com’è nata e come si è sviluppata l’idea della rassegna Complete Work: Table Top Shakespeare?RichardLowdon
“È stata una storia strana. Il lavoro che solitamente Forced Entertainment fa come compagnia è molto diverso da questo: in poche parole ci chiudiamo in una stanza e recitiamo improvvisando, unendo e sperimentando diverse idee. Quindi è raro per noi lavorare con testi di qualcun’altro.
Quattro o cinque anni fa però, mentre stavamo improvvisando per costruire un altro spettacolo, Tim Etchells - direttore e membro della compagnia - ha suggerito a una delle performer Cathy di raccontare la storia – o quel che ricordava della storia – di Macbeth con degli oggetti su un tavolo facendola diventare più grande fino a occupare tutto lo spazio. Ci ha colpito la trovata di utilizzare oggetti sul tavolo e abbiamo pensato che poteva essere interessante approfondire di più. Così ognuno di noi ha scelto un’opera, le abbiamo messe in scena sul tavolo, poi ne abbiamo fatta una su un tavolo molto grande, poi una solo con le monete; stavamo insomma muovendoci attorno a questa idea. Abbiamo quindi pensato che poteva essere una proposta interessante ma sembrava impossibile da realizzare perché ogni opera durava circa 40 minuti, che è troppo poco per uno spettacolo teatrale. Allora ci è venuta l’idea che poteva essere divertente proporre tutti e 36 i lavori di Shakespeare, nel contesto di un festival oppure come cornice di un festival, ad esempio alle undici di sera quando tutto il resto è finito. In quel periodo siamo stati contattati dal Festspiele di Berlino, che ci ha chiesto se volevamo fare qualcosa di una durata per noi insolita (perché facciamo di solito pezzi molto lunghi, dalle 6 alle 24 ore), e allora abbiamo proposto la nostra idea sull’opera di Shakespeare, che nel complesso è lunga ma è divisa in sezioni corte. Loro si sono detti d’accordo, e così abbiamo materialmente realizzato questo progetto.
Ciò a cui puntiamo con questo stile di recitazione è di dare vita e anima a oggetti molto banali, ordinari. Vorremmo essere in grado di descrivere una storia come un semplice e chiaro diagramma ma allo stesso tempo avvicinare emotivamente il nostro spettatore a questi oggetti quotidiani non particolarmente promettenti, farli osservare in un modo diverso e creare dei legami emotivi con essi. A dirlo può sembrare stupido, ma a forza di guardare un oggetto lentamente inizi a preoccupartene, ti importa. Quando gli oggetti “muoiono”, ti provoca qualcosa.
Nel nostro indagare nelle opere di Shakespeare c’è poi una sorta di ironia di fondo. Nel teatro spesso quando sei giovane sperimenti, fai cose strane, cerchi l’originalità, il teatro contemporaneo, e poi quando vuoi crescere e ti senti pronto e maturo passi a interpretare Shakespeare. Noi non abbiamo mai voluto seguire questa strada, non abbiamo mai voluto lasciare la fase sperimentale e improvvisativa. Quindi questo progetto si può definire una sorta di scherzo: noi facciamo sì Shakespeare, ma lo facciamo tutto, e lo facciamo tutto su un tavolo. Abbiamo così accostato due concetti che sembrano sempre porsi in opposizione”.

