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Quando la sensibilità e il talento di un attore conquistano il teatro e la tv: Recensito incontra Lino Guanciale

“L’attore non recita le parole ma i sentimenti, perché la parte è fatta non di parole ma del sottofondo affettivo: è quella la parte nascosta da scoprire dell’attore".
Questa affermazione di Stanislavskij sembra perfetta per Lino Guanciale, attore poliedrico, versatile, intenso, che si destreggia con successo tra palcoscenico e schermo, in grado di recitare non solo con l’intonazione e i gesti, ma con l’anima e i sentimenti, di trasformare le parole in immagini e di emozionare, come sta facendo in questi giorni al Teatro Argentina con “Ragazzi di vita” per la regia di Massimo Popolizio (fino al 20 novembre). Nello spettacolo interpreta il ruolo del narratore, facendosi portavoce della penna di Pasolini con una forte poeticità ed energia, guidando una schiera di diciotto giovani che portano in scena il primo romanzo del poeta corsaro. Un vero e proprio omaggio a Roma attraverso una coralità ricca di vitalità, nel quale l’attore dimostra gran parte del suo talento, maneggiando abilmente la lingua, un romanesco diverso, quasi belliano. Eppure Guanciale è anche un bravissimo attore TV, reduce dal recente successo della fiction 00guancialel’Allieva”, un brillante doppiatore, è infatti sua la voce di Cosimo de’ Medici nella serie TV “I Medici”, ed è soprattutto una bella persona, un uomo intelligente che crede nella potenza del suo mestiere, lo svolge con passione e dedizione, animato da un particolare interesse nel voler trasmettere agli altri e soprattutto ai più giovani, che saranno gli spettatori del futuro, l’importanza del teatro. Sulle pagine di Recensito si lascia andare ad una appassionante intervista in cui racconta del suo ultimo lavoro teatrale, del suo essere attore e dei suoi progetti futuri.

In “Ragazzi di vita” sei un narratore portatore di poesia, leggero proprio come un’aquila sorvoli sulla scena e sui personaggi per poi planare su situazioni e particolari, conferisci unità alla narrazione e vitalità ai ragazzi. Com’è stato il tuo approccio a questo ruolo? E qual è stato il suo percorso di costruzione?
“È stato molto complicato all’inizio mettere a fuoco questo ruolo, perché Massimo Popolizio mi dava un paio di immagini di riferimento, come quella del drone, o quella del ladro che ho citato più volte, però faticavo nel tradurle concretamente in scena. Quindi inizialmente mi sono concentrato sulla resa di alcuni parametri molto concreti, cioè trovare la giusta qualità di presenza, che comunicasse una certa maturità, e uno stato di febbre abbastanza costante, che è un po' quello di chi sta scrivendo una cosa. Lì per lì ho tentato di concentrarmi prima su questo, poi ci sono stati dati dei materiali su cui Popolizio ti costringe quasi fisicamente, perché quello che richiede agli attori è sempre un’elevatissima temperatura scenica, e quello che ha chiesto a me fin dall’inizio è stato di evitare di portare in qualche modo eleganza dal punto di vista fisico, quel senso di non fatica e grazia scenica che comunica un’ età e una presenza che non è giusta per un narratore che è bene che sia appesantito da quello che sta vedendo e tenta di raccontare, perché poi sa che tipo di destini hanno queste vite, di non soddisfazione del proprio desiderio di felicità. Inoltre era necessario che avesse un’età scenica alta, matura rispetto a quella dei ragazzi, che lo staccasse il più possibile da loro. Mi sono concentrato su questi primi due elementi e poi piano piano ho capito concretamente cosa poteva significare essere ladro. Adesso mi diverto molto a fare il narratore, ho trovato una qualche misura interiore e cerco di rubare proprio da quello che succede in scena”.

