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"Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack" al Teatro Studio Eleonora Duse: Recensito intervista Francesco Petruzzelli

Jack il Padre è un uomo realizzato e desidera ardentemente rendere i suoi Jack Figli il più possibile indipendenti e pronti ad affrontare il mondo e le sue difficoltà una volta che lui non ci sarà più. Decide, quindi, che l’unico modo per ottenere un’effettiva maturazione è provocare loro un trauma. Come reagiranno i tre eredi alla drastica notizia? Per scoprirlo, non resta che recarsi dal 21 al 23 dicembre al Teatro Studio Eleonora Duse: infatti, dopo essere stato presentato a luglio alla LXI Edizione del Festival Internazionale di Spoleto, esordisce a Roma Quel che accadde a Jack, Jack, Jack e Jack, commedia nera scritta, diretta ed interpretata da Francesco Petruzzelli, vincitrice del Premio di Produzione Carmelo Rocca. Recensito ha incontrato il giovane e talentuoso autore per scoprire qualcosa in più sul suo spettacolo.

Emozionato per il debutto romano?
Sì, abbastanza. Ancora non sto capendo bene cosa sta succedendo. Fino a che l’ignoranza mi salva non do di matto. Anche se abbiamo debuttato con questo spettacolo a luglio, farlo a Roma è sempre un po’ più emozionante. Da qui sono partito, sotto l’egida dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: tutto assume, quindi, un’aurea più importante, soprattutto dal punto di vista affettivo.IMG 5553

È cambiato qualcosa, rispetto all’esordio di Spoleto?
No, a parte la sostituzione di due attori per questioni burocratiche e di impegni vari. Ci sono, dunque, due attori nuovi, bravissimi, studenti dell’Accademia che interpretano Jack il Terrorista e Jack il Ragazzo delle pizze (Federico Fiocchetti e Diego Parlanti, ndr). Da un punto di vista registico, non è mutato nulla. O per lo meno spero che a nessuno venga mente qualche idea malsana durante la notte e mi sorprenda! 

Com’è nata l’idea di questo spettacolo? Quanto c’è di autobiografico?
Non c’è molto e c’è tutto. Io ho una famiglia abbastanza “sgangherata”, ma né più né meno come molte altre famiglie del mondo. Nessuno però si è messo a vivere su un divano come Jack il Poeta, oppure a disseminare la città di valigie vuote come Jack il Terrorista. E abbiamo anche tutti nomi diversi, soprattutto! Scherzi a parte: mi potrei essere ispirato a ciò che accade nel mio nucleo famigliare per quanto riguarda alcune vicende, osservando l’approccio motivo su come si affronta una determinata notizia, o anche l’effetto che essa può provocare in altri parenti. Comunque nessuno dei fatti narrati nello spettacolo aderisce in maniera troppo fedele al mio vissuto personale.
Ad esempio, il personaggio del padre e il suo obiettivo di tirare fuori i figli dalle paludi, dai blocchi che si sono creati da soli, nasce da una considerazione elaborata su quello che dovrebbe essere il ruolo di un genitore, su cosa succede quando travalica, deborda, va oltre i limiti del suo compito, ossia aiutare i propri figli. Farsi carico delle loro problematiche è giusto, supportarli va bene, ma ci sono momenti in cui il genitore dovrebbe lasciar andare e accettare che i figli, come tutti gli esseri umani, hanno delle loro idiosincrasie. Ciò nasce da una mia riflessione personale, anche avendo analizzato il ruolo che mia madre ha avuto nel crescere me e mia sorella, però l’autobiografico poi è rimasto molto indietro rispetto al percorso che hanno preso le mie teorie. Anche i figli di Jack il Padre, ovviamente, non sono perfetti: avrebbero la possibilità di comportarsi in maniera più utile nei confronti della figura paterna. Se ciascuno di loro si assumesse le proprie responsabilità e trovasse la forza di risolvere i propri problemi, farebbe del bene alla comunità famigliare.

