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“Per non morire di mafia”: intervista a Sebastiano Lo Monaco nei panni di Pietro Grasso

Dal 23 al 28 febbraio al Teatro Ghione andrà in scena lo spettacolo-monologo di Sebastiano Lo Monaco ispirato al libro dell’ex Procuratore Nazionale Antimafia e attuale Presidente del Senato, Pietro Grasso: “Per non morire di mafia” (scritto insieme a Alberto La Volpe, edizioni Sperling & Kupfer, 2009). Accolto al suo debutto con grande commozione e ovazioni di pubblico nell’ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto 2010, da cinque anni il progetto fa il giro d’Italia riportando sul palco la testimonianza umana e professionale di un magistrato che, sul sentiero già battuto da Falcone e Borsellino, ha combattuto in prima linea contro la cupola criminale mafiosa. Abbiamo chiesto al protagonista Sebastiano Lo Monaco di restituirci il suo sguardo privilegiato sull’opera, in occasione del trentennale dalla prima udienza del Maxiprocesso a Cosa Nostra.

“Per non morire di mafia” è l’atto di denuncia di un uomo “contro”: contro le mafie, contro l’omertà, contro la criminalità organizzata. Come nasce l’idea di trasferire a teatro l’autobiografia di Pietro Grasso? Ho letto che inizialmente ci sono state delle resistenze da parte sua e che ha dovuto insistere parecchio per convincerlo.
"Preferisco definire Pietro Grasso un uomo “per”, più che un uomo “contro”: non ha scelto di combattere la mafia, la mafia esisteva già. Da cittadino dedito alle istituzioni, allo Stato, alla sua professione di magistrato, ha voluto migliorare il Paese, fare giustizia, creare condizioni di equità fra i cittadini. Si è trovato costretto dagli eventi e dal fenomeno mafioso a dover combattere. Inizialmente, era restio ad appoggiare il progetto per ragioni di profonda modestia, ma alla fine ha desistito e ha concesso i diritti per portare in scena il suo libro. Ha capito che poteva essere un’occasione importante per la sua campagna di comunicazione: soprattutto per far conoscere ai giovani questo pezzo drammatico di storia del nostro Paese."

Lo spettacolo segue la prima fase dell’impegno civile di Grasso, dagli studi di diritto al concorso in magistratura, dalle prime prove in una procura di provincia alla Direzione Nazionale Antimafia. È la storia di un uomo di legge interamente consacrato alla sua missione, ma con un unico grande cruccio: costringere la propria famiglia a una vita blindata. Come viene coniugata in scena la dimensione pubblica e quella privata dell’uomo e del magistrato Pietro Grasso?
"Lo spettacolo è concepito per capitoli drammaturgici. La prima parte è dedicata alla formazione giovanile, alla parte più dolorosa e tragica della Sicilia vissuta da ragazzo, a come nacquero i sentimenti che lo portarono alla scelta della magistratura e alla missione antimafia. Segue la parte privata, che affronta le intimidazioni, le sofferenze, le rinunce, i rischi per l’incolumità che la famiglia Grasso è stata costretta a subire e accettare negli anni. Per il figlio, ad esempio, fu preparato un rapimento che se fosse andato in porto si sarebbe concluso come nel caso del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido con l’unica accusa di essere figlio di un pentito. Infine, lo spettacolo si chiude con la ricostruzione del Maxiprocesso a Cosa Nostra nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone di Palermo (a cui Pietro Grasso partecipò in qualità di giudice a latere, n.d.r.) cominciato esattamente trent’anni fa, il 10 febbraio 1986."

