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Percorrendo “il ponte” della scrittura: quattro allieve del Master in Critica Giornalistica intervistano Dacia Maraini

Quattro allieve del Master in Critica Giornalistica dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico hanno incontrato Dacia Maraini, dopo la Lectio Magistralis dal titolo “La scrittura femminile taciuta: dalle cortigiane alle mistiche” dello scorso lunedì 21 dicembre al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma.

Bagheria. La lunga vita di Marianna Ucrìa. La nave per Kobe. Il gioco dell’universo.
Ogni titolo è un ponte che Dacia Maraini ha creato tra chi legge e i posti che ha attraversato, ogni titolo è un ponte da percorrere insieme, anche se in direzione opposta. Dacia Maraini scava nei siti inesplorati dell’universo letterario e porta alla luce le scritture femminili – volutamente – dimenticate.
Gli scritti di Veronica Franco, le sue parole considerate troppo sconvenienti anche per una cortigiana furono relegate – in virtù del suo sesso e della sua professione – nella letteratura “minore”, fino a una recente rivalutazione.
E come quelle di Veronica Franco, ci sono altre parole di altre donne che aspettano di essere portate alla luce.
Lungo un cammino di scoperta archeologico-letteraria, Dacia Maraini apre i cassetti delle biblioteche di conventi e monasteri per condividere l’immenso patrimonio letterario lasciato dalle mistiche; dà voce a Chiara d’Assisi, Angela da Foligno, Camilla Battista da Varano, Caterina Vannini, Domenica del Paradiso, Maria Domitilla Galluzzi e a Maria Maddalena de’ Pazzi. Figure femminili relegate per secoli nella zona grigia che separa la santità dall’eresia: le mistiche parlavano e scrivevano di Gesù Cristo mosse da una sensualità tutta femminile, da quella consapevolezza di essere donne che costò loro la violenta censura della Chiesa Cattolica.

Nel corso della sua esperienza poliedrica in ambito artistico, che rapporto c’è stato tra misticismo e rappresentazione?
“Il mondo Medievale era un mondo costrittivo, c’era un totalitarismo religioso che condizionava e manipolava ogni pensiero personale. Il mondo laico era pieno di pregiudizi, considerava bigotti gli scritti delle mistiche rifiutandoli ancor prima di leggerli.
Questo mondo totalitario però era pieno di conflitti, la repressione creava una forma di incredibile visionarietà che veniva espressa appunto negli scritti delle mistiche.
La rappresentazione esprimeva la capacità visionaria delle mistiche che vedevano cose che noi comunemente non vediamo: angeli che volano, demoni che si trasformano in gatti in topi o in persone, ecc.”

Quali sono i consigli che una donna così dalla “creatività coraggiosa” darebbe a noi scrittori emergenti?
“Diciamo che ho avuto una storia abbastanza avventurosa e pericolosa tra fame, campo di concentramento e paura, ma la scrittura e la lettura mi hanno sempre accompagnata.
Iniziai prestissimo a scrivere su un giornale della scuola, più tardi fondai una rivista letteraria che mi ha permesso di confrontarmi con altri scrittori e di sviluppare un giudizio critico. Consiglio anche a voi di iniziare a scrivere su una rivista e soprattutto di tradurre tanti testi classici poiché il lavoro di smembramento e ricostruzione di un testo è un esercizio straordinario che vi addentra in uno stile diverso dal vostro che dovete imparare a interpretare e riportare.
Il lavoro di traduzione mi ha rivelato che la scrittura è come un ponte che deve raggiungere il lettore e se non lo raggiungi è come avere un ponte sospeso per aria. La vera emozione è quella intellettuale che non è data propriamente dall’originalità della storia, ma da come la si racconta.”

Il meccanismo di “avvicinare” la figura di alcune mistiche, umanizzandole e rendendole più “spendibili” nel contemporaneo, è simile a quello che De André utilizza nella Buona novella per umanizzare la figura di Cristo e – nel caso specifico – della Madonna. Se uno dei meccanismi della scrittura è quello di tendere ad “allontanare” da sé qualcosa che è molto vicino per riuscire a raccontarlo, in questo caso è una contraddizione o semplicemente un'altra strada percorribile quella di “avvicinare”?
“Secondo me c'è bisogno di un distacco per vedere bene ma nello stesso tempo questo distacco non deve impedire una visione approfondita del personaggio e della storia. Le due cose non si escludono, hanno un rapporto dialettico, l'una si relaziona con l'altra. Non è possibile narrare solo attraverso la distanza. Questa distanza viene continuamente avvicinata, in modo da trovare un equilibrio tra le due cose.”