È, dunque, uno spettacolo che dovrebbe far meditare più i genitori che i figli?
Semmai uno spettacolo dovesse portare a far riflettere qualcuno, in questo caso dovrebbero farlo tutti coloro che sono coinvolti in una vicenda famigliare di qualunque tipo. Quello che a me piace da spettatore, o semplicemente da lettore di testi, è avere la possibilità di schierarmi dalla parte di tutti e di avere il dubbio di non sapere chi abbia ragione. Secondo me, un autore ha il dovere di lasciare allo spettatore il compito di decidere da che parte stare. Per fare ciò, l’autore deve essere assolutamente super partes e non determinare all’origine chi ha ragione e chi torto, chi dovrà meditare di più e chi deve farsi un esame di coscienza rispetto ai propri errori o al proprio ruolo. Se una famiglia venisse a vedere lo spettacolo, mi piacerebbe che tutti i suoi membri riflettessero, rivedendosi nei ruoli che magari ricoprono all’interno del loro nucleo e schierandosi dalla parte di personaggi che non avrebbero pensato di poter appoggiare.

Perché non esiste una Jack Mamma?
È il frutto di una scelta automatica, ossia che fin dall’inizio non mi sono posto il problema, accorgendomi che rimandare la risposta a questa domanda in effetti era già la soluzione. Il testo è completamente avulso da qualsiasi contesto reale all’interno del quale lo si possa collocare, però se c’è un ammiccamento alla realtà in cui viviamo oggi è proprio questo: la famiglia è cambiata, la forma che assume oggi è diversa da quella dettata dalla tradizione. A volte ci sono genitori dello stesso sesso, altre non ci sono genitori e c’è un altro parente che si fa carico dei figli, o ancora a volte sono i figli a fare da genitori ai propri. In questo caso, abbiamo un genitore solo che porta avanti la famiglia e nessuno si pone il quesito di dove sia finito l’altro. Dove sia finita l’altra metà di Jack il Padre non è un problema perché la famiglia è quella. Da attori ci siamo dati una risposta su cosa sia accaduto ad una Jack Mamma, un riscontro che serviva a noi per poterci confrontare in certe situazioni, ma è giusto che lo spettatore non lo sappia, che si ponga la domanda ma che dopo un po’ se la dimentichi pure.

Non è la prima volta che, comunque, tratti tematiche legate alla famiglia. Già con Vox Family (Premio Festival InDivenire 2017 nelle categorie “Miglior Testo” e “Miglior Spettacolo”, ndr) avevi affrontato l’argomento. Perchè hai questa predilezione?
Un astrologo risponderebbe perché sono del Cancro! Io, invece, dico che è una tendenza, quasi naturale, su cui mi sono interrogato da analista, da paziente, ma senza troppo impantanarmi. Fondamentalmente è perché da lì che nasce tutto: possiamo anche lamentarci che esistano i “bamboccioni” o che, soprattutto in Italia, il legame sia troppo morboso e che, però, quando questo legame manca, il rapporto che si instaura con la società è diverso, ma di fatto in famiglia apprendi tutta una serie di comportamenti che ti seguono e ti condizionano fino alla fine dei tuoi giorni. Perché andare a cercare lontano temi di cui parlare, quando basta semplicemente guardarsi indietro e vedere da dove si proviene? All’interno di un nucleo famigliare si consumano le più grandi commedie e tragedie che ogni drammaturgo possa concepire.

Il jack è anche un tipo di connettore elettrico. Che collegamento c’è fra i vari personaggi, al di là del semplice legame famigliare?
Sono sempre legami di affetto. In ciò sono compresi anche i personaggi femminili, ossia un Jack il Medico (Carlotta Mangione, ndr), la quale è un’amica fraterna, di vecchia data, di Jack il Padre. Ciascuno dei fratelli, da quelli che si stanno più antipatici a quelli che si vogliono più bene, è legato indissolubilmente agli altri da un rapporto di affetto e questo è il “jack” che li unisce. Persino il ragazzo delle pizze scopriremo che ha un legame d’affetto con qualcuno della famiglia. Non voglio svelare troppo, ma la cosa è facilmente intuibile all’inizio dello spettacolo. Ma per sapere di cosa sto parlando, dovete venire a vederlo.

Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.4 ph Riccardo Freda 800x715Tu hai il ruolo di Jack il Poeta: perché hai scelto di interpretare questo personaggio?
Quando scrivo, io ho bisogno di sapere chi farà quella determinata parte. Le poche volte in cui sono stato autore, ho sempre cercato di immaginare chi avrebbe interpretato quel ruolo specifico. Quindi ho scritto per me Jack il Poeta, pensando a quello che mi sarebbe piaciuto fare e alla veste più calzante in cui mi sarei sentito. In realtà, non sono un poeta, ma un osservatore, mi piace molto guardare la realtà che mi circonda, sia essa domestica o esterna al focolare. Ancor prima di essere un poeta che compone e impara a memoria senza scrivere nulla, il mio Jack è prima di tutto un osservatore: dal suo divano, che diventa una vedetta, scruta e commenta i comportamenti di tutti gli altri membri della famiglia, al punto che gli altri cadono nel tranello di pensare che lui non veda niente e non si accorga di nulla perché tutto preso dai suoi versi. Invece lui, dall’alto del suo divano, distaccato dal suolo e dai condizionamenti del terreno, nota e sente tutto e sa perfettamente cosa accade ad ogni personaggio. E, infatti, il problema di Jack il Padre sarà di far in modo di raggiungere il proprio obiettivo senza che Jack il Poeta capisca cosa sta facendo. Non dico di più, però. Niente spoiler!

Più che un poeta, è un filosofo questo Jack?
Esattamente. E poiché io potrei facilmente passare per un filosofo della domenica, mi sono detto che questo è il ruolo adatto a me. Anche perché avevo già chiara l’idea di chi avrebbe interpretato il ruolo di Jack l’Avvocato e Jack il Terrorista; non avrei mai voluto fare Jack il Padre, perché anche in questo caso ero sicuro a chi affidare la parte. Ho scritto gli altri personaggi talmente “tagliati a puntino” per altri attori, che non era possibile per me interpretarli.

Da Jack il Poeta/filosofo della domenica, potresti presentare gli altri Jack?
Come se fossi Jack il Poeta? Proviamoci! Siamo molto simili lui ed io, sarà forse perché ci siamo scritti a vicenda. Comunque, Jack il Padre (Michele Lisi, ndr) è una persona molto buona, affettuosa, che farebbe di tutto per me e gli altri fratelli, arriverebbe addirittura a sacrificare la propria vita pur di vederci felici, però dovrebbe anche probabilmente imparare a rassegnarsi al fatto che l’infelicità fa parte della vita e amarci come già facciamo è abbastanza per poter essere delle persone complete, non per forza felici. Jack l’Avvocato (Lorenzo Parrotto, ndr), il mio fratello minore, è un innamorato seriale: lui si innamora continuamente di ragazze diverse, ciascuna delle quali si rivela una Gorgone assestata di soldi (Jack la Fidanzata è interpretata da Giulia Gallone, ndr) che cerca di arrivare al denaro che questo ragazzo è molto bravo a guadagnare, fin troppo. È dotato di un’emotività ipertrofica, per cui ogni volta che qualcuna gli dice “ti amo” o “bella cravatta”, lui ce la porta a casa per presentarcela, sperando che noi, soprattutto il papà, la approviamo. Però, puntualmente, siamo costretti a fargli capire che si tratta di ragazze poco raccomandabili. L’altro mio fratello è Jack il Terrorista, con il quale ho un bellissimo rapporto perché mi nutre ordinando tantissime pizze: lui non sa cucinare e io non posso avvicinarmi ai fornelli, perché vivendo sul divano è un po’ complicato cucinare in equilibrio sulle sedie. Io non tocco proprio il pavimento, non è che passo la vita sul divano e basta. Il mio problema non è un affetto particolare verso questo mobile: potrei anche vivere su un tavolo, solo che il divano è più comodo. Quindi Jack il Terrorista, oltre al mio papà, si preoccupa sempre che io mangi. Quando non si occupa di me, va in missione per la città, ovvero dissemina di valigie vuote i vari luoghi pubblici del centro dove viviamo e poi torna a casa per guardare al telegiornale il caos prodotto dalle sue imprese. Perché lui è un terrorista vero: semina terrore e non ammazza nessuno, fa paura alla gente nel tentativo di scuotere la società da quello che lui chiama “il torpore conformista”. E infine ci sarei io, che sono un Poeta: un poeta vero, che non scrive, perché la poesia non va scritta ma concepita. Al massimo può essere declamata, perché è attraverso il dire, la dizione, che la poesia può essere libera, invece che rimanere incatenata ad una lapide di carta.