Protagonista è anche la lingua, un romanesco che diventa materia belliana con l’inserimento della terza persona e il continuo passaggio alla prima. Come ti sei trovato a lavorare con una materia linguistica del genere?
“Io non sono romano, però parte della mia famiglia lo è, lo è mia madre. Poi vivo da tantissimi anni qui, quindi avendo anche un po' di orecchio non mi sono trovato a disagio nel maneggiarlo. È stata difficile trovare la misura da centrare per il particolare romanesco che parla il narratore, che ha in bocca una lingua sensibilmente diversa da quella dei suoi personaggi. A volte sembra uno di loro, ne è contaminato, delle altre invece deve maneggiare un italiano diverso, che è poi l’italiano elegante e poetico di Pasolini. Però quello che abbiamo notato con Massimo Popolizio era che pensarla in romano aiutava, ma credo che fosse quello che succedeva anche a Pasolini. Io penso che Pasolini per fare tante delle sue cose su Roma da friulano, che parlava male il romanesco, abbia tentato di pensare in romano, ed è il motivo per cui credo sia riuscito a centrare lo spirito della Roma che raccontava, e la struttura sintattico lessicale di tante frasi di conversazioni che ha riportato con estrema perizia”.

Come è stato essere “scartavetrati” da Massimo Popolizio? Avevi già lavorato con lui?
“Avevo già lavorato con Massimo, lo conosco da tanto. Abbiamo fatto il primo spettacolo insieme nel 2004, e mi aveva già scartavetrato abbastanza li. Poi siamo diventati però amici, perché nello scartavetro aveva sviluppato della stima profonda per me, quindi nel corso degli anni mi ha coinvolto in tantissime cose sue, ha sempre tentato di coinvolgermi in tutti gli spettacoli o le letture che ha fatto. Poi io dove potevo ho sempre detto di si. “Ploutos” ad esempio è stata la sua prima regia e ci ho tenuto tantissimo a farla. Non ho potuto partecipare ad altre cose, ma quando ho avuto modo, ho sempre detto di si a Massimo, perché mi onorava il fatto che lui si fidasse così tanto da o volermi in scena con lui o volermi in un suo lavoro. Perciò quando mi ha chiamato per “Ragazzi di vita” sono stato felicissimo, nonostante mi avesse messo in guardia in mille modi. Mi ha detto:” Guarda che ti chiedo una cosa molto difficile, ci dobbiamo lavorare tanto”. Io ho risposto: “Non mi spaventa”. Per altro in questo momento avevo bisogno di fare una cosa bella a teatro che non fosse con la mia compagnia. Ho infatti una compagnia, un gruppo con cui lavoro da tanti anni con Claudio Longhi, regista importante, attuale direttore di ERT, e casa mia è quella. Faccio teatro da tantissimi anni lì e da qualche anno solo lì, quindi per me fare un’esperienza da solo, che mi responsabilizzasse così tanto come con “Ragazzi di vita”, era una specie di bisogno, di aspirazione, e sono grato a Massimo per avermi dato questa possibilità. Poi ti scartavetra, ma va benissimo”.

Come è stato invece lavorare con i ragazzi? Li hai guidati, consigliati?
“È successo che essendo io più abituato sia alla matrice ronconiana, perché provengo da lì, e avendo già lavorato con Massimo, ero abituato al suo modus operandi. Mi sono trovato nella condizione, per la prima volta in vita mia, da chioccia, di dover dispensare dei consigli o delle rassicurazioni. Si è costruito un bellissimo gruppo e l’imprinting è stato il cercare di affrontare tutti insieme la difficoltà di ciò che Massimo chiedeva di fare. Poi Massimo Popolizio aveva ovviamente con me un modo di comportarsi diverso, figlio della conoscenza che c’è, come con Alberto Onofrietti con cui aveva già collaborato, però diverso con tutti quelli con cui era la prima volta che lavorava. Magari incrudeliva su coloro che erano meno esperti, ma in realtà al netto della portata ansiogena che può generare Massimo, lo faceva per noi, per il nostro bene. Oggi campiamo di rendita di questo, si è costruito uno spartito che rende forte lo spettacolo e si è formato un gruppo che ha tentato di mettersi insieme all’altezza dell’asticella alta che aveva fissato il regista”.