tabletop4Come avete scelto gli oggetti per ogni commedia o dramma e come vi siete divisi le opere?
“Ognuno di noi ha fatto una lista di quelle che conosceva. Alcune non le conosceva nessuno in realtà, ad esempio Pericle. Poi abbiamo cercato di dare a ognuno una o due opere di cui già sapevano qualcosa e altre di cui non sapevano niente. Quindi è stata per certi versi una divisione casuale, abbiamo solo cercato di mantenere lo stesso performer nei drammi divisi in più parti (come Enrico IV e Enrico VI).
Sceglievamo poi un’opera alla volta e mettevamo un gran numero di oggetti nella stanza. Lentamente, durante la lavorazione, prendevamo le decisioni su quali tipi di oggetti usare. Per esempio, non ci è mai piaciuto usare giocattoli, che sono rappresentazioni di individui viventi, niente con una faccia sopra. Se si guarda nel complesso, ci sono spesso scelte che si ripetono: ad esempio ci sono molte bottiglie, che hanno una forma che evoca quella umana, la testa, le spalle. Dopo un po' la scelta è diventata sempre più facile e ovvia. Ogni persona sceglieva le cose per la propria messa in scena. Mentre realizzavamo le opere anche fare la spesa diventava un’esperienza diversa: andavamo al supermercato guardandoci attorno, cercando cosa potrebbe essere utile per interpretare un certo personaggio: ad esempio per Ariel – lo spirito del vento de La tempesta - cerchavamo qualcosa dai colori tenui, piccolo, carino e strambo, quindi in un certo modo ti porti sempre dietro la tua opera teatrale.
Poi certamente tendevamo a scegliere oggetti più grossi per i personaggi più importanti: come nelle pitture medievali, dove il re è dipinto enorme e i servi invece sono minuscoli. Non c’è nessuna relazione con il realismo. Più ne abbiamo completate, più abbiamo iniziato a ragionare con una certa mentalità di genere, dando un ordine, ad esempio utilizzando per una certa opera tutti oggetti del bagno o della cucina, oppure tutti liquidi”.

Quali crede siano i punti di forza e le difficoltà del vostro lavoro?
“Il vero piacere è fare succedere davvero qualcosa qui, sopra un tavolo. Qualcosa che tocchi le persone, che lo trovino triste o estremamente divertente. Certo, ci sono alcuni pezzi teatrali che funzionano meglio di altri: alcune commedie, che hanno una struttura molto definita, con coppie e opposizioni simmetriche, funzionano molto bene, si vede chiaramente questa forma a specchio. Questo le rende piacevoli anche visivamente, bastano accorgimenti semplici e divertenti (ad esempio quando si mette una bottiglia grande e poi si affianca una piccola che rappresenta il figlio).
Credo anche però che si siano alcune opere sulle quali non si riesce a lavorare molto: onestamente, alcune sono meno brillanti delle altre anche nella stesura originale. Ad esempio, Enrico VI: ci sono certamente delle cose buone, ma è molto lento a partire, quindi uno fa del suo meglio con il materiale che ha.richardlowdon2
Una cosa che speriamo è che le persone tornino a vedere più di una performance, anche quattro o cinque alla volta: magari attratte dall’opera che conoscono, poi decidano di vederne anche una meno familiare per metterle in relazione e approfondire”.

Avendo ora una visione globale della produzione shakespeariana, avete notato dei tratti ricorrenti (personaggi, tematiche, idee) o delle caratteristiche dell’opera omnia del Bardo che emergono più difficilmente quando si affrontano i suoi lavori in modo singolo?
“C’è un enorme numero di dettagli e tratti ricorrenti, è incredibilmente interessante. Un certo tipo di personaggi ritornano sempre, i più ovvi sono gli assassini, che sono sempre due (nel caso uno fallisca). E poi le streghe, le profezie, i travestimenti, i temi del matrimonio e dell’onore nelle opere storiche. Alcune storie poi sono davvero sgradevoli: ai nostri occhi contemporanei, alcuni episodi nelle trame sono orribili, basta pensare a Molto rumore per nulla dove un uomo in due minuti rovina la vita e la reputazione di una donna di fronte all’intera comunità.
Avendone lette e vedendole in scena, come compagnia abbiamo realizzato che Shakespeare lavorava in un modo molto simile al nostro: con un gruppo di persone, non scrivendo tutto lui, rielaborando parti in modo specifico per alcuni attori, inserendo scene divertenti o streghe o aumentando i combattimenti per seguire i desideri del pubblico, aumentando gli episodi di magia e l’utilizzo della musica quando i teatri si sono spostati al chiuso e così via.
In un certo modo tutte queste cose ci hanno sorprendentemente mostrato come in realtà siamo più vicini a lui di quello che abbiamo sempre pensato. Ho sempre pensato di essere lontanissimo da Shakespeare, che mi ha torturato fin da quando ero piccolo. In Gran Bretagna è così, dopo un po' davvero riesce difficile sopportarlo, o si arriva a studiarlo troppo al punto da apprezzarlo ma non avere desiderio di approfondire ancora”.