Hai studiato e/o lavorato con molte e importanti personalità del mondo teatrale, tra cui Anna Marchesini e Luca Ronconi. Che ricordo hai di loro?
Estremamente positivo. Sono ricordi veri e non idealizzati. Avendo potuto lavorare con queste persone, ho anche potuto vedere quelli che sarebbero potuti risultare dei difetti, o degli aspetti meno noti al pubblico. Della Marchesini ricordo la straordinaria bravura come attrice, soprattutto comica, perché lei riteneva che il comico fosse il massimo della realizzazione di un attore, che attraverso il comico si arrivi al sublime. Era anche un’insegnante estremamente severa e rigorosa: sono rimasto molto sollevato dal notare che la sua competenza derivava da questa autodisciplina ferrea. Non è un mistero che non stesse bene negli ultimi anni della sua vita, tant’è vero che se n’è andata prematuramente: nonostante ciò, quando non era in grado di venire a lezione (all’Accademia “Silvio d’Amico”, ndr) perché, come diceva lei, le avevano aggiunto un altro chiodo allo scheletro, la sua lezione non veniva cancellata, bensì convocava me e gli altri miei compagni di corso per fare lezione a casa sua, nel suo salotto. Non accettava l’idea di non poterci insegnare, di non passare del tempo con noi svolgendo il suo lavoro, che adorava pazzamente. Da studente ventenne che per un banale raffreddore pensa che la fine si stia avvicinando, sono rimasto abbagliato da questa abnegazione. Si pensa che i comici siano persone che vivono alla giornata e lascino tutto al caso, sempre gioviali e spensierati. Invece non è sempre così: Anna era una persona seria e io ne fui molto confortato. Essendo un artista serio che ama far ridere, il mio incontro con lei mi ha permesso di apprendere tanto, come ad esempio che il comico non si può insegnare, però si può provare ad impararlo. Lo stesso si può dire di Luca Ronconi: ho conosciuto anche lui ormai ottantenne e malato, però a lavoro era più fresco e tonico di me e dei miei compagni ventenni che assistevamo alle sue lezioni e alle prove. E, attraverso l’incontro con lui, ho capito cosa volesse dire stare a teatro, che è importante riuscire bene nelle prove, ma soprattutto il precetto secondo cui l’attore dimostra quanto vale alle prove e non in scena. Un attore è un grande provatore, contrariamente a quanto si pensi, ossia che il bello viene alla messa in scena o che il meglio va conservato per il pubblico: la bravura di un attore si misura su come fa bene alle prove. Detto a me ventenne, ciò poteva non essere scontato, dato che la giovane età è sempre affetta da un grande entusiasmo per l’andata in scena.Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.2 ph. Riccardo Freda 800x534

Come stanno andando, quindi, le prove del tuo spettacolo?
Molto bene. Personalmente, ritengo che uno dei primi requisiti delle prove sia la serenità. Fortunatamente mi avvalgo anche dell’aiuto di attori che sono, oltre che degli straordinari professionisti, anche delle eccezionali persone, con cui si sta bene a prescindere che si facciano quattro chiacchiere o una sessione di otto ore di prove. Sono anche molto stakanovisti, tant’è che sono io a dover chiedere delle pause per tirare il fiato. Direi che non avrei potuto chiedere di meglio.

Regista, autore e attore: quale ruolo preferisci?
Attore. Gli altri sono figli del mio desiderio di recitare: voler interpretare qualcosa che mi piacesse e farlo come avrei voluto io che andasse in scena, ha fatto sì che vestissi i panni di drammaturgo e regista. Ma non ho la presunzione di dirigere qualcosa che non ho scritto io e di dire che sono un regista, perché non mi azzardo a paragonarmi a chi, invece, ha un percorso di studi squisitamente da regista alle spalle. Io dirigo quello che scrivo io perché, avendolo pensato, ho la presunzione di sapere come andrebbe diretto. Per quanto riguarda la scrittura, anche qui dirigo quello che scrivo perché non disturberei mai Shakespeare.