000guancialeQuale valenza sociale può avere questo spettacolo per la Roma odierna?
“Io penso che sia sempre utile guardare al passato, in quanto il nostro è un paese dove la memoria non attecchisce un granché. Nessuno credo ricordi cosa fosse la Roma del ‘45 o del ‘55, eccetto le persone che l’hanno vissuta, che fossero già vive allora. È importante che le nuovissime generazioni soprattutto, a parte noi che siamo già grandicelli, tentino di fare quello che possono per veicolare anche di seconda mano, non avendole vissute in prima persona, le immagini e la concretezza di vita che il nostro Paese attraversava in quegli anni lì. Perché era un Paese completamente diverso, che ha vissuto una mutazione diametrale e probabilmente ha perduto qualcosa di sé nella corsa ad un benessere che, per carità, si è anche meritato. Questo qualcosa che si è perso, oggi lo si può ritrovare in altre sacche di umanità che non sono italiane di prima generazione, come spesso diciamo o dico, perché poi è una riflessione che ho fatto da solo, ma che i miei compagni hanno condiviso. Ricordare cosa fossimo noi settanta anni fa, secondo me, ci può aiutare veramente a capire come misurarci con chi viene da sacche di povertà e miseria fortissime fuori dall’Italia per cercare un futuro qui. Penso che tanto margine dell’attualità, del potenziale salvifico di questo, come di altre operazioni, passi per tali coordinate”.

Ragazzi di vita è uno spettacolo che avvicina i giovani al teatro, giovani che hanno bisogno di essere formai per avvicinarvisi. Ti occupi infatti anche di formazione, quali sono i valori teatrali fondamentali che cerchi di trasmettere ai ragazzi?
“Per questo spettacolo ad esempio io e i miei compagni di “Ragazzi di vita”, che si sono appassionati tantissimo a questo lavoro, siamo andati per le scuole a spiegare lo spettacolo. Mi auguro che una cosa del genere prenda sempre più piede tra gli attori, cioè quella di metterci la faccia, di andare per le scuole a incontrare i giovanissimi e non a parlare con vaniloquio dello spettacolo, ma per consegnare loro gli strumenti per capire che cosa verranno a vedere in teatro. Spero questo perché è da qui che passa il futuro del teatro, dalla costruzione di un pubblico nuovo, da un lavoro simile, dalla formazione di un pubblico giovanissimo e non solo, perché protocolli simili vanno studiati anche per un pubblico di età, soprattutto per chi non ha abitudini teatrali, ed i giovanissimi non sono abituati ad andare a teatro , se non deportati da professori intrepidi che però fanno talora peggio che meglio, perché il ragazzino deportato ad una matinée talvolta non ha molta voglia di guardare ciò che si trova davanti , in quanto nessuno ha il tempo o riesce farsi carico di spiegarti, raccontarti, darti quelli strumenti critici che ti consentono di comprendere ciò che sta avvenendo in scena. Il teatro è un linguaggio complesso, fatto di tanti altri linguaggi incrociati, e chi lo maneggia, ossia gli attori e i registi, devono fare formazione in questo senso, aiutando i docenti per altro su territori difficili, in quanto un professore difficilmente ha tempo per dedicarsi al teatro o magari anche allo stesso Pasolini. Se a quel punto il teatro gli mette a disposizione gli strumenti, si crea quel rapporto di scambio tra la scuola e il teatro che secondo me è il futuro o tanta parte del futuro del teatro. E qui stiamo vivendo un bellissimo esempio, perché i tanti ragazzi che abbiamo toccato con i nostri incontri stanno venendo a vedere lo spettacolo e popolano anche le nostre repliche serali. E i ragazzi fanno la differenza, perché poi sono il pubblico che ci sta di più. E tu attore trai linfa da questo”.

Ti sei formato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, qual è il maestro che ti ha lasciato i migliori insegnamenti?
“Sono due, Marisa Fabbri e Pino Passalacqua. Pino Passalacqua credo sia la persona che mi ha più voluto in Accademia ed è quella alla quale ho più voluto bene, che mi ha aiutato a cominciare a capire che tipo di attore potevo essere. Marisa Fabbri era un’attrice ciclopica e incontrarla è stata di grandissima ispirazione, guardando lei e poi lavorando con Ronconi credo di aver avuto una via preferenziale di accesso alla grammatica del maestro diciamo, perché penso sia una delle due o tre persone a cui Ronconi doveva qualcosa, quindi ho avuto un enorme fortuna a far parte dell’ultimo corso che ha avuto alla Silvio D’Amico”.

