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Recensito incontra i giovani jazzisti Andrea Molinari e Luca Fattorini

“L’Era dell’Acquario” (Picanto Records) è l’opera prima del quintetto guidato da Andrea Molinari (chitarra) e composto da Domenico Sanna (piano), Luca Fattorini (contrabbasso), Marco Valeri (batteria), con la partecipazione di Logan Richardson (alto sax). È un disco che delinea, con spirito creativo e originalità, la costruzione di un quadro musicale intrigante, leggero, intriso di sfumature e costruzioni sonore ben calibrate tra loro. Un progetto notevole che sa affrontare con caparbietà e maturità artistica il dialogo intimo tra linguaggi diversi, aprendosi alle contaminazioni di genere con altrettanto entusiasmo. La scrittura raffinata di Molinari riesce a racchiudere in poche, ma efficaci note il senso puro di un discorso che procede su vari livelli di comprensione, di interazione e che nell’improvvisazione si concede a una voce profonda: l’alchimia tra tecnicismo e libertà. In una tiepida serata, nel quartiere storico della Garbatella di Roma, abbiamo incontrato i due giovani jazzisti italiani, il chitarrista Andrea Molinari e il contrabbassista Luca Fattorini e insieme abbiamo tratteggiato un quadro interessante dell’universo jazz e della forza di una scena indipendente romana, purtroppo ancora poco conosciuta.

Dopo un primo ascolto de “L’era dell’Acquario” si coglie subito la complessità della struttura musicale. Come nasce il tuo disco e perché la scelta di questo titolo?molinari2
A.: "Quando scrivo è tutto fluido, ma non è ricercata la complessità, né tanto meno voluta. Creo ciò che percepisco in quel momento. Il mio lavoro nasce dall’esigenza e dalla voglia di registrare qualcosa e di lavorare con il gruppo, con gli amici che conosco da anni. “L’Era dell’Acquario” nasce da un cambiamento personale. In quel periodo mi sono appassionato al tema della fine del mondo e ho cominciato a documentarmi. Si parlava di un cambiamento di ere, quel famoso 21 dicembre rappresentava il passaggio dall’era dei Pesci a quella dell’Acquario, che è la nostra era attuale. Mi sono stupito, poiché penso che ci sia stato un cambiamento reale, da un punto di vista sociale, economico e climatico. Ho riscontrato nel mondo un cambiamento che stava avvenendo anche dentro di me e per questo motivo ho voluto sottolinearlo nel titolo dell’album".

La chitarra nel jazz non è uno strumento comune. Come ti sei avvicinato al jazz?
A.: "Non so nemmeno se definirmi un chitarrista jazz, non so se la mia musica sia jazz...Suono la chitarra perché mio padre a casa la “strimpellava” e perché sono cresciuto con Jimi Hendrix, Eddie van Halen, Pino Daniele, i Pink Floyd. Trasferitomi a Roma, all’età di 19 anni, mi sono appassionato al jazz, nel senso della libertà che il jazz ti dà, perché ti permette di esprimere davvero te stesso, basandoti su un linguaggio e un repertorio comune. Attualmente non so se sia corretto ancora etichettare come jazz una musica in cui è tutto molto contaminato".

Com’è nata la collaborazione con Logan Richardson, uno tra i più interessanti altosassofonisti della scena newyorkese e cosa ha significato per voi?
A.: "L’opportunità di conoscere Logan Richardson è nata quasi per caso, come un gioco. Ho avuto il suo indirizzo mail dal sassofonista pugliese Gaetano Partipilo, prima è nato un rapporto virtuale, via mail, gli ho mandato dei brani da ascoltare e lui ha accettato di collaborare con noi. Dopo è nata una vera e propria collaborazione, diventata poi anche una condivisione umana. Con Richardson c’è sempre stato un rapporto che andava oltre le logiche di mercato e a livello musicale l’approccio è stato incredibile. Ciò che mi ha stupito è stato il rapporto umano, è una persona amichevole, modestissima, quasi un filosofo dello strumento. Una giorno gli ho chiesto alcuni consigli sul mio approccio compositivo e lui mi ha risposto così: La musica e la vita procedono insieme, se riesci a diventare un uomo migliore, diventerai sicuramente un musicista migliore. Non lavorare tanto sulla musica, ma soprattutto su te stesso, cerca di diventare davvero chi sei”.

Questa è la tua prima opera musicale, un disco che sa affrontare in modo originale e creativo l’interazione tra i diversi linguaggi, in cui ogni strumento sembra conservare la propria dignità espressiva e nessuno prevale musicalmente sull’altro. Come si instaura la dinamica creativa tra i vari strumenti, l’empatia tra gli artisti, sia nel momento dell’ideazione di un pezzo che più nello specifico nel momento del live o della jam session?
A.: "Hai ragione che emerge questo, perché non c’è stata mania di protagonismo e capita sempre quando suoniamo. Mi importava dare spazio alla musica e agli altri musicisti. Ho lasciato grande libertà anche agli altri di immettere ciò che sentivano, a partire da ogni singola traccia. Questo modo di lavorare mi piace. Desidero che i musicisti che suonano la mia musica riescano a farla anche loro. Logan Richardson ha dato un input sonoro forte. La jam session è l’essenza del jazz e ci è piaciuta riproporla nel disco. Per esempio la traccia finale è un brano di John Coltrane, “Stright Street”, una vera jam. Un omaggio alla storia del jazz e un momento piacevole anche per noi".
L.: "Probabilmente l’intesa musicale nasce anche da un’amicizia che esiste tra noi. La sensazione che tutto sia molto misurato nasce anche da una conoscenza musicale di vecchia data. La pasta sonora dipende dalla sensibilità, ma anche dalla conoscenza reciproca tra noi stessi. La jam session è un momento in cui il musicista esprime se stesso in modo estemporaneo. La difficoltà sta nel cercare di esprimere se stessi in un brano solo e lo stare tra amici ha reso tutto più semplice. Logan Richardson è riuscito da subito ad entrare nel suono del gruppo".