Qualche giorno fa si è scatenata una polemica per la classifica migliori libri 2015 de La Lettura del Corriere: tra i primi dieci classificati non c'è neanche un'autrice donna. Pensa che ancora oggi la scrittura femminile sia sottovalutata? Quale sarebbe la sua personale classifica e quali sono le scrittrici che in generale considera i suoi punti di riferimento letterari?
“Io direi che il mercato non discrimina. Ci sono tantissime donne che scrivono. La discriminazione è laddove si passa alla “istituzionalizzazione della letteratura”: nelle antologie per le scuole, dove si stabiliscono i valori per le nuove generazioni, nei “modelli” letterari. E' lì che le donne scompaiono. Se si leggono l' “Espresso”, “Panorama”, “Il Corriere della Sera” e tutti i giornali che negli ultimi anni hanno fatto le panoramiche del '900, non ci sono donne. Quindi evidentemente ancora c'è una forma di discriminazione che però io chiamerei “istituzionale”.”

Quest’anno sono quarant’anni di assenza di un grande intellettuale, Pier Paolo Pasolini, con cui nel 1970 lei curò la traduzione in lingua italiana di un film di Andy Warhol, Trash. Potrebbe parlarci di questa esperienza, e dei suoi ricordi legati al lavoro con Pasolini?
“Ho fatto diverse cose con Pasolini, una è la sceneggiatura de Il fiore delle mille e una notte, per cui lavorammo proprio da pazzi, quindici ore al giorno, dalla mattina alle sette fino alla mezzanotte. Era il 1971-’72. Fu un lavoro durissimo, però piacevole. Lui mi aveva chiesto di lavorare su questo personaggio femminile, Zumurrud, che è la schiava, tanto brava e intelligente che si fa comprare da chi vuole lei. Pasolini era un grande lavoratore, appassionato, severo con gli altri e con se stesso; esigente, però andava anche tanto in profondità. Abbiamo lavorato molto bene insieme per diversi film, un film russo Solaris e un film tedesco Der heilige Paulus abbiamo anche fatto delle traduzioni e dei doppiaggi. Ci teneva al fatto che il doppiaggio fosse molto naturale, per questo prendeva gli attori dalla strada.”

Nei libri Chiara di Assisi e Elogio della disobbedienza lei istituisce un parallelismo molto audace tra la scelta di digiunare di Santa Chiara e l’anoressia, sostenendo che l’anoressia è una forma di ribellione e una richiesta di spiritualità. Non pensa piuttosto, che nel primo caso si tratti di digiuni con finalità mistiche e nel secondo caso più che di ribellione, si possa parlare di un’adesione estrema a un certo canone estetico che oggi caratterizza l’Occidente?
“Un po’ forse lo è, ma nel fondo farlo solo per seguire una moda è un giudizio un po’ superficiale. Si può morire per questo? L’anoressia è un progetto di morte, poichè porta alla morte. Un modello non può mettere in pericolo la vita di una persona. Credo che ci sia una richiesta di spiritualità.”

In che senso?
“In una società del mercato in cui le persone sono ridotte a merce c’è un bisogno di spiritualità. La spiritualità è stata schiacciata. Non parlo di fede religiosa, ma proprio di spiritualità, che è un’altra cosa. Noi viviamo in una società poco spirituale, in cui le persone sono reificate. Allora per me è una protesta. Io questo l’ho capito studiando le mistiche, perché le mistiche, diremmo oggi, erano tutte “anoressiche” (allora non si chiamavano così) si lasciavano morire tutte di fame, non mangiavano. Caterina da Siena è morta a 33 anni di fame: non ha mangiato più, non ha bevuto più. L’avremmo chiamata “anoressica”, ma allora non si chiamava così… però anche lei inseguiva un concetto di spiritualità, voleva raggiungere il cielo perché si sentiva a disagio sulla Terra. Oggi, siccome è un altro mondo, un mondo poco spirituale, io ci vedo una protesta profonda contro la mercificazione e la reificazione. È una forma di spiritualità, magari inconsapevole, eh. Lo paragono alla droga. Chi prende una dose massiccia di droga vuole “morire senza morire”, ma vuole morire! E perché vuole morire? Perché non sta bene in questo mondo, c’è qualcosa che lo disgusta. Allora anche lì, secondo me, la droga quando diventa distruttiva è una forma di richiesta di spiritualità, di qualcosa di più profondo e più umano.”

Imma Amitrano, Livia Filippi, Marta Gentilucci, Renata Savo 28/12/2015

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