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Recensito incontra Massimo Odierna: un attore e non solo

Il teatro italiano è in continua crescita, sperimentazione e fermento, grazie soprattutto a giovani attori ed autori che si stanno affacciando recentemente sulle scene.
Da sempre fucina di tanti talenti è l'Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, vera e propria palestra attoriale, che ha dato i natali a grandi nomi del panorama teatrale e cinematografico, e dalla quale continuano a uscire nuove interessanti personalità. Tra queste sicuramente c’è quella del brillante Massimo Odierna, diplomatosi nel 2010, classe 1986, con già molte esperienze importanti alle spalle ("Sei personaggi in cerca d’autore" per la regia di Luca Ronconi, "La bottega del caffè" della compagnia BluTeatro, per la regia di Luca Bargagna, la docufiction di Sky Arte "Michelangelo, il cuore e la pietra" diretta da Giacomo Gatti con Rutger Hauer e Giancarlo Giannini, la versione televisiva di Carnezzeria di Emma Dante per Rai educational, il recente laboratorio sul Riccardo II di Shakespeare diretto da Peter Stein) e altri nuovi progetti in arrivo per la prossima stagione, tra cui il ritorno in scena, sul palcoscenico del “Piccolo di Milano”, di “In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi”, spettacolo di Luca Ronconi, nato proprio nell’ambito dell’Accademia, di cui è uno dei protagonisti.
Un artista interessante, un giovane pieno di entusiasmo e talento, animato da una passione forte, intensa, che si percepisce dalla luce degli occhi, dalle espressioni e dalle parole che utilizza quando parla del suo mestiere, delle sue esperienze e del suo essere artista, e che lo spinge a colpire dritto il pubblico per trasmettergli tutto ciò che ha dentro.
Si racconta in questa intervista, ripercorrendo le tappe della sua formazione, del suo percorso artistico, e parlando dei suoi nuovi progetti.odierna2

Artaud definiva l’attore “un atleta del cuore, un vero e proprio atleta fisico, ma con questo sorprendente correttivo: all'organismo atletico corrisponde in lui un organismo affettivo, parallelo all'altro, quasi il suo doppio benché non operante sullo stesso piano”. Tu forse rappresenti in pieno questa affermazione, e la tua corsa da atleta del cuore è partita da Napoli, terra e culla del teatro. Che peso hanno avuto ed hanno le tue radici nel tuo percorso artistico?
“Napoli ha influito e influisce tuttora sul mio essere attore o, più semplicemente, sul mio essere e basta. Per di più vengo dalla periferia e questo comporta tutta una serie di "sfumature". Sono cresciuto in un quartiere che mi ha formato. Da quando ero piccolo con i miei amici, tra una partita di pallone e l’altra, ci riunivamo nell’androne del palazzo e mettevamo in scena sketch, parodie, imitazioni. Da lì ho iniziato ad avvicinarmi alla recitazione, era anche un modo per evitare i rischi della strada. Le mie prime forme di spettacolo sono nate lì, li ho iniziato a scrivere i miei primi canovacci. L' androne di un palazzo è stato il mio primo palcoscenico. Mi piaceva creare situazioni, storie. Poi ho iniziato anche a girare video insieme ai miei amici, corti amatoriali, era un modo per proteggersi, evadere, fantasticare, per non annoiarsi.
La vera vocazione è arrivata però solo dopo il liceo. Ho capito che la recitazione era la mia strada. Ho iniziato così a studiare presso l’Accademia “Il Primo” di Napoli diretta da Arnolfo Petri e Rosario Ferro, i miei primi maestri, che mi hanno formato attraverso l'esperienza diretta con il palco, spaziando dai classici al dramma moderno, dalla commedia al cabaret. Conclusi i tre anni di accademia a Napoli, ho deciso così di tentare il salto e lasciare la mia città, contenitore ricco di fermento, creatività e fantasia, ma purtroppo stagnante. Napoli però resterà sempre dentro di me qualsiasi cosa farò, con la mia capacità di improvvisare, reinventarmi, conservando quell’ istinto di sopravvivenza, aspetto tipico del mio mestiere. Sentivo però l’esigenza di evadere e grazie al supporto dei miei insegnati di teatro, della mia famiglia e dei miei amici ho potuto iniziare il secondo capitolo della mia vita, la mia "fase romana”.

Se parliamo di origini parliamo anche di formazione e di conseguenza dell’esperienza alla Silvio D’Amico, fondamentale visto l’incontro con i tuoi colleghi e soprattutto con importanti maestri.
“Certo, lì ho conosciuto quelli che poi sarebbero diventati i miei amici e colleghi della “Bluteatro”, compagnia che si occupa di produzione e formazione, nata un po’ per caso dopo l’esperienza accademica, divenuta oggi tra le realtà under35 più interessanti della Capitale. E poi naturalmente ho incontrato insegnati fondamentali per la mia formazione: da Lorenzo Salveti a Massimiliano Farau, da Binasco a Nekrošius, da Peter Clough a Karpov per giungere infine d' innanzi a Ronconi.
Ronconi l’ho incontrato al terzo anno d’accademia, senza che conoscessi bene il suo teatro e il suo modo di farlo, ed è stato un vantaggio, secondo me.
Sono partito da zero, senza aspettative, ansie, pregiudizi e da lì è iniziata un’altra fase ancora della mia formazione teatrale.
Era un vero maestro, aveva la capacità di "aprirti il cervello”, mostrarti tutte le possibilità di interpretazione e approccio al testo, senza mai farti adagiare in una zona facile e scontata. Come Napoli, anche lui rimarrà sempre presente nel mio modo di essere attore”.

Hai scritto e diretto già testi molto interessanti come “Portami a casa di qualcuno”,
“Un signore in vestaglia domani si sveglierà presto” e “Toy boy”. Come è nata l’esigenza di passare dalla recitazione alla scrittura e alla regia?
“Non mi sento né drammaturgo, né regista, dirigo solo le cose che scrivo perché so quello che voglio e come lo voglio. Mi piace stare al di fuori, lavorare sulla materia. La scrittura è un’esigenza che ho sempre avuto, scrivo da quando sono piccolo. Ho necessità di scrivere per comunicare qualcosa che ho dentro. Scrivo per attirare il pubblico verso qualcosa di curioso, catturare la sua attenzione attraverso i miei mondi grotteschi e folli. È un modo per richiedere attenzione senza tuttavia mai parlare di me”.

odierna3Sono testi innovativi. Ti ispiri a qualche autore in particolare? Quali sono i tuoi modelli?
“Non mi ispiro a modelli teatrali o a particolari autori. Non ho riferimenti particolari se non il tanto cinema che ho visto, i grandi comici come Totò, De Filippo, le atmosfere dei film di Troisi e parte della cinematografia americana.
Cerco di trasferire la mia esperienza attoriale, la mia immaginazione ed il mio vissuto nella scrittura”.

Si evidenziano nelle tue drammaturgie incubi e paure che sono specchio dei giovani di oggi. Sembrano quasi personaggi incapaci di amare.
Pensi quindi che al giorno d’oggi sia difficile lasciarsi andare a sentimenti autentici?
“Parto dalle mie paure. Parto dalla mia parte nera e la trasformo. Sono pure nevrosi espresse in chiave immediata, grottesca, per intrattenere e divertire attraverso quell’ironia che fa anche riflettere, quel sorriso che lascia l’amaro in bocca. Cerco di riportare in scena le assurdità di questo mondo.
Ora mi sto dedicando alla scrittura di un nuovo testo, un altro figlio, “Posso lasciare il mio spazzolino da te?”, titolo che sembra evocare un certo sentimentalismo, eppure vedrete che anche in questo caso non sarà così. Non mi piace cadere nei luoghi comuni, o raccontare l’amore sotto forma di cliché. Scrivo di personaggi che amano a modo loro. C’è un’urgenza d’amore. Mi piace parlare della mancanza di amore in assoluto e della ricerca di qualcosa di autentico senza scadere nella fiction”.

Hai avuto anche alcune esperienze in TV, tra cui la più importante è sicuramente la docufiction più trasmessa di Sky Arte, “Michelangelo, il cuore e la pietra”.
Che esperienza è stata?
“È stata un’esperienza molto forte, con una recitazione priva di testo e parola, basata tutta sulla gestualità, lo sguardo, le espressioni. Sono stato orgoglioso di interpretare un grande artista, un genio, utilizzando solo il corpo, l’istinto. Ho lavorato per "sottrazione” evitando di esagerare, provando a render al meglio la sua complessa personalità”.

Ti piacerebbe interpretare un ruolo per il grande schermo?
“Mi piacerebbe apparire sul grande schermo, certo, magari con un piccolo ruolo, o in un’opera prima di un giovane regista esordiente che ha il bisogno di trasmettere un qualcosa di forte ed innovativo. Il cinema è un mio sogno, anche se rispetto al teatro mi spaventa ancora di più, perché il risultato non dipende solo da me, ma da tanti altri fattori che non puoi controllare”.

Per quanto riguarda l'interpretazione, qual è il personaggio che più senti vicino a te?
“Mi piace costruire il personaggio, arricchirlo attraverso il mio cinismo, la mia ironia, le mie inquietudini. Ho amato don Marzio ne “La bottega del caffè” di Goldoni ed il Padre de “I Sei personaggi” di Pirandello, ma anche lo stesso Michelangelo Buonarroti, oppure il Socrate de “Le Nuvole” di Aristofane”.

I tuoi prossimi progetti?
“Innanzitutto mi dedico anche alla formazione, ma ci tengo a specificare che sono solo un attore a disposizione degli altri. Ho ancora tanto da imparare quanto da dare.
Tra i prossimi progetti sicuri, il ritorno di “Toy Boy”, dopo il successo ottenuto lo scorso anno al teatro Studio Uno, in stagione al teatro dell’Orologio, e de i “Sei personaggi in cerca d’autore” con la regia di Ronconi al Piccolo Teatro di Milano il prossimo maggio, preceduto da una fase di preparazione, prevista a fine agosto, presso il centro Teatrale Santa Cristina con in nuovi allievi diplomati alla Silvio D’Amico. Certamente poi proseguirò la mia attività formativa presso la Scuola del teatro dell’Orologio, dove sono docente di improvvisazione la mattina e responsabile del corso serale, e sicuramente porterò a termine la scrittura della mia nuova drammaturgia che andrà in scena molto probabilmente nel 2017. Ora invece mi sto dedicando con gli altri miei colleghi della “BluTeatro” alla preparazione di giovani attori per sostenere i provini presso le Accademie e le Scuola Nazionali di recitazione attraverso il nostro corso estivo propedeutico, giunto già alla terza edizione”.

Maresa Palmacci 07/07/2016

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