Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

Print this page

Questo libro ha un senso, anzi cinque: Recensito incontra Andrea Alfieri

Andrea Alfieri è un giovane scrittore, è di Treviso, ma si è formato a Torino: da qualche tempo è tornato a casa e, insieme ad un gruppo di amici, ha scritto un libro molto particolare, “Questo libro ha un senso, anzi cinque”, un progetto editoriale indipendente, che il team di amici veneti (il libro è stato illustrato da Lorenzo Sartorello, ne ha curato l’impaginazione e il design Manuel Salvi, Ilaria Toffanini lo ha stampato) sta portando in giro per l’Italia. La prossima tappa è Roma, al centro culturale Fax Factory, il 17maggio alle ore 20:00.

A raccontare per Recensito questo progetto sarà proprio il suo autore, Andrea Alfieri. Di mestiere fa il ghost writer, ma ha anche collaborato con radio deejay, ha scritto un thriller d’azione per Playboy, ma si tiene alla larga dai racconti erotici, non ama i tedeschi (ma forse un giorno li amerà) e ha un modello, George Saunders. Gli abbiamo chiesto di parlare del progetto che sta portando in giro, partendo proprio da come tutto è cominciato.

Parliamo del libro. Ti sei svegliato una mattina e hai pensato…
“No, molto meglio. Una sera, io e i miei più cari amici, eravamo ad una festa di compleanno, stavamo giocando a carte, all’ombra. Ad un certo punto Manuel, quello con lo spirito più imprenditoriale, ci ha proposto di fare un lavoro insieme. Allo stesso tavolo c'era Ilaria, che possiede una tipografia e ci ha raccontato che ogni anno la sua azienda faceva un regalo ai suoi clienti: ci ha detto “potreste farlo voi, quest'anno, il regalo”. E noi abbiamo accettato. Non avevamo molto da perdere, insieme ne abbiamo passate tante, ma non avevamo mai lavorato davvero in gruppo. Così ci abbiamo provato. Io mi sono occupato della scrittura, ma ognuno ha avuto un ruolo attivo.”

Il primo passo del lavoro?
“Abbiamo scelto un tema, che non è quello dei sensi, come suggerirebbe il titolo. Il nostro tema è anche un obiettivo, ed è quello di scrivere per non lettori abituali, cioè per chi leggeva e ha smesso di farlo, perché lo faceva solo da piccolo. Ecco un motivo in più per scrivere un racconto: è breve, non spaventa chi non è abituato a leggere. La struttura, ma non il testo, è simile a quella della narrativa per bambini. In più il supporto dell'immagine -il libro è pieno di illustrazioni- lo rende più godibile e spinge il lettore al movimento leggo-guardo, che da adulti non si fa più. Volevamo un libro molto pop, e forse ci siamo riusciti. È un libro che profuma, che si colora quando lo sfreghi. La sfida era ambiziosa e presuntuosa, anche perché dei cinque sensi ne hanno parlato in tanti. Ne ha scritto Calvino e non mi metterei mai a competere con Calvino, però pensavamo fosse uno spunto adatto all’obiettivo che ci eravamo posti.”

Il libro quindi è composto da cinque racconti. Perché i racconti e non un romanzo?
“Dopo aver letto tanti romanzi, con George Saunders mi sono avvicinato alla forma dei racconti, e mi piace. I racconti sono brevi, arrivano subito. Inoltre, ammetto, credo che sia più difficile scrivere un buon romanzo di un buon racconto e sono abbastanza disilluso: non sono un genio, non ho un talento innato, devo lavorare molto e mi ci vuole tanto tempo per scrivere qualcosa di buono. E per questo devo tanto alla scuola in cui ho studiato, la Holden: lì gli insegnanti non ti insegnano a scrivere, quello devi saperlo fare, ma ti insegnano a far funzionare tecnicamente un testo e quali espedienti usare.”

Quali altre forme ti piacerebbe esplorare?
“Vorrei specializzarmi come ghost writer: è un lavoro che già faccio e dà molte soddisfazioni, se fatto bene. Inoltre è un lavoro molto delicato e divertente: ti costringe ad empatizzare ed entrare in storie che non considereresti mai e che mai conosceresti.”

Il lavoro di ghost writer non intacca un po’ il narcisismo tipico degli artisti, e quindi un po’ anche degli scrittori?
“Non credo, anzi è il contrario, almeno per me. In realtà mi piacerebbe scrivere sotto pseudonimo: ho questa forma di fetish dell'irriconoscibilità. Non sono molto romantico verso la scrittura: sì, è un gesto mio, personale, ma è lavoro, è anche rude, e non sento di voler mettere il mio ego prima del mio lavoro. Voglio divertirmi scrivendo, altrimenti finirei nella paranoia, e questo è un bel modo di divertirsi.”

Torniamo al libro. Non c’è un editore. Come facciamo a leggerlo?
“Il libro non si vende: non è una scelta di marketing, come qualcuno ha supposto, ma non avevamo abbastanza copie per poterle vendere. A livello di produzione è un libro che costa e di questo ne siamo coscienti. Quindi abbiamo stampato poche copie e lo abbiamo fatto girare così, inviandole a chi ci scriveva una email ed esprimeva il desiderio di leggerlo. Ne sono arrivate moltissime, una anche dal nord Europa.”

Un problema, se così possiamo chiamarlo, è che il libro, essendo fatto per stimolare i cinque sensi, non può essere digitalizzato: altrimenti il prodotto costerebbe meno e sarebbe più facile portarlo in giro. Quei racconti non possono stare da soli e non possono stare fuori dal libro. C'è da dire però che le presentazioni sono molto divertenti e curate: c'è la chitarra, l’ascolto dei brani è molto godibile: non avete pensato di portarlo a teatro?
“In realtà sì, ci abbiamo pensato. Muoverci insieme è una priorità, ma lavoriamo tutti in ambiti diversi ed organizzare le uscite è davvero difficile. Ci piacerebbe inserire questo lavoro in un contesto teatrale, sondare nuovi terreni, ma c'è bisogno di tempo.”

Alle presentazioni più che come scrittore ti presenti come un lettore. È giusto?
“Sì, mi piace tanto leggere a voce alta. Quando ero bambino il mio desiderio era quello di lavorare in radio e leggere. Leggere cose, anche il bollettino meteo. Poi in radio ci sono finito, a radio deejay, ma ho scoperto che non so fare più cose contemporaneamente, non so dividere equamente le forze: quindi ho deciso di concentrarmi sulla scrittura. Ma lavorare in radio rimane, magari per un futuro, il mio obiettivo.”

Un racconto che leggi sempre alle presentazioni?
“Inizio sempre dal racconto di due giovani fidanzati: lei, una sera, decide di dormire da sola e inizia una lunga discussione sul necessità di quel cambiamento. È solo dialogo, non c'è contestualizzazione, è scritto in bianco su nero, perché i due personaggi sono completamente al buio. Era inutile per me descrivere ciò che c'era intorno a loro, perché loro non vedevano niente: si sente solo il rumore delle coperte, i loro bisbigli. Lui si agita, si sposta, lei anche. Le descrizioni erano superflue, basta il dialogo e alle presentazioni è un racconto che funziona bene grazie alla lettura ad alta voce.”

Lettore e scrittore: cosa leggi?
“Questi per me sono gli anni degli anglofoni, inglesi e americani, tanti contemporanei. Ho scoperto, anche se tardi, Saunders, che mi ha completamente rapito. Questa cosa mi era capitata solo con Steinbeck. Saunders è un autore coraggiosissimo, cervellotico. Prende posizione, fa satira, ma senza pesare e rimanendo nella dimensione del romanzo. Ho amato Disastri, di Daniil Charms, nell’edizione curata da Paolo Nori, e ho amato le lettere surreali di Chambers, un uomo che scriveva letteratura di infanzia, ma odiava i bambini.”

Cosa stai scrivendo?
“Sto lavorando ad una raccolta di racconti, questa volta dieci. Ma amo i trattati storici e quando avrò 40 anni voglio scrivere un bel romanzo storico, di quelli di 1200, 1300 pagine, che leggeranno solo mia madre e chi dovrà intervistarmi.”

 Laura Caccavale, 14/05/2019