Di lotta alla mafia si parla sempre troppo poco, specialmente fra i giovani. Lo spettacolo, invece, ha una funzione principalmente didattica perché è una sorta di lezione aperta, con tanto di lavagna, per il rispetto della legalità. Qual è stata la risposta in questi anni del pubblico e, in particolare, dei giovani?
"La risposta è stata straordinaria, specialmente fra i ragazzi che abbiamo incontrato a tutte le ore, sia nelle rappresentazioni della mattina sia in quelle serali. Il nostro Paese ha una grande riserva di giovani competenti, interessati, appassionati alla storia politica e culturale italiana e alla costruzione di un futuro migliore, fatto di rispetto delle regole, della giustizia, dell’etica. L’Italia non è solo quella descritta nella cronaca nera: esiste una cronaca bianca, mai divulgata abbastanza, che parla di tanti giovani talenti disseminati nei campi delle arti e delle scienze. Certo, qualche volta sono costretti a emigrare perché il Paese non offre opportunità di lavoro, ma le nuove generazioni restano una ricchezza per l’avvenire da coltivare e sostenere."

Crede che il teatro civile come genere debba essere trasferito nelle scuole?
"Certamente. È quel che è accaduto con “Per non morire di mafia”. Dopo il successo al Festival dei Due Mondi, è diventato una sorta di “classico” per le scuole: a distanza di cinque anni mantiene una forza evocativa tale da essere ancora attualissimo. Forse, molto dipende dal fatto che non si tratta di uno spettacolo-cronaca, che affronta un determinato momento storico per poi superarlo. È, appunto, un ritratto umano lucido e vibrante che, dopo di me, spero possa essere interpretato da altri attori; un’opera che condivide il destino dei classici e che passerà ai posteri per la sua scrittura. Del resto, non sappiamo chi recitava i drammi di Eschilo, Sofocle, Euripide: gli attori passano, ma le loro opere restano."

Nella sua carriera teatrale ha incarnato personaggi di Sofocle, Shakespeare, Rostand, Pirandello, Miller. Che differenza c’è tra interpretare un ruolo di finzione e essere protagonista di una storia vera?
"Si prova una grande emozione perché l’autore c’è, non si può inventare né tradire. Spesso Pietro Grasso è in platea, mi vede, mi segue. È necessario allora “spogliarsi”, non fingere: rispettare la verità di una storia umana, professionale e familiare."

Quanto è forte il legame con questo spettacolo per lei che è siciliano, originario di una terra piena di contraddizioni come la Sicilia, sempre divisa tra impotenza e voglia di reagire?
"La Sicilia raccoglie grandi fenomenologie umane, archeologiche, geografiche. È fatta di soli infuocati, vulcani, mare e montagne. Ha partorito grandi menti della letteratura, come Pirandello e Verga, o della scienza, come Empedocle; ma anche mostri luciferini come Riina, Provenzano, Buscetta e Pippo Calò, che fece ammazzare tutti i suoi figli. La Sicilia è una terra che non ha mezze misure, tutto ciò che nasce nel suo grembo è eccessivo, in un senso o nell’altro."

Infine, un ricordo della sua esperienza formativa presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”.
"Il ricordo più bello del periodo in Accademia è sicuramente quello dell’esame di ammissione, quando a diciannove anni portai l’“Edipo Re”, convinto di recitare bene. Lo facevo con un accento fortemente siciliano e tutti i commissari d’esame, direttore in testa, morirono dalle risate. Pensai di aver fallito e scoppiai in lacrime. Invece mi dissero che, nonostante l’accento siciliano, c’era forza, coraggio, un grande afflato umano nella mia interpretazione e fui ammesso con un giudizio piuttosto spiritoso: «Sebastiano Lo Monaco è posseduto da un accento siciliano terrificante, ma ha altresì la capacità interpretativa, introspettiva, la diligenza, che gli consentirà di essere allievo di questa Accademia».

Valentina Crosetto 23/02/2016

"Per Non Morire di Mafia"
di Pietro Grasso con Sebastiano Lo Monaco
versione scenica di Nicola Fano
adattamento drammaturgico di Margherita Rubino
regia di Alessio Pizzech
Roma, Teatro Ghione, 23-28 febbraio 2016
https://www.youtube.com/watch?v=JvW2gtH07mY 

Foto: Margherita Mirabella

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