Che cos’è per te il Teatro?
Quando saprò rispondere a questa domanda, smetterò di fare teatro. Ci sono mille possibili risposte, dalle più nobili alle più prosaiche. Credo che il farlo si alimenti dal non avere ancora una risposta e dal volerla cercare. Quando l’avrò, starò facendo il cassiere in qualche supermercato, che è un lavoro nobilissimo ma non richiede questo tipo di interrogativi.

A parte la commedia, quale altro genere ti piacerebbe affrontare?
A me piace la black comedy, quel tipo di commedia in cui la risata sia propedeutica al pianto. Cioè, da spettatori, si ride tanto per poi trovarsi in lacrime alla fine, “traditi” dall’autore e dagli attori in scena. Il Teatro dell’Assurdo è la mia grande passione. E, per quanto sciocco possa sembrare, mi piacerebbe occuparmi anche del vaudeville.

Il tuo lavoro si divide fra Italia e Regno Unito: hai mai pensato ad una black comedy sulla Brexit?
Non nascondo di averci pensato. Ma secondo me è ancora presto per poterne scriverne: bisogna aspettare che si concluda questa vicenda per tirare le somme e parlarne per trattare qualcos’altro, ovvero ciò che di negativo porterà con sé questo evento. Ad esempio: affrontiamo l’Olocausto per far sì che cose del genere non accadano più. Come terminerà la questione Brexit? Non si sanno ancora le conseguenze. Io non ho, per adesso, sentito l’urgenza di scriverne, voglio vedere come andrà a finire, è ancora presto.

Quel che accadde a Jack Jack Jack e Jack img.2 ph Riccardo Freda 800x534Che differenza c’è fra uno spettatore inglese e uno italiano?
Ci sono differenze di tradizione e di aspettative. Gli spettatori inglesi sono, per certi versi, più aperti, più tolleranti e meno legati, pur essendone abituati, alla loro forte tradizione teatrale. Riescono a distaccarsi e ad essere incuriositi da qualcosa di nuovo, anche proveniente dall’estero. Invece, noi Italiani, avendo una più debole tradizione, abbiamo ancora bisogno delle nostre certezze, quindi andiamo a teatro aspettandoci una certa cosa e mal tolleriamo determinati cambiamenti. È vero anche che gli Inglesi, a volte, sono più concentrati sull’intrattenimento e meno sul contenuto, mentre gli spettatori italiani guardano meno alla forma e più al messaggio dello spettacolo.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Riproporresti questo spettacolo in Inghilterra?
Sì, sarebbe bellissimo. E anche riproporlo in Francia, perché è un altro luogo dove il teatro, soprattutto il contemporaneo, è molto vivo. Sarebbe interessante vedere che effetto potrebbe avere il mio spettacolo lì, con i sottotitoli in lingua.
Progetti futuri? Farò un adattamento di Romeo e Giulietta per teatro ragazzi a Edimburgo con la Compagnia Charioteer Theatre, che a febbraio andrà anche al Teatro Piccolo di Milano e poi in giro per l’Italia per somministrare dosi massicce di inglese e di Shakespeare alle nuove generazioni.

Cosa tieni e cosa butti di questo 2018 che sta terminando?
Tengo e butto due facce della stessa medaglia. Butto la disoccupazione intesa non solo come mancanza di un contratto e di un salario, ma come forma mentale. Purtroppo chi fa questo mestiere sa che si possono avere mesi o anni di attività costante per poi arrivare a battute d’arresto, spesso magari agognate perché non ci si riposa mai, che però, dopo due settimane di assenza dal lavoro, diventano un’agonia. Io non ho sempre avuto, in questi due anni, un cielo felice per quanto riguarda il lavoro e ciò ha avuto, mi sono reso conto, un effetto negativo sul mio approccio alla vita, al lavoro come attività. Il fatto di non avere un’occupazione ufficiale non significava non tenersi occupati, non fare qualcosa. E ciò con cui mi sono tenuto occupato è stato, poi, quello che si è trasformato in un lavoro reale dopo. Stare a casa non significa stare con le mani in mano, anzi. Non avere nulla da fare, a volte, è un regalo perché ci si può dedicare a quello che effettivamente vogliamo fare. Butto la disoccupazione mentale, quindi, e tengo l’occupazione mentale.

Ultima domanda: tre aggettivi per descrivere il tuo spettacolo?
Contorto, divertente, cinico.

Chiara Ragosta, 20/12/2018

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