tabletop6Avete portato questo progetto in altri Paesi esteri? Come è stato recepito?
“Molte volte andiamo nei posti perché ci invitano, molto raramente scegliamo noi. Così facendo, ci poniamo sempre in un contesto preparato per accoglierci: con questo spettacolo siamo stati in Italia, Polonia, Berlino e Londra, e a dicembre andremo a Los Angeles. Certo, ci sono Paesi più predisposti ad accoglierlo, molto semplicemente per il livello di conoscenza della lingua. Ad esempio nei paesi dell’Europa del Nord è più facile per noi esibirci e trovare un pubblico reattivo. Nei paesi dove l’inglese è la madrelingua poi diventa uno spettacolo diverso, perché puoi fare e dire più cose, essere anche più improvvisato. In quanto performers, noi cambiamo ciò che facciamo in base al pubblico che ci troviamo di fronte, cerchiamo di capire se ci sta seguendo e di rispondere alle sue esigenze.
A volte è anche il contesto a fare la differenza: ad esempio abbiamo partecipato a un festival dedicato a Shakespeare, ed è stato bizzarro visto che il pubblico arrivava con l’obiettivo non di vedere noi ma di vedere Shakespeare rappresentato. Mentre per la nostra performance a Berlino la gente veniva attratta dal nostro nome. Con questo progetto, quindi, abbiamo un pubblico che viene da molte parti”.

Avete ricevuto mai critiche relative a Table Top Shakespeare?
“Direi solo in Gran Bretagna. Penso sia perché al pubblico inglese mancava il linguaggio di Shakespeare. Erano sorpresi perché tutta la sua meravigliosa poesia era stata tolta. E spesso la critica, che ha visto e rivisto Shakespeare mille volte, si cura soprattutto dell’interpretazione. A noi qui non interessa l’interpretazione, che certamente c’è, ma cerchiamo semplicemente di raccontare la storia rendendola originale e più chiara possibile. In questo caso non ci interessano le critiche, perché sbagliano target: è come criticare un panino perché non è una torta. Si tratta di aspetti e obiettivi diversi: prima guarda che cosa ti è proposto e poi esprimiti al riguardo”.

Che sensazione si prova a esibirsi di fronte a un pubblico che non parla la sua lingua e senza usare la maggior parte degli atti di comunicazione non verbale, così fondamentali nella recitazione?
“Penso sia molto interessante: è difficile capire se il pubblico davvero sta seguendo la storia. Ma, ad esempio, l’altro giorno c’era u ragazzo che non parlava inglese ma ho notato che seguiva attentamente ogni movimento in scena. Quello che guardi è qualcosa di diverso dalle parole, ma può comunicare ugualmente: si può davvero andare oltre, sentire le emozioni, i cambiamenti nel tempo e nello spazio, grazie alle immagini che vengono create con gli oggetti e giocando con la prossimità. Distribuiamo sempre anche una breve sinossi per rendere più comprensibile la storia generale e permettere di seguire lo sviluppo ad esempio agganciandosi ai nomi”.

Eliana Rizzi, Giulia Zanichelli 19/10/2016

Leggi qui la recensione a Table Top Shakespearehttp://www.recensito.net/teatro/table-top-shakespeare-al-romaeuropa-tutto-il-bardo-in-36-pillole.html 

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM