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Recensito incontra Luca Marinelli: dall’Accademia “Silvio d’Amico” al successo sul grande schermo

«Eccomi qua, sono venuto a vedere lo strano effetto che fa la mia faccia ai vostri occhi, e quanta gente ci sta. E se stasera si alza una lira per questa voce che dovrebbe arrivare fino all’ultima fila, oltre il buio che c’è...».
“la valigia dell’attore”, Francesco De Gregori.
Eppure la sera del 7 luglio, al Teatrino delle Sei Luca Ronconi di Spoleto, la situazione sembrava invertita: non era l’attore a osservare l’effetto che la sua presenza faceva agli occhi di chi era accorso lì per assistere alla premiazione che lo avrebbe visto protagonista. Lì, in quel teatrino stracolmo di gente, giovani e meno giovani osservavano divertiti l’effetto che la loro partecipazione suscitava nell’animo di quell’attore giovane e talentuoso che – seduto accanto al direttore Mario Calabresi, in procinto di ricevere da quest’ultimo il premio La Repubblica – appariva in estasi totale, con uno sguardo incredulo e riconoscente.
Luca Marinelli è un attore, non di quelli improvvisati, scelti magari tra i tavolini di un bar dall’occhio sapiente e lungimirante di un regista navigato. Luca Marinelli è un attore, e per esserlo ha studiato e faticato. A parlare di lui con i suoi ex insegnanti – quelli dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica Silvio d’Amico, luogo dove Luca ha trascorso gli anni della sua formazione – si scopre un giovane timido e studioso anche nell’evidenza del talento, un ragazzo assennato la cui parabola dà speranza a chi, per conquistarsi un posto nel mondo, studiando crea la propria fortuna.
Parla poco Luca durante la premiazione, ci tiene solo a sottolineare il valore fondamentale che l’Accademia ha avuto nel suo iter. Difficile raccontare la passione e la sicurezza che riescono a non rendere mai banali delle parole che, invece, potrebbero essere facilmente intese come tali. Lontano dal voler essere portatore di verità assolute, Marinelli con sguardo sincero e con parole poche e schiette si rivolge ai ragazzi presenti in sala. Parla agli allievi della Silvio d’Amico, certo, ma anche a tutti gli altri che, probabilmente, di mestiere non vorranno fare gli attori, e suggerisce la via dello studio e della costanza. La strada che ripaga più spesso, ne è sicuro. E allora, a conclusione di questa serata in cui ognuno dei presenti si è ancor più convinto della sensatezza di questo premio a questo giovane artista, l’interprete Nastro d’Argento come migliore attore non protagonista in “Lo chiamavano Jeeg Robot” – non c’erano dubbi – si è gentilmente attardato per fare due chiacchiere, per raccontarsi un po’.

Luca, com’è passare da un momento in cui vorresti essere un attore, ma sei ancora un allievo, a uno in cui, invece, inizi a fare della tua passione il tuo mestiere?
"È forte, molto forte. Soprattutto per chi viene fuori dall’Accademia che, essendo appunto una scuola, è ancora un ambiente abbastanza protetto. Finire l’Accademia e uscire subito con un film, come è stato per me, è tanto. Con “La solitudine dei numeri primi” sono arrivato subito a Venezia, così, in fretta. E, sinceramente, è stato un botto grande."

Situazioni del genere conferiscono una certa sicurezza o la precarietà che caratterizza questo lavoro – e che ormai li caratterizza un po’ tutti – continua a tenerti con i piedi per terra?
"Per un po’ io ho commesso uno sbaglio, sono diventato sicuro. Che non è un errore in sé, il diventare sicuro, ma la troppa convinzione può tramutarsi in errore. E, sì, dopo aver girato “La solitudine dei numeri primi” io ho commesso questo errore, ma poi per fortuna per un anno non ho ricevuto grandi proposte..."

Ed è stato utile...
"È stato ottimo perché ho cambiato l’energia e ho cominciato a pensare che se le cose non le fai non è per colpa degli altri ma è per colpa tua. Io lo dico sempre, è importantissimo avere un’energia pulita, non nera; un’energia che ti permetta di guardare gli altri senza invidia, altrimenti è meglio non fare nulla. C’ho messo più di un anno per capire questa cosa, un anno in cui ho comunque lavorato, ma meno, e a un certo punto ho proprio capito che stavo sbagliando e che se avessi continuato così non avrei più voluto fare niente, perché continuare così sarebbe stato brutto. E quindi adesso il mio modo di affrontare le cose è cambiato, ed è ovvio che lavorare mi faccia piacere e che, al contrario, non lavorare mi dispiaccia, però mi rendo conto che se le situazioni prendono una determinata piega c’è un motivo, e quel motivo dipende molto probabilmente da me. C’è un perché a tutte le cose, ci deve essere sempre un perché."

Roma è una coprotagonista nei tuoi due ultimi film: quanto bisogno di cambiamento c’è nella capitale, ci si può sperare? E cosa, invece, ti piace trattenere della tua “romanità”?
"A Roma, come in Italia in generale, c’è il difetto della pigrizia, di seguire qualcuno e di entusiasmarsi dimenticando quello che è successo poco prima. Questo è un po’ il problema, secondo me. Nei miei due ultimi film c’è, comunque, un senso universale: “Non essere cattivo”, soprattutto, puoi mostrarlo in qualsiasi periferia del mondo, e ogni periferia del mondo vi si riconoscerà, credo, perché i meccanismi son più o meno quelli. Poi, in più, c’è la romanità che porta un certo ritmo e crea una certa atmosfera tra i personaggi, e quella è una nota particolare di cui vado orgoglioso. C’è un cinismo nell’essere romani, o meglio ancora un umorismo cinico, una disperazione malinconica e un po’ comica allo stesso tempo, è divertente. Mi piace il romano con i suoi pregi e i suoi difetti, credo però che si possa cambiare l’atteggiamento, che si possa cercare di essere più attivi, di non farsi imbrogliare dalle fiammate."

Hai frequentato l’Accademia, e dunque hai fatto molto teatro: quant’è bello il rapporto col pubblico presente?
"Il teatro l’ho fatto per tre anni in Accademia e poi ho fatto due anni di tournée con Cecchi, ed è stato fantastico. È completamente diverso, a me il teatro manca in una maniera terrificante anche perché sono quattro anni che, purtroppo, non riesco a fare nulla in questo ambito. Sono contentissimo di quello che faccio al cinema, lo trovo meraviglioso, ma è un'altra cosa; è come far parte della stessa regione e vivere in due città diverse, sono mondi contigui ma non sovrapposti. E sento un richiamo, ora che sono in questa nuova città che adoro ma da cui, comunque, vorrei più spesso tornare a quella da cui sono partito. E una cosa che mi piacerebbe tantissimo in un futuro è avere una compagnia teatrale."

E noi te lo auguriamo, Luca. E ci auguriamo di poterti vedere sempre più spesso, che sia al cinema o in un teatro.

Anastasia Griffini
07/07/2016

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