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Recensito incontra gli allievi registi Mario Scandale e Lorenzo Collalti alle prese con l’opera di Kleist

Villa Piccolomini è incastonata fra il Gianicolo e villa Pamphili, quasi nascosta sulla stretta via Aurelia. Un giardino silenzioso e insospettabile nel caos di Roma dove, tra aranceti, serre e la Cupola di S.Pietro va in scena il saggio degli allievi del terzo anno di regia dell’Accademia Silvio D’Amico, guidati da Giorgio Barberio Corsetti: un lavoro corale dedicato a Heinrich Von Kleist dal titolo “Un uomo inesprimibile – quattro studi su Kleist”.
Durante le prove generali, fra location in allestimento e attori in costume asburgico di corsa fra i prati tra una scena e l’altra, abbiamo intercettato i giovani registi per scoprire la genesi di questo progetto.
L’allievo regista Mario Scandale porta in scena l’opera di un Kleist ancora ventiquattrenne, alle prese con un dramma familiare romantico e dagli echi shakespeariani:

Hai scelto La famiglia Schroffenstein, prima opera di Kleist. Come mai questa decisione?
"Ho fatto questa scelta per un motivo molto semplice: dentro c’è la storia di Romeo e Giulietta, un’opera che avrei da sempre voluto mettere in scena. Così ho colto l’occasione con questo testo che non solo parte da Romeo e Giulietta, ma ne è una vera e propria riscrittura."

E quali differenze e somiglianze hai notato con l’opera shakespeariana?
"La differenza sostanziale è che il racconto qui è più crudo, più selvaggio, le famiglie sono ancora più tremende, anzi, è lo stesso ramo di due famiglie dove i cugini sono sposati alle rispettive sorellastre e, di conseguenza, i due protagonisti sono doppiamente imparentati. Questo rende l’intreccio ancora più complicato soprattutto perché poi, alla fine, i genitori uccidono i propri figli per sbaglio a causa di uno scambio di vestiti. Il tema del doppio è fondamentale in Kleist: i ragazzi si travestono l’uno dall’altra confondendo i genitori che così, finiscono per non riconoscerli."

E per la messa in scena come ti sei comportato lavorando in team con i tuoi colleghi?
"Ci siamo coordinati naturalmente, grazie anche alla supervisione di Corsetti. Ogni riunione è stata fatta insieme e, più che raccordarci si è trattato di lavorare insieme a un grande progetto. Poi ognuno, ovviamente, ha preso la sua strada. Siamo diversi, abbiamo visioni diverse. A ciascuno è spettato il suo percorso."

Come è stato lavorare con Corsetti? Quanto ha imparato lui da voi e quanto voi da lui?
"Lui da noi penso poco, forse a sopportarci. Noi da lui, molto; in realtà, noi del terzo anno avevamo già avuto modo di collaborare con lui, lavorando su Pasolini. Lì avevamo avuto modo di conoscerci, quest’anno invece c’è stata occasione di avere più libertà. C’è sempre da imparare con Giorgio, anche perché i suoi tempi sono simili a quelli del lavoro “concreto”, fuori dall’Accademia. E questo fa bene a noi allievi perché l’incontro con un regista che viene da fuori è un bell’impatto con la realtà."

L’allievo Lorenzo Collalti si è invece concentrato sull’epistolario di Kleist, mettendo in risalto il lato umano dell’autore.
I tuo colleghi hanno scelto opere teatrali. Come mai tu hai preferito mettere in scena l’epistolario?
"Serviva un fil rouge per il pubblico. Sia per collegare fra loro gli spettacoli, sia per consentire agli spettatori di stabilire un legame con un artista rimasto incompreso per tantissimi anni. Per buona parte del Novecento la critica non è riuscita a capire il profondo tormento di Kleist e, almeno secondo me, nelle lettere questo tormento viene fuori ancor più che nelle sue opere. Da qui, la decisione di lavorare sull’epistolario."

Questo tormento, questa incomprensione, sembrano venir fuori anche dal titolo che hai scelto: Potesse tutto il mondo vedermi nel cuore. Credi che ciò che ha segnato la vita dell’autore, sia stato proprio questo bisogno di farsi capire dagli altri?
"La vita di Kleist è stata segnata da un continuo viaggiare. Dopo la morte del padre, viene mandato in collegio e diventa un militare quasi senza rendersene conto. Raggiunta la maggiore età si rende conto che la sua vita lo deve portare altrove e comincia un viaggio che lo porta da Berlino a Dresda, fino a Parigi. Inizialmente lo scopo era quello di riprendere gli studi e colmare le lacune accumulate durante il periodo militare, ma in realtà questo viaggio è stato un percorso continuo, terminato solo con la sua morte. Alla base di questi continui spostamenti, c’è tutto il tormento di Kleist, la sua tempesta emotiva, interiore. Penso che non esistesse nessun posto sulla terra in grado di risolvere tutto ciò che lo affliggeva ma che contemporaneamente dava anche vita alla sua opera. Proprio per questo il titolo, scelto da una delle sue lettere, secondo me riassume quest’ansia sfrenata di Kleist di essere compreso e riconosciuto. Un desiderio che ha avuto fino all’ultimo."

Eliana Rizzi 26/02/2016

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