Sei protagonista di numerose fiction tv. Quanto dell’attore teatrale c’è nell’attore tv, e quanto dell’attore tv c’è nell’attore teatrale? Sono facce della stessa medaglia?
“Sono facce della stessa medaglia. Io dal teatro mi porto una concretezza, un’idea di piedi per terra, perché fare teatro in questi anni vuol dire fare una continua gavetta, quindi quando arrivi sul set la gente si stupisce che tu abbia un’etica del 001guancialelavoro diversa magari da chi certe esperienze non le ha fatte. Questo fa la differenza poiché poi hai soluzioni diverse, tante e disponibili per gestire una lavorazione frenetica come quella televisiva e riesci con più facilità a tentare di salvare un margine di qualità di quello che proponi. Sono arrivato a fare tv tardi per scelta, avevo 32 anni, se non mi fossi ritenuto abbastanza pronto da reggere determinati ritmi, senza che il teatro mi desse determinati strumenti, credo che la televisione non l’avrei mai fatta. Adesso la faccio e sono anche molto contento dei risultati. L’attore televisivo riporta qui a teatro il fatto che io adesso ho più confidenza con l’immagine con cui vengo percepito dall’esterno, e questo indubbiamente mi aiuta ad essere un po’ più sicuro per certi aspetti, un po' più attento per altri ad alcune criticità. Comunque l’attore teatrale e quello televisivo si parlano tra di loro”.

In ultimo anche l’esperienza del doppiaggio nella serie “I Medici”, in cui presti la voce a Richard Madden. Che esperienza è stata?
“Per me è stata un’esperienza molto bella, avevo già fatto doppiaggio in vita mia, quindi sapevo che cosa fosse. Poi capita quando giri delle cose di dover tornare in sala per correggere la presa diretta, quindi avevo idea di cosa fosse una sala doppiaggio, però fare un personaggio dall’inizio alla fine, completamente, complesso come questo dei Medici, era una sfida a suo modo nuova per me, soprattutto perché stavolta non era correggere quello che avessi fatto io o far cose piccole, si trattava di rendere il servizio ad una interpretazione. Non sono andato a fare Cosimo come l’avrei fatto io, sono andato lì a cercare di tradurlo, di rappresentare al meglio delle mie possibilità quello che Richard Madden aveva fatto su questo personaggio. È stato come tradurre un libro, ho fatto credo un’esperienza simile a quella che fa un traduttore, ed è una cosa molto utile in realtà, perché la traduzione è come l’esercizio che facciamo sempre per capirci l’uno con l’altro. È stata necessaria in questo momento un’esperienza del genere, perché è stato un altro tassello sull’interrogazione personale su cosa significhi interpretare”.

Quali saranno i tuoi progetti futuri?
“Ad aprile dal 7 al 13, al Teatro della Pergola, sarò in cartellone con “Istruzioni per non morire in pace”, uno spettacolo molto bello della mia compagnia, una trilogia sulla Grande Guerra della durata complessiva di nove ore. Si può però vedere distintamente, in tre parti di due ore e mezza che sono “Patrimonio”, “Rivoluzione” e “Teatro”. È uno spettacolo che parla di quel mondo di ieri che oggi non c’è più, che con la Prima Guerra Mondiale muore definitivamente. È una bellissima esperienza che mi ha portato a lavorare con Paolo Di Paolo, un giovane romanziere che ha curato il testo, ed è la cosa che più aspetto con ansia. Poi farò una cosa per il cinema a fine anno, a Napoli credo, e poi ci sarà la messa in onda de “La porta rossa”, bel noir scritto da Lucarelli per la Rai, che è un lavoro completamente nuovo, in generale per la tv generalista, ma anche nuovo per me, perché interpreto un personaggio molto diverso da quelli che ho fatto fin ora. È una fiction che sta avendo pure un certo riscontro da compratori stranieri, la qualità è molto alta. Poi vedremo, per la prima volta da almeno quattro anni, da gennaio a maggio, avrò dei mesi di relativa libertà e li userò anche a maggio ad esempio per insegnare alla scuola Iolanda Gazzero, l’Accademia di cui ERT si è dotato su a Modena. E dopo cercherò pure di riposare un po', magari”.

Maresa Palmacci 12/11/2016

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