molinari3Il susseguirsi delle tracce dà l’idea di un percorso volto alla scoperta di un senso più profondo, di un cambiamento che attraverso la musica riesce a manifestarsi. La terza traccia, “Il carillon di Fulci” trae ispirazione da un regista visionario come Lucio Fulci. Perché una scelta del genere ?
A.: "Io non conoscevo Lucio Fulci, prima di vedere il film “Sette note in nero” che mi ha colpito molto. Nel film ricorre il carillon e ho deciso di riprendere le stesse note, ho modificato la metrica ed è diventato un brano in 5/4. Ci sono altri riferimenti nel disco, anche ad altri film. La seconda traccia, per esempio, si intitola “655 AM”, come un orario o una stazione radio, quello è in realtà un omaggio ad “Arancia Meccanica” di Kubrick, alla scena in cui Alex, il protagonista, entrando in carcere cambia nome in un numero, il 655321. Esattamente ciò che siamo diventati oggi a livello sociale: siamo dei numeri all’interno di un processo di massificazione".

Tra i vari ringraziamenti citi i “ragazzi di “Agus Collective”, uno spazio dove fare musica indipendentemente dalle logiche di mercato. Rispetto al tradizionale panorama jazzistico esiste una scena romana indipendente, dove artisti diversi tra loro, per formazione ed esperienza, si incontrano e condividono lo stesso valore dato alla musica. Cosa ne pensate e che significato date a questo spazio?
A.: "Tra i ringraziamenti ho citato anche Luca Fattorini, Marco Valeri e Domenico Sanna che hanno un trio, a mio avviso uno dei gruppi più interessanti: “Fresh Fish”. “Agus” invece è stata una novità grande, rispetto alla programmazione dei club. Il collettivo è formato da musicisti, da grandi estimatori di musica, che hanno creato a Roma una programmazione di qualità in un posto come “Il Cantiere”, a Trastevere, accessibile a tutti, ad un costo basso, cinque euro. Uno luogo frequentato da giovani, in cui si ascolta solo musica originale. In “Agus” si dà spazio a progetti interessanti e voce ai musicisti che hanno qualcosa da dire".
L.: "La fortuna è che il collettivo è formato da musicisti che si ritrovano musicalmente ed hanno stima reciproca. La grandezza del collettivo è di avere come unico intento quello di formare le persone e renderle consapevoli riguardo l’esistenza di una musica di qualità, accessibile a tutti. Abbiamo comunque una grande responsabilità, perché la programmazione è creata dagli stessi musicisti. Inoltre va detto anche che “Agus” esiste a prescindere da “Il Cantiere”, un posto magico, per l’atmosfera che si respira e per l’acustica. Per esempio un musicista noto come Logan Richardson si è appassionato al collettivo, recependone gli intenti, si è esibito con il suo gruppo e ha accettato di suonare alle nostre condizioni, a prescindere dal fatto che sia un grande artista internazionale e che avrebbe potuto suonare ovunque. Forse l’errore sta nel fatto di considerare il jazz una musica intellettuale, quando in realtà nasce come musica popolare. Il jazz è il jazz e le etichette non valgono".

Cosa ne pensate invece del panorama jazz italiano?
A.: "Ci sono progetti interessanti da valorizzare di più, ma in Italia il livello è altissimo. Enrico Bracco e Francesco Poeti sono due grandi chitarristi, forse troppo sottovalutati, basterebbe informarsi meglio e dare più spazio alla qualità. Il tutto è collegato al discorso di Luca: il jazz non è una musica di nicchia. Credo che il jazz in Italia sia vivo".
L.: "Bisognerebbe fare una distinzione tra ciò che è in luce e ciò che non lo è. La logica di mercato impone regole e tempi, ciò che si conosce è sempre ciò che vogliono sia conosciuto. Per chi non calca i grandi palchi diventa difficile portare avanti il proprio progetto, la propria arte. In Italia manca la meritocrazia. Il jazz è una musica che richiede una conoscenza di ciò che c’è stato nel passato. Per esempio se parliamo della scena americana ci rendiamo conto quanto il moderno, il nuovo consideri sempre con rispetto il passato. Suonare jazz non può prescindere da una conoscenza storica".

Se doveste proiettarvi nel futuro dove vi immaginate tra un po’ di anni? Qual è la vostra massima aspirazione?
L.: "Sarebbe fantastico poter vivere di sola musica, di concerti".
A.: "Continuare a fare ciò che faccio e farlo sempre meglio, diventare onesto in quello che voglio dire e avere la possibilità di farlo. Suonare i miei brani con il mio gruppo è il massimo. Sto scrivendo dei nuovi brani, all’inizio dell’anno prossimo torneremo a registrare un disco, questo mi rende felice e rappresenta il mio futuro. Suonare e fare in modo che la mia musica arrivi al maggior numero di persone, mantenendo sempre l’onestà".
L.: "Non scendendo a compromessi".

Serena Antinucci 08/09/2016

Foto: Paolo Soriani

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